Human League, il cuore sporco del synth pop
Il ricatto sentimentale più ballabile degli anni Ottanta ha la voce di Philip Oakey e un ritornello che milioni di persone hanno cantato senza badare troppo alla minaccia. Dentro “Don’t You Want Me” degli Human League, sotto quella carrozzeria elettronica tirata a lucido, un uomo presenta il conto alla donna che vuole andarsene: ti ho scoperta, ti ho costruita, posso riportarti dove ti ho trovata. Intanto il sintetizzatore fa il suo lavoro e noi gli diamo una mano, felici di trasformare una relazione avvelenata nel pezzo forte della festa.
È questo l’aspetto nascosto o del quale poco si parla degli Human League, molto più dei capelli asimmetrici e delle fotografie buone per vendere l’ennesima serata a tema. La loro capacità di far passare una crepa attraverso una superficie perfetta, lasciandoci ballare abbastanza a lungo da accorgerci soltanto dopo di cosa abbiamo sotto i piedi. Liquidarli come quelli di “Don’t You Want Me” significa perdersi una delle avventure più improbabili del pop britannico: ragazzi di Sheffield che trafficano con l’elettronica, una band che si spezza prima di arrivare, due studentesse reclutate in discoteca e un disco, Dare, capace di portare una sensibilità aliena nel salotto di casa. Il tutto con una serietà che rende ancora più irritante il trattamento da soprammobile nostalgico riservato loro.
Sheffield: prima del successo, il rumore delle macchine
Gli Human League prendono forma nel 1977, nell’ambiente musicale di Sheffield. Martyn Ware e Ian Craig Marsh lavorano con i sintetizzatori; Philip Oakey dà al progetto una voce immediatamente riconoscibile, mentre Adrian Wright entra occupandosi delle immagini e delle proiezioni. La componente visiva è già parte del linguaggio del gruppo: guardare e ascoltare devono contribuire allo stesso straniamento. Sheffield conta. La sua identità industriale rende particolarmente suggestiva quella scelta di strumenti, anche senza ridurre ogni tastiera all’imitazione di un’acciaieria. In una città modellata dal lavoro delle macchine, qualcuno prova a usarne altre per immaginare una vita diversa.

Nel 1978 esce “Being Boiled”, pubblicata dalla piccola Fast Product. Il successo di massa è ancora lontano, ma il basso elettronico possiede già una presenza fisica impressionante. Entra, occupa la stanza e sembra abbassarne la temperatura. Oakey ci canta sopra con una gravità quasi sproporzionata, ed è proprio quella sproporzione a funzionare. La voce ha qualcosa di cerimoniale, ma lascia affiorare un’inquietudine terrena, perfino goffa. Mi piace perché non cerca di rendere rassicurante il suono che la circonda. Ci abita dentro.
Reproduction, del 1979, e Travelogue, del 1980, documentano questa prima identità. Sono dischi che vale la pena attraversare senza pretendere di trovarci una versione ancora malvestita di Dare: hanno una loro ostinazione, un gusto per l’attrito che la successiva precisione pop renderà meno evidente.
La distanza tra quel laboratorio e i futuri ritornelli da classifica è grande, ma l’ambizione melodica non arriva dal nulla. Già il repertorio iniziale comprende una rilettura di “You’ve Lost That Lovin’ Feelin’”: sotto l’elettronica sperimentale circola il desiderio di misurarsi con una canzone capace di parlare a tutti.
La rottura e le due ragazze che cambiarono gli Human League
Nel 1980 il gruppo si divide. Ware e Marsh prendono la strada che porterà agli Heaven 17;

Oakey e Wright restano con il nome Human League e un futuro tutt’altro che garantito. Con una tournée imminente, Oakey recluta Susan Ann Sulley e Joanne Catherall dopo averle viste ballare in un locale di Sheffield. Sono ancora studentesse. La storia è talmente perfetta che rischia di diventare una favola pubblicitaria: il cantante visionario entra in discoteca e trova il proprio destino sotto le luci. Susan e Joanne cambiano il modo in cui gli Human League si presentano al pubblico. Accanto alla teatralità di Oakey introducono una presenza più quotidiana, riconoscibile, capace di rendere abitabile quell’eleganza artificiale. Le loro voci contribuiscono a una tensione fondamentale: lui sembra voler pronunciare ogni frase davanti al tribunale della storia, loro possono riportarlo alle dimensioni di una conversazione.

