Doctor Doom: L’Ombra di Latveria
Signori e signore preparatevi, perché stiamo per parlare di un uomo il cui solo nome porta l’enorme peso del Destino: Victor von Doom. Sovrano dal pugno di ferro, mago nero e scienziato geniale dall’ego sconfinato quanto il cosmo, per gli amici — spoiler, non ne ha — semplicemente Doctor Doom.

Genesi di carta e inchiostro: L’Era d’Oro della Marvel
Era il lontano 1962. Stan Lee e Jack Kirby, due menti divine a cui l’industria pop deve praticamente tutto, stavano sfornando capolavori a un ritmo disumano. Sulle pagine di “Fantastic Four #5” fa la sua prima, dirompente comparsa quest’ombra fasciata in un mantello verde smeraldo e rivestita di metallo freddo.

L’idea di Kirby era visivamente geniale, ovvero fondere l’estetica del cavaliere medievale con la fantascienza atomica della Guerra Fredda. La maschera di metallo non era un semplice vezzo stilistico, ma una vera e propria prigione auto-inflitta. Nel corso dei decenni, la sua storia editoriale si è trasformata in una saga lirica e complessa.

Tutto comincia con le sue origini latveriane. Nato in una tribù rom nella fittizia nazione di Latveria, Victor cresce con il trauma della perdita dei genitori, tra una madre strega che vende l’anima a Mefisto e un padre medico ucciso dalla tirannia locale. Poi arriva l’incidente all’università negli Stati Uniti, dove incontra la sua nemesi di sempre, Reed Richards. Victor costruisce una macchina per comunicare con l’aldilà e salvare la madre, ignorando i calcoli di Reed su un piccolo errore. La macchina esplode, deturpando il suo volto e devastando per sempre la sua psiche.

Da lì segue l’ascesa al trono. Conquista Latveria con la forza e la scienza, trasformandola in una dittatura utopica (o distopica, a seconda che chiediate ai cittadini o all’ONU) in cui nessuno soffre la fame, ma nessuno può nemmeno respirare senza il suo permesso.

Infine, nelle varie Guerre Segrete del 1984 e del 2015, Doom dimostra che il suo obiettivo non è distruggere l’universo, ma dimostrare di poterlo governare meglio di chiunque altro, persino degli Dei. Nel ciclo del 2015 firmato da Jonathan Hickman, Doom diviene letteralmente il Dio Imperatore del Battle-world, ricreando un multiverso a sua immagine e somiglianza.

Il Dottor Doom, nella sua forma di Dio Imperatore, uccide Thanos strappandogli la colonna vertebrale.
Un gigante sul piccolo e grande schermo: Tra cult sfortunati e disastri da cancellare
Se la carta stampata gli regala capitoli memorabili, il cinema lo tratta con sfortuna e scelte bizzarre. L’animazione resta invece la sua sponda più fedele: dagli anni ’90 su Spider-Man e X-Men, fino ad Avengers, Doom brilla finalmente come il minaccioso e solenne statista che è. Sul grande schermo invece la storia è ben più travagliata…

Nel 1994 nasce il film mai uscito di Roger Corman, girato solo per non perdere i diritti. Joseph Culp interpreta un Doom teatrale in costume di lattice e cartapesta, diventato leggenda di serie B nei mercati bootleg.

Poi arrivano i film della 20th Century Fox del 2005 e 2007, con l’interpretazione del compianto Julian McMahon. Qui Doom viene ridotto a un mega-imprenditore arrogante che ottiene poteri organici di metallo ed elettricità insieme ai Fantastici Quattro. Per quanto io sia molto legato a questi due film, visto che ci sono cresciuto, purtroppo manca la magia, manca la regalità tragica e manca la Latveria, trasformandolo in un cattivo da commedia d’azione con armature sbrilluccicanti.
Infine si tocca il fondo con il disastro di “Fantastic 4” del 2015 diretto da Josh Trank, che ci regala Toby Kebbell nei panni di uno strano hacker asociale che si trasforma in una specie di manichino da crash-test di plastilina cosmica. Un’interpretazione che la critica e i fan hanno provato a rimuovere collettivamente dalla memoria storica.
L’Anatomia di un Sovrano: Il carattere e la complessità di Doom
Ma perché, nonostante le nefandezze cinematografiche, Doom rimane uno dei villain più amati della storia della cultura pop? La risposta sta nella sua titanica complessità psicologica. Victor von Doom non è un pazzo furioso. Non vuole distruggere il mondo per il gusto di vederlo bruciare, come farebbe il Joker, né cede al nichilismo cosmico come Thanos. Doom crede sinceramente, al cento per cento, di essere l’unica vera salvezza per l’umanità.

