Augusto Martelli, il genio dimenticato della musica italiana
Ci sono figure che attraversano la storia come comete: non chiedono il permesso, bruciano nel cielo per un po’ e poi scompaiono, lasciandosi dietro un’eco. Augusto Martelli era una di quelle comete. Un uomo che non voleva solo suonare ma costruire mondi sonori, portare nel quotidiano quella vertigine che nasce quando il ritmo incontra la fantasia. Era un artista, un direttore d’orchestra, un conduttore, un produttore, un visionario. E come tutti i visionari lo si è capito davvero solo troppo tardi.

Dalle notti jazz al mondo della televisione: l’evoluzione del visionario Augusto Martelli
Nato a Genova, cresciuto in una famiglia in cui la musica era una condizione esistenziale, Martelli comincia a respirare jazz fin da piccolo. Milano diventa presto il suo laboratorio: club fumosi, microfoni caldi, strumenti che vibrano di notte. È lì che forgia il suo stile, una miscela di tecnica, istinto e puro divertimento. Il jazz gli dà la base ma lui ci mette sopra tutto: groove, soul, samba, elettronica. Non è mai schiavo della forma. È un musicista libero e questa libertà sarà la chiave del suo destino.
Augusto Martelli, L’uomo che portò il groove nella musica italiana
Quando negli Stati Uniti esplodeva il funk, in Italia c’era lui a filtrarlo, a renderlo nostro. Martelli riusciva a fondere il linguaggio jazzistico con la freschezza della musica popolare. I suoi arrangiamenti erano ricchi, cinematografici, pieni di ritmo e fantasia.
Mentre gli altri si limitavano a copiare i modelli d’oltreoceano, lui li trasformava in esperienze italiane con ironia e raffinatezza. Era il primo, forse l’unico, ad avere capito che la musica televisiva non doveva essere “di servizio”, ma poteva diventare un personaggio, un marchio, un’emozione.
Augusto Martelli e la televisione: la firma sonora di un’epoca
Se siete vecchi come il povero bastardo che vi scrive, chiudete gli occhi e pensate alle sigle televisive degli anni Settanta, Ottanta e Novanta potete sentire ancora il suo suono.
Dalle orchestrazioni di Drive In al funk di Ok, il prezzo è giusto!, dai ritmi ironici di Casa Vianello, il funk di Round D Minor (che è diventata la leggendaria sigla del contenitore Grand Prix) fino alla dolce malinconia di Buongiorno Italia, Augusto Martelli ha insegnato alla tv a suonare.
Ogni nota era riconoscibile. Ogni sigla aveva un’anima, una grana inconfondibile. Non era solo musica: era una dichiarazione di stile.
Martelli riusciva a far convivere la complessità del jazz con la leggerezza del varietà, e in questo equilibrio perfetto ha definito il suono di un’intera generazione televisiva.
“Five Time”: quando Martelli parlava ai ragazzi (e al pupazzo Five)
Tra i tanti momenti che raccontano la sua ecletticità, c’è un episodio che oggi pochi ricordano ma che merita di essere riscoperto: “Five Time”, uno dei primi contenitori per ragazzi della tv commerciale italiana. Era il 1982 e la televisione privata stava ancora cercando la sua identità. Five Time, trasmesso su Canale 5, fu un esperimento folle e meraviglioso: un programma dove musica, gioco e leggerezza si mescolavano in una formula nuova, quasi americana.
Augusto Martelli non era solo il conduttore: era l’anima musicale e ironica del programma. Tra scenografie colorate, sorrisi e improvvisazioni, parlava e scherzava con un pupazzo di nome Five, doppiato da un giovanissimo Marco Columbro, che presto sarebbe diventato una delle colonne della tv italiana.
L’alchimia tra Martelli e Five era irresistibile: il musicista elegante, ironico e un po’ surreale, e la voce vivace del pupazzo, simbolo di quella tv commerciale ancora ingenua ma piena di entusiasmo. Era un momento magico, uno di quei esperimenti televisivi che oggi sembrano appartenere a un’altra epoca, quando tutto era ancora possibile e il linguaggio della tv si costruiva giorno per giorno, tra note, pupazzi e sogni in diretta.
Augusto Martelli e la musica leggera: da Mina a sé stesso
Martelli è stato anche l’uomo dietro alcune delle più straordinarie pagine della musica italiana. Con Mina, la sua musa e compagna per un periodo, diede vita a un sodalizio artistico di rara intensità. Lui creava arrangiamenti che respiravano insieme alla voce, orchestrazioni che sembravano pennellate su un affresco sonoro, capaci di esaltare ogni sfumatura della “Tigre di Cremona”.

Album come Del mio meglio o brani come Non credere e Insieme devono molto alla sua eleganza musicale, alla capacità di usare il silenzio come parte della melodia.
Colonne sonore, sperimentazione e delirio creativo
Oltre alla televisione, Martelli si è mosso con disinvoltura anche nel cinema e nella musica d’avanguardia.
Basti pensare alla colonna sonora di Il dio serpente (1970), un viaggio sonoro che anticipava la world music di decenni. Era capace di fondere jazz, percussioni africane e sintetizzatori Moog, creando paesaggi mentali e sonori che oggi definiremmo visionari. Era un artigiano del suono e allo stesso tempo un esploratore. Il suo laboratorio era un ponte tra l’analogico e il futuro, tra il groove e la psichedelia.
L’eredità di un genio che vedeva più lontano degli altri
Augusto Martelli non è mai diventato una “celebrità” e forse va bene così. I veri innovatori raramente si siedono accanto ai vincitori: restano nei sotterranei, nelle note che non si spengono mai. Oggi la sua influenza si sente ancora: nelle pubblicità, nei remix, nei programmi tv che pescano nel passato, nelle orchestrazioni pop che cercano quell’ironia sofisticata che lui aveva inventato. Martelli è stato il musicista che ha insegnato alla televisione a essere musica, il direttore d’orchestra che ha fatto ballare un Paese intero senza mai alzare la voce.
Conclusione: l’Italia che ballava al ritmo di Augusto Martelli
Riascoltare oggi le sue sigle e le sue colonne sonore è come guardare una vecchia videocassetta che non si vuole buttare via. C’è dentro tutto: l’entusiasmo, l’ottimismo, la leggerezza di un’Italia che scopriva se stessa tra varietà e jazz. Augusto Martelli era il suono di quella felicità. Un genio che non si è mai preso troppo sul serio ma che ha insegnato a un Paese intero come si può essere colti e popolari allo stesso tempo. Dietro il pupazzo Five, dietro Mina, dietro le sigle, c’era lui: il direttore d’orchestra di una nazione che, per un istante, ha davvero saputo sognare in musica.
Hank Cignatta
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