Tropicalismo: la rivoluzione in musica che incendiò il Brasile
E’ una domenica pomeriggio assolata e dalle temperature stranamente fuori stagione quella che si prospetta oggi. La mia Noël corre e gioca come una matta nel parco sotto la mia supervisione mentre io mi gusto un buon sigaro. Nel dettaglio è un Parcero Brasil Robusto, sigaro che nasce dall’aromatica amicizia tra l’involucro di tabacco Mata Fina proveniente dal Brasile, la sottofascia messicana Sumatra Seed e il ripieno Criollo e Piloto domenicano. Un gustoso piacere carioca in bocca che rende aromaticamente più interessante quella domenica, mentre la mia Noël passa dai zero ai centonovantotto km/h in pochissimi secondi. Nella mia mente iniziano a risuonare le note di Tropicalia di Caetano Veloso mentre aromatiche nuvole di fumo dalla mia bocca si levano nel cielo.
Bahia, 1967: chitarre elettriche sotto il sole tropicale
Il Tropicalismo o Tropicália, se vogliamo chiamarlo con il suo nome più sensuale e meno addomesticato, non è stato soltanto un movimento musicale. È stato un’esplosione controllata nel cuore del Brasile degli anni Sessanta, un atto di sabotaggio culturale compiuto con chitarre Fender, tamburi afro-brasiliani e una quantità disarmante di coraggio.

Nel 1967 il Brasile non era una cartolina esotica per turisti europei in cerca di samba e caipirinha. Era un Paese sotto dittatura militare, un laboratorio di repressione dove la cultura veniva osservata con lo stesso sospetto con cui si guarda un coltello in tasca ad un adolescente. E proprio lì, tra Salvador de Bahia e San Paolo, un gruppo di musicisti decise che la tradizione non doveva essere protetta sotto vetro ma frullata insieme al rock psichedelico, al pop internazionale e alla poesia concreta.

Al centro della tempesta c’erano figure come Caetano Veloso e Gilberto Gil, affiancati da menti visionarie come Gal Costa, Tom Zé e la band psichedelica Os Mutantes. Non erano semplici cantanti: erano sabotatori sonori con il sorriso sulle labbra.
Tropicália: antropofagia culturale in salsa elettrica
Per capire il Tropicalismo bisogna afferrare un concetto che ai puristi fece venire l’orticaria: l’antropofagia culturale. L’idea, già teorizzata negli anni Venti dal modernismo brasiliano, era semplice e brutale: divorare le influenze straniere per rigurgitarle trasformate, più forti e più nostre.
Così accadde che i Beatles incontrassero il samba, che le orchestrazioni psichedeliche si infilassero tra le pieghe della bossa nova di João Gilberto, e che il suono delle chitarre elettriche – considerate sacrileghe da parte della sinistra nazionalista – diventasse un’arma politica.
L’album-manifesto fu “Tropicália: ou Panis et Circencis”, pubblicato nel 1968. Non un semplice disco, ma una dichiarazione di guerra estetica. Dentro c’era tutto: rumore, lirismo, ironia, caos organizzato. Era come ascoltare il Brasile che si guardava allo specchio dopo aver assunto una dose massiccia di LSD culturale.
La dittatura, l’esilio e il suono della censura
Il potere non ama essere preso in giro, soprattutto quando la presa in giro è intelligente. Nel 1968 il regime militare irrigidì la censura con l’Atto Istituzionale n. 5. Veloso e Gil furono prima arrestati e in seguito esiliati a Londra. Immaginate due musicisti tropicali catapultati nella grigia Inghilterra post-Beatles, tra pioggia e malinconia. Eppure quell’esilio trasformò il Tropicalismo in qualcosa di ancora più internazionale e ben presto Londra divenne un crocevia. Il dialogo con la scena rock britannica consolidò l’idea che la musica brasiliana potesse essere globale senza perdere identità.
Quando Veloso e Gil tornarono in patria nei primi anni Settanta, il movimento in senso stretto si era già dissolto, ma il virus era entrato nel sistema. La musica popolare brasiliana non sarebbe più stata la stessa.
Tropicalismo e Italia: un’eco inatteso negli anni Sessanta
E l’Italia non restò di certo impermeabile. Negli stessi anni in cui il Tropicalismo incendiava il Brasile la penisola viveva il proprio terremoto sonoro. Le radio trasmettevano Adriano Celentano e Mina mentre una nuova generazione di cantautori cominciava a infilare poesia e critica sociale nella forma canzone. Non esiste un Tropicalismo italiano in senso stretto, ma esiste un dialogo sotterraneo. Le influenze brasiliane arrivarono attraverso festival, importazioni discografiche e collaborazioni.
Artisti come Chico Buarque – vicino per sensibilità politica e poetica ai tropicalisti pur non essendone parte organica – trovarono in Italia una seconda casa. Buarque visse a Roma durante l’esilio e incise versioni italiane dei suoi brani, contaminando l’ambiente cantautorale.
Il gusto per la contaminazione, per l’ibridazione tra musica popolare e sperimentazione, attecchì anche qui. Alcuni lavori di Lucio Battisti mostrano un’apertura ritmica e armonica che dialoga indirettamente con le libertà tropicaliste. Non è copia, è atmosfera condivisa: la convinzione che la canzone possa essere laboratorio.
Psichedelia mediterranea e rivoluzione permanente
Il Tropicalismo non fu solo suono. Fu moda, arti visive, teatro. Un’estetica totale. E questa visione totale è ciò che lo rende In Italia, la fascinazione per il Brasile attraversò anche il cinema, la televisione, l’immaginario collettivo. La bossa nova prima e il Tropicalismo poi alimentarono una certa idea di modernità esotica, sofisticata ma ribelle. Le orchestrazioni tropicali iniziarono a comparire nelle colonne sonore, nei jingle, nei varietà televisivi. Una forma di assorbimento lento, meno ideologico ma non meno significativo affine a certi fermenti italiani del Sessantotto: l’idea che la cultura pop non sia un passatempo ma un campo di battaglia.
In Italia, la fascinazione per il Brasile attraversò anche il cinema, la televisione, l’immaginario collettivo. La bossa nova prima e il Tropicalismo poi alimentarono una certa idea di modernità esotica, sofisticata ma ribelle. Le orchestrazioni tropicali iniziarono a comparire nelle colonne sonore, nei jingle, nei varietà televisivi. Una forma di assorbimento lento, meno ideologico ma non meno significativo.
L’eredità del Tropicalismo oggi
Oggi il Tropicalismo è studiato nelle università, celebrato nei festival, ristampato in vinile per collezionisti con barba curata e impianto hi-fi da culto domestico. Ma ridurlo a oggetto vintage sarebbe un errore grossolano. La sua vera eredità è l’idea che l’identità culturale non sia una fortezza ma un organismo mutante. Che si possa essere radicali e pop allo stesso tempo e dove la tradizione non sia un museo ma un materiale esplosivo.
Dal Brasile all’Italia passando per Londra, il Tropicalismo ha dimostrato che la musica può essere insieme carnevale e rivoluzione, ironia e tragedia, festa e processo politico. È stato un cortocircuito necessario. E ancora oggi, quando una canzone osa mescolare radici e sintetizzatori, c’è un’eco di Bahia che vibra sotto la superficie.
Hank Cignatta
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