Hattori Hanzo, il samurai con la katana che attraversa i secoli

Hattori Hanzo, il samurai con la katana che attraversa i secoli

Ci sono nomi che non appartengono alla storia, ma all’epica. Hattori Hanzo è uno di quelli. Lo pronunci e senti l’odore del ferro bagnato, il sudore freddo di un uomo nascosto tra i bambù, il rumore secco di una lama che non concede appello. Il suo nome completo era Hattori Hanzō Masanari. Nasce nel 1542 nella provincia di Iga, territorio montuoso e ribelle, culla di quella disciplina opaca che l’Occidente avrebbe poi chiamato “ninjutsu” con l’ingenuità di chi crede che il mistero sia un costume di carnevale. Iga, nel Giappone del periodo Sengoku, era una zona turbolenta, un laboratorio di guerriglia e strategie non convenzionali in un’epoca in cui i signori feudali si divoravano tra loro come cani rabbiosi.

Rappresentazione del leggendario Hattori Hanzo

Hanzo entra giovanissimo al servizio di Tokugawa Ieyasu, il futuro unificatore del Giappone e fondatore dello shogunato Tokugawa. Non è un dettaglio: servire Ieyasu significava stare dalla parte del cavallo vincente, ma prima che fosse chiaro che avrebbe vinto. Significava attraversare guerre civili, tradimenti, assedi, notti insonni e alleanze che si spezzavano come ramoscelli secchi.

Iconografia di Tokugawa Ieyasu

Le cronache lo descrivono come un comandante di uomini provenienti da Iga ( una ex provincia del Giappone, situata nell’area occidentale dell’attuale prefettura di Mie) , esperti in tecniche di infiltrazione, spionaggio e sabotaggio. Non era un’ombra solitaria con il volto coperto; era un ufficiale samurai con un compito preciso: proteggere Ieyasu e garantire la sopravvivenza di una casata destinata a dominare per oltre due secoli. Dopo l’episodio cruciale della fuga di Ieyasu attraverso la provincia di Iga nel 1582, in seguito alla morte di Oda Nobunaga, il nome di Hanzo diventa sinonimo di lealtà e astuzia. Senza quella fuga, la storia del Giappone avrebbe potuto cambiare direzione. Morì nel 1596, probabilmente per cause naturali. Nessuna esplosione di fumo, nessun corpo scomparso in un lampo. Eppure, con la sua morte, iniziò la vera vita di Hattori Hanzo: quella del mito.

Iconografia di Hattori Hanzo

Dal comandante al demone: la nascita di un archetipo

Il Giappone ha un talento particolare per trasformare uomini reali in creature leggendarie. Hanzo non è stato solo un guerriero; è diventato un archetipo. Già durante il periodo Edo, il suo nome circolava in racconti popolari che ne amplificavano le gesta. L’ufficiale al servizio dei Tokugawa si trasforma lentamente in un ninja quasi sovrumano, capace di attraversare l’acqua, sparire nella notte e comandare spiriti.

Il soprannome “Oni no Hanzo”, il Demone Hanzo, non nasce per caso. È la fusione perfetta tra disciplina samurai e mistero ninja, due universi che nella realtà storica non erano così nettamente separati come la narrativa moderna ci ha insegnato a credere. Hanzo era un samurai di rango ma guidava uomini provenienti da una tradizione di guerriglia irregolare. Questa ambiguità lo rende perfetto per la leggenda. Con il tempo, la figura storica si sfilaccia. Rimane il nome, rimane la lama, rimane la sensazione che dietro ogni porta scorrevole possa esserci un uomo immobile, pronto a colpire.

Hattori Hanzo nel cinema e nella televisione giapponese

Il Novecento giapponese riscopre Hanzo come personaggio seriale. Cinema, manga e televisione lo trasformano in protagonista di un universo parallelo dove la fedeltà si mescola alla vendetta e la storia si piega alle esigenze dello spettacolo. Negli anni Sessanta e Settanta compaiono film e serie televisive dedicate a Hattori Hanzo. In alcune produzioni, è il guerriero incorruttibile che difende lo shogunato; in altre, diventa quasi un giustiziere solitario, più vicino all’immaginario del ninja romantico che alla realtà documentata del comandante Tokugawa. La saga cinematografica “Shinobi no Mono”, pur non sempre centrata esclusivamente su di lui, contribuisce a consolidare l’idea di un Hanzo agile, spietato e immerso in un mondo di intrighi.

