Akira: Il Big Bang Cyberpunk

Akira: Il Big Bang Cyberpunk

È il 1988 (o il 2019, devo ancora capirlo per bene) e Katsuhiro Otomo decide che il cinema d’animazione ha avuto una vita troppo facile…qualcuno doveva rimediare…Il risultato è Akira. Non è un semplice film…ma è un vero cataclisma che ancora oggi, a distanza di quasi quarant’anni, ci lascia senza fiato come se fosse la prima volta. Montate in sella e reggetevi forte, perché stiamo per addentrarci nei vicoli fumanti del capolavoro cyberpunk definitivo.

Locandina originale del film d’animazione Akira del 1988

una storia di cavi e carne

La trama di Akira è un groviglio assurdo di carne, metallo e nichilismo. Al centro ci sono Kaneda e Tetsuo, orfani e motociclisti che corrono tra le strade di una metropoli ricostruita dopo la Terza Guerra Mondiale. Quando Tetsuo si scontra casualmente con un bambino con poteri psichici fuggito da un laboratorio governativo, innesca una reazione a catena di proporzioni apocalittiche. Il suo complesso di inferiorità nei confronti del leader Kaneda comincia a mutare improvvisamente diventando un potere divino, mostruoso e incontrollabile.

Ma Akira non parla solo di ragazzi con poteri mentali che fanno esplodere elicotteri nelle piazze. Sotto la superficie pulsa il trauma del Giappone, ossessionato ancora da quel fungo di fuoco e cenere e da una modernizzazione inarrestabile e repentina. Neo-Tokyo è una splendida carogna dorata, dove l’evoluzione tecnologica ha divorato ogni morale, i politici sono corrotti e i giovani sono abbandonati a se stessi. Il messaggio è un monito universale sulla superbia umana, e quando la scienza e l’ambizione superano il controllo umano…allora l’unica conclusione possibile è l’autodistruzione. Quella massa informe di carne, cavi e organi che fagocita ogni cosa, non è solo lo stadio finale della mutazione di Tetsuo, ma rappresenta la metafora perfetta di un progresso tecnologico che ha perso la sua umanità.

L’Ossessione per il Dettaglio

Se la storia è un gancio dritto allo stomaco, la tecnica vi strappa letteralmente gli occhi dalle orbite. Considerate che prima del 1988 l’animazione giapponese viaggiava su binari di risparmio. Otomo e il suo team decisero che non era abbastanza e fondarono l’Akira Committee, una gigantesca coalizione di aziende di distribuzione, studi d’animazione e produttori capaci di mettere insieme un budget astronomico di oltre un miliardo di yen, 10 volte il costo di una produzione standard.

Il risultato fu un’opera d’arte artigianale senza precedenti, realizzata interamente a mano, foglio dopo foglio. Il film vanta oltre 100000 rodovetri, ovvero i fogli trasparenti usati per l’animazione tradizionale. I movimenti, il fumo e l’acqua si muovono a ventiquattro fotogrammi al secondo reali, una densità visiva mai più replicata. A questo si aggiunge la rivoluzione del colore, con ben 327 tonalità di colori diverse per catturare la luce dei neon. Inoltre, per la prima volta, i dialoghi furono pre-registrati, permettendo agli animatori di modellare il labiale sulle reali espressioni degli attori.

Il Big Bang del Cinema Moderno

Prima di Akira, l’animazione in Occidente era quasi esclusivamente sinonimo di prodotto per famiglie o di favola rassicurante nello stile Disney. Otomo ha frantumato questo pregiudizio con un proiettile ben assestato. Il film ha dimostrato al mondo intero che l’animazione poteva essere adulta, complessa, brutale, filosofica e visivamente superiore a gran parte del cinema dell’epoca.