Trattarle come un accessorio estetico significa ascoltare male. Anche Jo Callis, coinvolto nella successiva formazione, ha sottolineato quanto il loro apporto fosse essenziale. Con lui e Ian Burden il gruppo acquista inoltre nuove risorse musicali e compositive, mentre il produttore Martin Rushent diventa decisivo nella costruzione del suono.
È una rinascita collettiva. Il volto di Oakey finirà per dominararne l’iconografia, ma dietro quel volto c’è un equilibrio assai più interessante del solito racconto sul genio solitario.
Dare: quando il synth-pop imparò a colpire allo stomaco
Pubblicato nel 1981, Dare raggiunge il primo posto nella classifica britannica. Il risultato commerciale certifica qualcosa che si sente già nei brani: gli Human League hanno trovato una forma nella quale la loro stranezza può diventare popolare senza scomparire. “The Sound of the Crowd” ha un passo collettivo, quasi da adunata danzante; “Love Action (I Believe in Love)” lascia che la voce di Oakey si muova tra dichiarazione e posa; “Open Your Heart” possiede una luminosità nervosa, attraversata da una fretta che tiene lontana la dolcezza innocua.
Il merito di Rushent sta anche nella disciplina. In un’intervista del 1982 spiegava come le canzoni venissero costruite a partire da strutture discusse. Quando sento liquidare questa musica come fredda perché elettronica, mi viene voglia di sequestrare per qualche giorno gli aggettivi a chi ne abusa. La freddezza può essere una qualità espressiva potentissima. Un suono rigido fa sentire meglio l’incertezza della voce; un ritmo imperturbabile rende più evidente il disordine di chi gli canta sopra.
Dare sfrutta questa frizione e conserva zone d’ombra che le raccolte di successi tendono a nascondere: “Seconds”, soprattutto, introduce un’inquietudine che impedisce di trattare l’album come una vetrina di vestiti luccicanti. Dentro la sua pulizia c’è spazio per qualcosa di sinistri. È anche il motivo per cui regge un ascolto intero. I singoli attirano, ma l’album costruisce un ambiente nel quale il piacere non coincide sempre con la tranquillità.
Don’t You Want Me: chi racconta una storia pretende di possederla
Don’t You Want Me” arriva al numero uno nel Regno Unito, conquista il Natale del 1981 e successivamente raggiunge la vetta anche negli Stati Uniti. Diventa la canzone che accompagnerà il nome degli Human League ben oltre le intenzioni dei suoi autori. La sua forza, per come la sento io, abita nel conflitto fra le due versioni della relazione. Il personaggio interpretato da Oakey considera il successo della donna una propria creazione e usa quel presunto credito per contestarne la libertà. Quando entra Susan Ann Sulley, la prospettiva cambia: lei riconosce il passato comune, ma rivendica un futuro autonomo.
Basta concederle una strofa e l’autorità di lui comincia a perdere pezzi. Qui il duetto smette di essere una semplice alternanza vocale e diventa una disputa sul diritto di raccontare. Chi ha aiutato chi? Quanto vale quell’aiuto? Da quando la gratitudine comporta l’obbligo di restare? La canzone lascia queste domande dentro una melodia tanto efficace da poterle nascondere in piena vista. Il ritornello, cantato da solo, suona come una supplica. Rimesso nella storia, si porta dietro una pretesa. È una differenza enorme, e spiega perché il brano continui a offrire qualcosa anche dopo che ogni radio del pianeta sembra averlo consumato. Il gruppo, peraltro, aveva delle riserve sulla pubblicazione come singolo: da Dare ne erano già usciti tre e i musicisti temevano di saturare il pubblico. La loro esitazione rende la vicenda più umana di qualsiasi leggenda sull’infallibilità artistica. Avevano in mano il brano destinato a definirli e non ne misuravano ancora la portata.
