Doechii: il caos che ha conquistato il rap

Doechii: il caos che ha conquistato il rap

Mi ritrovo nell’appartamento della Dani California del momento, una bella ragazza atletica che non so davvero che cosa possa trovare in un fossile come il povero ignorante che vi scrive. Anche Ted, fraterno amico di mille avventure, ha strabuzzato gli occhi nel vedere le sue perfette forme geometriche muoversi per le strade di Nevrotic Town quando gliel’ho presentata. La guardo indossare una maglietta decisamente più grande rispetto la sua taglia, che le cade giusto sui fianchi. Attiva Spotify dal suo cellulare amplificando il suono su Alexa, che in pochi istanti fa risuonare nella stanza le note di un brano rap. Nel dettaglio si tratta di Denial is a river della rapper statunitense Doechii, che personalmente non conosco.

La copertina del singolo

La base però ha qualcosa della vecchia scuola, un ritmo che sembra uscito dallo studio di Dr. Dre e la ragazza sembra riuscire ad incastrare le rime con quella confidenza che ho sentito solamente da regine dell’Hip Hop del calibro di Missy Elliot e Queen Latifaah. Roba di prima classe, che suona diversamente da tutto ciò che oggi giorno viene proposto. La Dani California si alza al maglietta in modo sensuale, improvvisando un balletto che le fa muovere le natiche sode a ritmo. La temperatura sale e non solo quello. Mi godo lo spettacolo mentre mi sembra di vedere Dakota Johnson strusciarsi sul divano nella nuova campagna di Calvin Klein. E quel brano non potrebbe essere una colonna sonora migliore per quel momento.

Douchii


Doechii: anatomia di un’anomalia rap tra teatro, caos e rivoluzione identitaria

Il problema con Doechii (se così si può chiamare) non è capire chi sia. Il problema è accettare che esista davvero. Perché quando la vedi sputare versi come proiettili incandescenti, con quel sorriso storto da predatrice urbana e una teatralità che sembra rubata ad un incubo di Broadway dopo tre giorni senza dormire, capisci subito che non stai ascoltando una rapper.

Stai assistendo a un cortocircuito culturale. Una creatura mutante che si nutre di hip hop, funk, teatro, follia e Instagram. Una volta tornato a casa ero lì, con le orecchie ancora ronzanti e la tastiera che tremava sotto le dita, cercando di stare dietro a quel caos controllato che lei spaccia per musica per scrivere di quello che può essere realmente un fenomeno (e non da baraccone, questa volta).

Tampa, Florida: nascita di una mutazione

Prima che diventasse Doechii, era Jaylah Hickmon. E Tampa, Florida non è esattamente il centro dell’universo musicale, ma abbastanza distante da permettere a qualcuno di crescere storto nel modo giusto. Qui non si forgiano star prefabbricate. Qui si sopravvive. E quando sopravvivi abbastanza a lungo inizi a creare qualcosa che non assomiglia a niente di già visto.

Una giovanissima Doechii ai tempi del liceo

Doechii ha fatto proprio questo: ha preso il linguaggio dell’hip hop e lo ha smontato pezzo per pezzo, come un tossico metodico appena fatto che smonta una radio per capire da dove arriva la voce.

Il corpo come arma, la voce come possessione

Guardare Doechii esibirsi è un’esperienza fisica. Non è musica, è biomeccanica. Il corpo si contorce, la voce cambia forma, passa da un sussurro ad un urlo, da una cantilena seducente ad una scarica isterica. Non c’è linearità ne sicurezza. C’è solo trasformazione continua. È teatro, sì. Ma non quello pulito e rispettabile. È teatro sporco, sudato, borderline. Qualcosa che starebbe meglio in un seminterrato di Berlino che su un palco patinato. E invece lei ci sta, su quei palchi. E li sporca tutti.

“Yucky Blucky Fruitcake”: l’esplosione virale e il manifesto di una mente fuori asse

Internet ha fatto il suo solito lavoro: ha preso un’anomalia e l’ha trasformata in fenomeno. Yucky Blucky Fruitcake non è solo un brano ma un flusso di coscienza con un beat sotto. In quel pezzo Doechii parla di sé, della sua crescita, della sua identità ma lo fa come se stesse cambiando personalità ogni trenta secondi. È magneticamente disturbante, nel senso buono. È la dimostrazione che il talento, quando è reale, non ha bisogno di filtri.