L’impatto sulla storia del cinema è semplicemente incalcolabile. Ha aperto le porte dell’Occidente all’invasione dei manga e degli anime, sdoganando registi del calibro di Hayao Miyazaki, Satoshi Kon e Mamoru Oshii, il cui “Ghost in the Shell” deve moltissimo alle atmosfere di Otomo.

Immagine promozionale principale del film anime cyberpunk Ghost in the Shell del 1995, diretto da Mamoru Oshii.

Senza Akira, Hollywood non avrebbe mai concepito la fantascienza distopica nello stesso modo. Registi storici e sceneggiatori visionari hanno apertamente dichiarato che l’estetica visiva e i concetti filosofici di opere monumentali come Matrix sono nati proprio sulle strade asfaltate di Neo-Tokyo.

L’attore Keanu Reeves nel celebre ruolo di Neo all’interno della saga cinematografica Matrix

La Scivolata che cambiò tutto

E poi c’è quella scena ormai leggendaria. Kaneda corre sulla sua moto rossa fiammante, un mostro di design cyberpunk a silhouette ribassata, con adesivi commerciali sul muso. Insegue una banda rivale, sterza bruscamente, frena e si esibisce in una scivolata laterale di novanta gradi, lasciando che la ruota posteriore fumi sull’asfalto mentre i fari lasciano scie di luce scarlatta nella notte profonda.

Quella singola inquadratura è diventata l’equivalente visivo del riff di chitarra più famoso della storia, un’icona culturale prima ancora che esistessero i meme digitali. È un’inquadratura che trasuda una freschezza geometrica e dinamica senza pari, tanto che registi e animatori di tutto il mondo non hanno mai resistito alla tentazione di omaggiarla.

Si va dai cartoni animati americani come “Batman”, gli “X-Men”, “Adventure Time” e “Teen Titans”, fino al cinema di Hollywood, dove Steven Spielberg l’ha inserita esplicitamente in “Ready Player One” e Jordan Peele l’ha riproposta nel suo horror “Nope”. Lo stesso omaggio si ritrova costantemente nei videogiochi e negli anime, da “Cyberpunk 2077″ fino a serie iconiche come “Gurren Lagann”, “Kill la Kill” e persino “Pokémon”. La Akira Slide è diventata il simbolo supremo del movimento dinamico, l’istantanea di una ribellione giovanile che sa esattamente come curvare prima dell’impatto.

Un’Eredità Immortale

A distanza di quasi quarant’anni, l’urlo disperato di Kaneda e la risposta furiosa di Tetsuo echeggiano ancora con forza nell’immaginario collettivo globale. Akira non è invecchiato di un singolo giorno perché non appartiene semplicemente al passato, ma è un’opera d’arte totale che ha saputo predire il futuro sia nei suoi temi che nella sua forma visiva.

Ogni volta che vedete una metropoli distopica avvolta dal neon, ogni volta che qualcuno perderà tragicamente il controllo del proprio potere, o ogni volta che una moto frena di traverso lasciando una scia luminosa nella notte, state guardando il riflesso del capolavoro di Katsuhiro Otomo. Un film che ha preso il futuro, lo ha smontato pezzo per pezzo per poi riconsegnarci il tutto in un groviglio perfetto di carne, metallo, velocità e luci al neon.

Federico Sclaverano

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Federico Sclaverano, classe 2004. Sono un’anomalia del sistema, nata per destabilizzare la quiete di una normalità che mi sta stretta. Nutro la mente con cinema, teatro, fisica, storia e fumetti, collezionando tutto ciò che trasforma il semplice respiro in qualcosa di degno di essere vissuto. La mia missione? Ancora in fase di scrittura, ma l’obiettivo è chiaro: far divertire chi mi circonda e rendere felici gli altri, senza però sprecare il breve tempo che mi è concesso. Se cercate qualcuno che prenda la vita seriamente senza mai rinunciare a dissacrarla, io sono il cavallo che fa al caso vostro. E se sentite nitrire adesso sapete chi è.

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