Willie Colón, l’architetto del suono urbano latino
Parlare di Willie Colón significa infilarsi in un vicolo del Bronx nel 1967 con una tromba in mano e il fiato corto. Significa sentire l’odore di asfalto caldo, rum, sudore e rivoluzione. La Salsa non è nata nei salotti ed è esplosa nei quartieri dimenticati di New York. E lui era lì, giovane, arrogante ed affamato. Willie Colón non è stato soltanto un trombonista. È stato un architetto del suono urbano latino. Un regista di risse musicali. Un ragazzo portoricano cresciuto nel Bronx che ha deciso che la sua orchestra avrebbe suonato come una banda di strada con il cuore in fiamme.

Il 21 febbraio 2026 se n’è andato, portato via da una malattia dell’apparato respiratorio. Una fine quasi crudele per un uomo che aveva fatto del fiato la propria arma principale. Il trombone vive di respiro e il respiro, alla fine, gli ha presentato il conto. Ma prima di quel giorno, Colón aveva già inciso il suo nome nel cemento della città.
Il Bronx, il trombone e la guerra sonora
Anni Sessanta. New York è un animale sporco e affamato. Harlem vibra, il Lower East Side pulsa e il Bronx è una polveriera. I figli dell’immigrazione caraibica cercano una voce. Willie ha sedici anni quando entra nella scena. Sedici. Firma con la leggendaria Fania Records, la casa discografica che diventerà il Pentagono della Salsa. Lì dentro si fabbricava dinamite.

Colón non era un virtuoso da conservatorio, era un ragazzo che aveva capito che il trombone poteva suonare come una sirena della polizia o come un colpo di pistola.

Il suo suono era grasso, aggressivo, quasi minaccioso. Mentre altri cercavano eleganza, lui cercava impatto. Era musica per marciapiedi crepati e non di certo per teatri dorati.
L’incontro con Héctor Lavoe: poesia e autodistruzione
Poi arriva l’incontro che cambia tutto. Un giovane cantante portoricano con la voce di un angelo caduto e lo sguardo di chi ha già visto troppo. Héctor Lavoe diventa la voce dell’orchestra di Colón. Insieme sono dinamite pura. Andavano oltre il concetto di musicisti: erano veri e propri cronisti emotivi di strada. Le loro canzoni parlavano di quartieri, di delinquenti romantici, di amori disperati, di sogni che si sbriciolano contro il cemento di Manhattan. Album come “El Malo” diventano manifesti sonori. Il titolo stesso è una dichiarazione d’intenti: il cattivo. Il bandito. L’anti-eroe.
Lavoe canta con una malinconia che sembra arrivare direttamente da un funerale di periferia mentre il trombone di Colón costruisce muri sonori spessi come palazzi. Insieme raccontano l’identità latina negli Stati Uniti senza filtri e senza pietà.

Fania All-Stars: la Salsa diventa impero
La Salsa, fino a quel momento, è un linguaggio di quartiere. Poi esplode. E al centro dell’esplosione ci sono le Fania All-Stars. Colón ne è uno dei generali.
Concerti leggendari al Cheetah di Manhattan, tournée che trasformano la musica latina in un fenomeno globale. La Salsa smette di essere soltanto musica da ballo e diventa identità politica, orgoglio culturale, bandiera. Negli anni Settanta, mentre l’America combatte guerre lontane e scandali domestici, nei club latini si combatte un’altra battaglia: quella per esistere.
Colón capisce una cosa fondamentale: la Salsa non è solo ritmo. È narrazione, cronaca, lotta sociale. Inizia a inserire temi politici, di denuncia e consapevolezza. La sua musica si fa più complessa, più orchestrata, più ambiziosa.
Dalla strada al potere: l’artista e il politico
Molti artisti restano intrappolati nel proprio mito. Colón no. Si trasforma. Produce, arrangia, collabora con giganti della musica latina. Si avvicina alla politica, diventa una figura pubblica impegnata. Non è più soltanto il ragazzo del Bronx con il trombone. È un uomo che vuole influenzare la realtà.
Negli anni Ottanta e Novanta, mentre la Salsa cambia pelle e il mercato si orienta verso sonorità più commerciali, Willie Colón rimane un punto di riferimento. Non sempre al centro della scena ma sempre presente. Come un veterano che osserva il campo di battaglia e sa di aver scritto una parte della storia.
L’eredità di Willie Colón nella storia della Salsa
Oggi parlare di Salsa senza nominare Willie Colón è come raccontare il rock senza citare i Rolling Stones. Il suo contributo non è solo musicale ma di tipo culturale. Ha dato alla comunità latina di New York un suono riconoscibile, potente ed orgoglioso. Il suo trombone ha definito un’estetica. Le sue produzioni hanno lanciato carriere. Il suo sodalizio con Héctor Lavoe rimane uno dei capitoli più intensi e tragici della musica latinoamericana. E la sua visione ha aiutato la Salsa a diventare un fenomeno globale, capace di attraversare oceani e generazioni.
Willie Colón non è stato un santo o un eroe perfetto. È stato un uomo cresciuto in mezzo al rumore della città, che ha trasformato quel rumore in ritmo. Ha preso il caos e lo ha orchestrato. E quando oggi, in un bar di Brooklyn o in un quartiere di San Juan parte un vecchio pezzo della Fania, si sente ancora quell’eco. Non è nostalgia ma memoria viva. La Salsa, quella vera, ha ancora il suono di un trombone che taglia l’aria come una lama. E dietro quella lama c’è il sorriso sornione di Willie Colón, il gangster elegante che ha insegnato a New York a ballare con i pugni chiusi.
Hank Cignatta
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