The Punisher: One Last Kill, il ritorno definitivo di Frank Castle

The Punisher: One Last Kill, il ritorno definitivo di Frank Castle

La Dani California del momento è abbracciata a me mentre punto il telecomando con aria minacciosa verso lo schermo della mia tv intelligente. Con il cursore mi faccio strada tra le locandine di film e serie tv che una delle numerose piattaforme di streaming on demand permette, previo abbonamento, di vedere qualsiasi cosa a qualsiasi ora e su qualsiasi dispositivo. E’ la tecnologia che si affina, dolcezza. Il mio telecomando finisce sulla copertina di The Punisher: One Last Kill, presunto capitolo finale della detonante serie tv che ha raccontato le gesta del vigilante ed antieroe della Marvel. Mentre il climatizzatore fa il suo lavoro, premo play e lascio che avvenga la magia.

Il rumore degli spari nei film dura pochi secondi. Nella testa di certi uomini dura una vita intera. The Punisher: One Last Kill entra in quella durata. Non arriva come un evento Marvel costruito per alimentare teorie, cameo e promesse di universi futuri. Arriva con la faccia sporca, le nocche consumate e il passo di uno che non sta tornando da nessuna parte: sta soltanto continuando a camminare. Frank Castle è sempre stato raccontato male quando qualcuno ha provato a trasformarlo in un simbolo. Non lo è mai stato.

Non rappresenta giustizia, non rappresenta ordine, non rappresenta neppure vendetta nel senso classico del termine. Frank Castle è la fotografia di ciò che resta quando un uomo perde tutto e continua comunque a respirare. Con One Last Kill Marvel sembra aver finalmente smesso di discutere con questa idea.

The Punisher torna alle proprie origini più oscure

La forza dello speciale non è nella quantità di violenza mostrata sullo schermo. Sarebbe la lettura più semplice e anche la meno interessante, quanto arbitraria. E che a me ha personalmente esaltato, essendo traslata in una società dannatamente moderna da far paura. Quello che colpisce è il modo in cui la violenza viene trattata: non come spettacolo ma come linguaggio di un uomo che non ha più imparato a vivere diversamente. La storia prende Frank in un punto della sua esistenza che raramente viene mostrato davvero. Il conflitto non nasce dalla presenza di un nuovo bersaglio ma dal vuoto.

Quando per anni hai costruito la tua identità sulla guerra, il silenzio diventa una minaccia peggiore del nemico. Lo speciale lavora proprio su questa frattura. Frank non appare come un predatore in cerca di sangue ma come qualcuno che continua a muoversi per inerzia, trascinandosi dietro il peso di tutto ciò che non è riuscito a salvare. Questa è probabilmente la lettura più adulta del personaggio arrivata negli ultimi anni ed è potentissima. Si distacca da tutte le produzioni odierne che si trovano in giro, attente a non urtare la fumosa sensibilità altrui.

Jon Bernthal è il motivo per cui questo Punisher funziona

La vera differenza rispetto a molti ritorni contemporanei è che Jon Bernthal qui non si limita a rientrare nel ruolo. La sua presenza come produttore esecutivo si sente in ogni scena. Bernthal ha sempre avuto una comprensione particolare di Frank Castle: non ha mai interpretato il personaggio come una macchina da guerra invincibile e neppure come un antieroe costruito per essere ammirato. Il suo Frank è stanco, cammina come se il corpo fosse sempre mezzo secondo indietro rispetto alla volontà.

Parla come qualcuno che pesa ogni parola perché aprire troppo la bocca significherebbe lasciare uscire qualcosa che non riuscirebbe più a controllare. È una costruzione che cambia completamente il tono del personaggio. Altri Punisher hanno funzionato sul piano della presenza fisica o dell’aggressività. Bernthal lavora sull’erosione. Guardandolo non hai la sensazione di vedere un uomo che combatte ma di vedere un uomo che non sa più fare altro. Ed è esattamente per questo che questa versione funziona.

Un racconto adulto dentro il mondo Marvel

Per anni il problema di Punisher è stato sempre lo stesso: troppo violento per diventare un volto principale del marchio ma troppo importante per sparire. One Last Kill sembra aver trovato una strada diversa.

Non addolcisce Frank, non lo giustifica, non gli costruisce attorno una mitologia eroica ma lo osserva. Lo lascia esistere. La regia e il tono dello speciale seguono questa scelta senza cercare scorciatoie emotive. Le scene d’azione non sono costruite per generare applausi. Ogni colpo sembra togliere qualcosa invece di aggiungere.

È una differenza sottile ma fondamentale. Punisher non vince. Punisher consuma. E lo speciale lo capisce.

The Punisher: One Last Kill lascia una domanda aperta

Frank Castle ha passato tutta la vita a credere che dall’altra parte dell’ultima guerra esistesse la pace. Questa storia suggerisce qualcosa di molto più duro, ovvero che oltre l’ultima guerra non ci sia niente. Solo il tempo. E che imparare a viverci dentro possa essere più difficile di qualsiasi battaglia. Per questo The Punisher: One Last Kill non sembra un ritorno nostalgico. Questa è un’opera per chi sente ancora le voci dei propri demoni svegliarsi nel momento meno opportuno delle proprie giornate, per chi è sceso a patti con un certo tipo di esistenza che alla lunga logora l’anima. Ma che ti ricorda che tutti, nel bene e nel male, stiamo affrontando la nostra battaglia personale. E per quante cicatrici possiamo portare, l’importante è non arrendersi mai.

Hank Cignatta

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