La televisione giapponese lo utilizza come figura simbolica nelle jidaigeki, i drammi storici ambientati nel periodo feudale. Qui Hanzo non è soltanto un uomo: è una funzione narrativa. È la mano invisibile del potere, l’agente segreto ante litteram, il guardiano silenzioso della stabilità politica. Con il passare dei decenni, il suo nome diventa una scorciatoia culturale. Dire “Hattori Hanzo” significa evocare un intero universo di spade, codici d’onore e missioni notturne. È un marchio inciso nella memoria collettiva.

La katana che attraversa l’oceano: Tarantino e Kill Bill

Poi arriva Quentin Tarantino, e con lui l’Occidente decide di innamorarsi definitivamente di Hattori Hanzo. In Kill Bill: Volume 1 (2003), Hanzo è interpretato da Sonny Chiba, attore leggendario del cinema d’azione giapponese. Tarantino non si limita a citare il nome: costruisce un ponte tra il mito storico e la cultura pop globale. Il suo Hanzo è un ex fabbricante di spade che ha giurato di non forgiare più strumenti di morte. Vive a Okinawa, gestisce un ristorante di sushi, parla con ironia trattenuta e un passato che pesa come acciaio.

Quando La Sposa entra nel suo locale, la leggenda si riattiva. La forgiatura della katana diventa una liturgia. Il maestro riluttante accetta di tornare al suo antico mestiere per creare “la migliore spada mai realizzata da un uomo”. Tarantino gioca con il mito: il nome di Hanzo non è più solo quello di un ninja, ma di un artigiano supremo, un demiurgo della violenza elegante. Quella scena, con il suono del martello sull’acciaio e la luce che accarezza la lama, ha fatto più per la popolarità globale di Hattori Hanzo di quanto abbiano fatto secoli di cronache. Da quel momento, il nome entra stabilmente nell’immaginario occidentale. Non importa se il vero Hanzo non era un fabbro leggendario. E Tarantino, con la sua ossessione per il cinema di genere giapponese, ha compiuto un’operazione chirurgica: ha riportato Hanzo in patria e poi lo ha riesportato come icona universale.

Dal Sengoku alla cultura pop: un marchio immortale

Oggi Hattori Hanzo è ovunque. Nei videogiochi, nei manga, negli anime, nelle serie internazionali. Il suo nome viene attribuito a personaggi che incarnano abilità sovrumane e disciplina assoluta. È diventato un’etichetta per definire il ninja per eccellenza, anche quando la connessione con la figura storica è sottile come un filo di seta.

Nel quartiere di Chiyoda a Tokyo esiste ancora la “Hanzomon”, una delle porte del Palazzo Imperiale, così chiamata perché Hanzo era responsabile della sicurezza di quella zona. È un dettaglio urbano che sopravvive ai secoli, una traccia concreta in mezzo alla nebbia del mito.

Una delle porte del palazzo imperiale Hanzomon

Il paradosso è questo: più il personaggio viene reinventato, più il suo nome si rafforza. L’uomo reale, nato nel 1542 e morto nel 1596, si dissolve lentamente, ma il simbolo cresce. Hattori Hanzo non è più soltanto un comandante al servizio dei Tokugawa; è la personificazione dell’ombra strategica, dell’intelligenza militare che lavora dietro le quinte, della lama che decide il destino di un impero.

Perché Hattori Hanzo non smette di ossessionarci

Forse la risposta è semplice e brutale. Hattori Hanzo rappresenta il punto di contatto tra disciplina e mistero. È il guerriero che non combatte per gloria personale ma per un ordine più grande, e allo stesso tempo è l’uomo che si muove fuori dal campo visivo, dove la storia ufficiale raramente illumina. Nel mondo contemporaneo, affollato di eroi rumorosi, Hanzo resta un fantasma. Non ha bisogno di gridare. È già inciso nella cultura globale, dalla provincia di Iga alle sale cinematografiche di Los Angeles.

E così, mentre il tempo consuma le ossa e ingiallisce i documenti, Hattori Hanzo continua a camminare. Lo trovi tra le pagine dei drammi storici giapponesi, tra le inquadrature di Tarantino, nelle conversazioni notturne di chi fantastica su ninja e samurai. È un nome che vibra come una corda tesa. Un uomo nato nel pieno del caos feudale è diventato un’icona immortale. E forse è questo il vero colpo da maestro: non la fuga attraverso Iga, non la protezione di Tokugawa Ieyasu, ma la capacità di attraversare i secoli senza mai perdere il filo della lama.

Hank Cignatta

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