La dissacrazione del supereroe, la caduta delle divinità di oggi
C’è stato un tempo, quasi precambriano nella sua ingenuità, in cui il cielo era un luogo rassicurante. Bastava un colpo d’occhio verso l’alto per scorgere una sagoma in calzamaglia blu e mantello rosso: un’estensione muscolare della nostra bussola morale, un dio benevolo che scendeva tra noi per salvare gattini e consegnare dittatori alla giustizia.

Ma quel cielo, oggi, è saturo di fumo e cinismo. Abbiamo smesso di guardare in alto con speranza; lo facciamo per il timore che qualcosa, lassù, decida di distruggerci per un puro capriccio sociopatico. La figura del supereroe moderno non è più un ideale da raggiungere, ma un cadavere eccellente da dissezionare sul tavolo della nostra disillusione collettiva
La crepa nel cristallo: l’eredità di Alan Moore e Frank Miller
Tutto è iniziato quando abbiamo permesso a dei “chirurghi del dubbio” di impugnare la penna. Con Watchmen, Alan Moore non ha semplicemente scritto un fumetto; ha celebrato un funerale. I suoi protagonisti sono relitti psicologici, voyeur, fanatici o divinità così distaccate dalla biologia umana da considerare un genocidio come un trascurabile errore di arrotondamento. Moore ci ha sussurrato che chi vigila su di noi è, nel migliore dei casi, un uomo spezzato e, nel peggiore, un pericolo pubblico.

Poco dopo, Frank Miller ha preso l’icona solare per eccellenza e l’ha trascinata nel fango della politica reazionaria. In Batman: Il ritorno del Cavaliere Oscuro, Bruce Wayne non è un salvatore: è un vecchio ossessionato che necessita del dolore per sentirsi vivo, un anarchico in armatura che affronta un Superman ridotto a lacchè governativo. È qui che il mantello smette di sventolare e inizia a pesare come piombo.

La risata che uccide: The Killing Joke e l’erosione della sanità mentale
Se Miller ha rotto le ossa del mito, The Killing Joke ne ha avvelenato l’anima. La tesi di Moore è brutale nella sua semplicità: basta una “brutta giornata” per trasformare il faro della giustizia in un riflesso deforme del suo peggior nemico. Il confine tra l’eroe e il mostro non è un muro di granito, ma un velo di carta velina bagnato di sangue. Quando il Joker ride, e Batman ride con lui, sentiamo il rumore del vetro che va in frantumi: è la fine dell’integrità morale come valore assoluto nel mondo dei cinecomic e dei fumetti d’autore.

The Boys: il superpotere come arma del marketing
The Boys: la serie ci sbatte in faccia la verità più sporca. Il superpotere, privo di una morale trascendentale, è solo il braccio armato del marketing di una multinazionale. I “Sette” sono influencer dopati, predatori che indossano la bandiera americana per nascondere il vuoto pneumatico della loro etica.

Invincible: la distruzione del mito familiare
Invincible: l’opera di Robert Kirkman porta la sconsacrazione sul piano biologico e familiare. Il tradimento di Omni-Man non è solo un colpo di scena, ma la distruzione del legame patriarcale. Il sangue che imbratta lo schermo è il prezzo che paghiamo per aver creduto che un potere immenso potesse mai essere intrinsecamente “buono”.

Perché amiamo vedere cadere i nostri eroi?
Perché sentiamo questa accanita necessità di sporcare il mito? Forse perché nel contesto culturale odierno non possiamo più permetterci il lusso dell’innocenza. Dissacrare l’eroe è l’unico modo che abbiamo per sopravvivere alla complessità della realtà.

Preferiamo un dio che sanguina e che sbaglia — o meglio ancora, un dio che si rivela un impostore — piuttosto che accettare l’idea di una giustizia superiore che, nella vita di tutti i giorni, continua ostinatamente a non manifestarsi. Abbiamo ucciso i supereroi non per odio, ma per legittima difesa. È molto più facile accettare un mondo senza salvatori che un mondo in cui i salvatori sono i primi a volerci schiacciare sotto il loro stivale.
Federico Sclaverano
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