Dopo Dare: il problema di sopravvivere al proprio capolavoro
Mirror Man” e “(Keep Feeling) Fascination” mostrano che l’invenzione melodica continua. Poi il rapporto con Rushent si interrompe e il lavoro sul seguito diventa più complicato; Oakey avrebbe riconosciuto quanto fosse difficile sostituire il contributo del produttore, soprattutto sul versante ritmico. Hysteria esce nel 1984 e arriva comunque al terzo posto in Gran Bretagna. Vale ricordarlo prima di usare la parola fallimento con la disinvoltura di chi scrive la storia conoscendone già il finale.
“The Lebanon” introduce una chitarra insistente e un’urgenza più ruvida, mentre “Louise” lavora su un terreno sentimentale meno immediato. Quest’ultima mi sembra particolarmente rivelatrice: nell’incontro con una persona del passato, Oakey trova una misura adatta al disagio di chi vorrebbe riaprire una conversazione e non sa più quale diritto abbia di farlo. Il disco è meno compatto di Dare, ma contiene tentativi che meritano ascolto. Chiedere a una band di replicare esattamente il proprio capolavoro è una forma elegante di augurarle la paralisi.
Human: il suono americano e la fragilità sotto la perfezione
Con Crash, nel 1986, gli Human League lavorano con Jimmy Jam e Terry Lewis.
“Human” li riporta al numero uno negli Stati Uniti attraverso una produzione legata all’R&B americano, morbida e controllatissima. La distanza da “Being Boiled” sembra enorme. Eppure permane quella tensione fra ordine sonoro e comportamento umano: qui la confessione dell’infedeltà viene avvolta in un arrangiamento tanto levigato da far sembrare presentabile anche una giustificazione discutibile.
Oakey canta la debolezza con una solennità che rischia di assolverla. Ascoltandolo, resto sospeso fra partecipazione e sospetto: quanto dolore autentico c’è in quella richiesta di comprensione e quanta convenienza? È una buona domanda da lasciare aperta dentro una canzone d’amore. La collaborazione americana viene spesso raccontata come una perdita di controllo del gruppo. Nelle testimonianze successive, però, Susan e Joanne hanno ricordato anche l’attenzione ricevuta in studio e quanto impararono lavorando con i due produttori. La memoria dei protagonisti complica opportunamente il comodo schema degli inglesi divorati dall’industria statunitense.
Oltre gli anni Ottanta: gli Human League senza la teca
Dopo Romantic?, pubblicato nel 1990, Octopus riporta visibilità al gruppo nel 1995 grazie anche a “Tell Me When”. Seguono Secrets nel 2001 e Credo nel 2011, quest’ultimo prodotto dagli I Monster. È una discografia diradata, dentro la quale vale comunque la pena cercare oltre i titoli obbligatori. “Tell Me When” conserva quella particolare combinazione di slancio e vulnerabilità che rende riconoscibili gli Human League. In “All I Ever Wanted”, da Secrets, la precisione elettronica torna a sostenere un desiderio quasi impaziente. Sono brani che preferisco ascoltare senza assegnare loro preventivamente il ruolo di postille.
La longevità del nucleo formato da Oakey, Sulley e Catherall racconta inoltre qualcosa che la favola del reclutamento in discoteca tende a oscurare. Quelle due ragazze sono diventate parte della continuità del gruppo, attraversandone insieme al cantante anche le difficoltà economiche e professionali. La carriera dal vivo ha avuto un peso fondamentale nella loro sopravvivenza. Ed è qui che la nostalgia comincia a starmi stretta. Ridurre gli Human League a un decennio permette di goderseli senza essere disturbati: riconosci il sintetizzatore, sorridi alla pettinatura, ricordi dove eri e hai finito. Ma le loro canzoni migliori disturbano ancora, se gli si concede attenzione.
Raccontano persone che vogliono essere amate e finiscono per pretendere, che cercano una nuova identità e devono imparare a sostenerla, che indossano un’eleganza impeccabile mentre dentro stanno facendo un casino. Per questo torno a “Don’t You Want Me”. Il ritmo prosegue con la sua splendida indifferenza, lui insiste e lei ha già cominciato ad andarsene. Noi conosciamo ogni curva del ritornello, ma possiamo ancora scegliere a quale voce credere. La prossima volta che parte a una festa, io ascolterei bene la seconda strofa prima di unirmi al coro.
Hank Cignatta
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