La dualità Misticismo / Scienza
Mentre l’universo Marvel tende a dividere chiaramente chi usa le provette come Tony Stark e Reed Richards da chi usa i grimori come Doctor Strange, Doom domina entrambi i mondi. È il secondo miglior scienziato della Terra e contemporaneamente uno dei più potenti stregoni esistenti. La sua stessa armatura è un capolavoro di cibernetica potenziata da incantesimi arcani protettivi.

Un Ego fragilissimo dietro la ghisa
Tutta l’enfasi e la teatralità di Doom nasce da un’insicurezza profonda e insanabile, rappresentata dalla macchia sul suo volto. Non importa che si tratti di una cicatrice microscopica o di una deformazione totale, perché per il suo perfezionismo patologico quel difetto è la prova imperdonabile del suo fallimento. E di quel fallimento non incolpa se stesso, ma la sua nemesi assoluta, Reed Richards. La rivalità con Reed è a tutti gli effetti una Tragedia Greca su scala multiversale.

Il senso dell’onore
Allo stesso tempo, Doom possiede uno strano senso dell’onore e non mente mai. Se dà la sua parola, la mantiene. Ama il suo popolo e il popolo spesso ricambia con un autentico senso di devozione. Protegge gli innocenti se questo rispetta il suo codice personale e non attacca mai un nemico alle spalle se non ha prima dimostrato la propria superiorità intellettuale.

Il colpo di scena: Robert Downey Jr. in “Avengers: Doomsday”
Ed eccoci arrivati al presente, alla svolta che ha fatto tremare il Comic-Con e resettato le coordinate di Hollywood. Quando i Marvel Studios hanno annunciato Robert Downey Jr. nel ruolo di Victor von Doom per l’imminente “Avengers: Doomsday”, il mondo nerd si è spaccato a metà tra lo sconcerto e il delirio puro. L’attore che ha dato vita a Tony Stark, l’Adamo del Marvel Cinematic Universe che ha sacrificato la vita in Endgame, torna sul luogo del delitto per indossare la maschera del tiranno per eccellenza.
Perché questa curiosità è una polveriera narrativa?
La genialità o la folle scommessa di questo casting risiede nelle infinite possibilità multiversali. C’è innanzitutto il concetto dello specchio oscuro di Tony Stark. Nei fumetti infatti esiste una celebre storia in cui Victor von Doom e Tony Stark si scambiano le menti. Vedere quindi il volto di chi ha salvato l’universo usato da un tiranno spietato scatenerà negli Avengers, e in particolare a personaggi come Spider-Man o War Machine, un trauma emotivo devastante.

A dirigere il progetto ci sono di nuovo i fratelli Russo, i maestri degli ensemble complessi. Hanno dichiarato che Downey Jr. sta affrontando la scrittura del personaggio scavando a fondo nel suo passato, sviluppando un’interpretazione tridimensionale, profonda e caratterizzata da una presenza colossale.

Infine c’è il fattore prestigio… Downey Jr. è ormai al livello della consacrazione definitiva, data dal premio Oscar vinto per Oppenheimer nel 2024. Non ha più nulla da dimostrare al grande pubblico e il suo ritorno alla Marvel è guidato dalla pura fame di interpretare un personaggio tragico, sfaccettato e titanico. La maschera di metallo sta per chiudersi di nuovo, ma questa volta sotto il freddo acciaio non c’è il carisma de genio playboy filantropo da noi tutti amato, c’è solo la fredda morsa del destino.

Federico Sclaverano
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