L’approdo alla Top Dawg Entertainment: quando il sistema prova a contenere il caos

Quando una come Doechii firma con la stessa etichetta che ha lanciato gente come Kendrick Lamar e SZA, la domanda non è se ce la farà ma se saranno in grado di contenerla. Top Dawg Entertainment è una macchina precisa, quasi chirurgica. Doechii è un’esplosione. Mettere insieme le due cose è come infilare un fulmine dentro una scatola. Eppure funziona. O almeno, sembra funzionare.

Febbraio 2025: il Grammy che non doveva esistere

Poi arriva febbraio 2025 e il sistema, quello stesso Sistema che prova a normalizzare tutto, è costretto ad inginocchiarsi. Il suo progetto Alligator Bites Never Heal (un titolo che sembra una minaccia più che un disco) si aggiudica il Grammy per il miglior album rap. E non è un premio qualunque: è un colpo di martello nella storia. Terza donna a riuscirci (dopo quel talento sconfinato di Lauryn Hill e Cardi B), in una categoria che per decenni è stata territorio blindato. Non è stata una vittoria silenziosa: ha battuto nomi importanti, roba da curriculum blindato e ego ipertrofici. E mentre ritirava il premio, con la voce incrinata e la faccia di chi ha visto davvero qualcosa là fuori nel buio, ha detto di averci messo dentro tutto: la vita, la lotta, la disciplina e perfino la sobrietà come atto di guerra personale.

Quel disco non è solo un progetto musicale.. Lei stessa lo ha raccontato come una reazione, un contrattacco: chi sopravvive agli alligatori lo fa perché combatte. E Doechii combatte per mestiere e così, mentre molti cercavano ancora di capire dove collocarla, lei si è presa il premio più ingombrante e se lo è portato via come un trofeo rubato durante una rissa.

Identità, sessualità, potere: la narrazione senza filtri

Doechii non gioca secondo le regole del mainstream. Non addolcisce, non semplifica. Parla di identità, di sessualità, di potere personale senza passare per il filtro della rispettabilità. Non è provocazione gratuita ma una dichiarazione di esistenza. In un panorama musicale dove molti artisti sembrano versioni leggermente modificate dello stesso modello, lei è un errore di sistema. E gli errori, si sa, sono quelli che fanno evolvere il software.

Estetica da incubo pop: tra glamour e disintegrazione

L’immagine di Doechii è parte integrante del progetto che non si basa solo sulla musica: è un’esperienza visiva. Make-up aggressivo, outfit che sembrano usciti da una sfilata post-apocalittica, movimenti che oscillano tra danza e possessione. È glamour, ma distorto. È bellezza, ma instabile. Un’estetica che non cerca approvazione ma reazioni. E le ottiene.

Il futuro: assimilazione o detonazione?

Il destino di Doechii è una scommessa aperta. Il sistema musicale ha due modi per gestire figure come lei: assimilarle o lasciarle esplodere. Nel primo caso verrà limata, resa più accessibile, più digeribile. Nel secondo caso diventerà qualcosa di ancora più radicale. Ma c’è una terza possibilità, la più interessante: ovvero che sia lei a cambiare le regole del gioco. Perché Doechii non sembra interessata a diventare una star nel senso tradizionale. Sembra più interessata a riscrivere cosa significhi esserlo. E se questo significa incendiare tutto lungo la strada, beh… qualcuno dovrà pur farlo. E fidatevi, lei ha già in mano l’accendino.

Hank Cignatta

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Sono la mente insana alla base di Bad Literature Inc. Giornalista pubblicista, Gonzo nell’animo, speaker radiofonico, peccatore professionista, casinista come pochi. Infesto il web con i miei articoli che sono dei punti di vista ( e in quanto tali condivisibili o meno) e ho una particolare predisposizione a dileggiare la normalità. Se volete saperne di più su di me e su Bad Literature Inc. leggete i miei articoli. Ma poi non dite che non siete stati avvertiti.

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