Bernard Edwards: il basso che ha preso il controllo della musica

Bernard Edwards: il basso che ha preso il controllo della musica

C’era una bugia enorme, quasi malata, che circolava nella musica popolare prima che Bernard Edwards entrasse in scena: l’idea che il basso fosse un servo. Un animale da soma. Una presenza necessaria ma muta, condannata a camminare dietro agli altri come uno con la testa bassa e la schiena rotta. Bernard Edwards ha preso quella bugia, l’ha messa sul giradischi, l’ha fatta girare a 33 giri e l’ha distrutta a colpi di groove.

Bernard Edwards

Gli Chic erano una trappola elegante. Paillettes, sorrisi, lusso apparente. Ma sotto quella superficie luccicante c’era una macchina ritmica spietata, una struttura quasi militare. Nile Rodgers tagliava come un rasoio, sì, ma Bernard Edwards era l’ordine. Era la legge non scritta. Il basso non accompagnava la canzone: la governava. Tutto il resto orbitava intorno a quelle linee come pianeti senza volontà.

Nile Rodgers (al centro con la chitarra elettrica) e Bernard Edwards al basso

Ascoltare Bernard Edwards non è mai stato un atto passivo. Il suo basso ti prendeva per lo stomaco, ti piegava la colonna vertebrale e decideva lui come dovevi muoverti. Nessuna richiesta. Nessuna trattativa. Balli o soccombi.

Bernard Edwards e Il groove come arma impropria

Bernard Edwards suonava come uno che aveva capito tutto e non sentiva il bisogno di dimostrarlo. Il suo stile non era educato ma era implacabile. Ogni nota aveva un peso specifico. Ogni pausa era una minaccia. Usava il silenzio come un killer usa il buio.

Bernard Edwards (a sinistra) con Nile Rodgers

Non c’era nulla di casuale ma nemmeno nulla di sterile. Il suo groove era umano, sudato, carnale. Non era il basso che senti in sottofondo mentre fai altro. Era il basso che ti costringe a fare qualcosa, anche se non sai cosa. Il tempo non lo seguiva: lo subiva.

Edwards suonava con il plettro come se fosse un’arma bianca, fregandosene dei dogmi da conservatorio e delle seghe mentali dei puristi. Il risultato era un suono secco, deciso, che colpiva dritto al petto. Non c’era spazio per l’ego, ma nemmeno per la debolezza. Il groove era una questione di sopravvivenza.

Quando il basso prende la scena

Prima di Bernard Edwards, il basso doveva giustificare la propria esistenza. Dopo di lui, non più. Ha insegnato a intere generazioni che il basso può essere dominante senza essere invadente, sexy senza essere ridicolo, potente senza essere rumoroso.

La Disco, grazie a lui, ha smesso di essere musica da intrattenimento ed è diventata musica fisica, roba che ti entra nel corpo prima ancora che nella testa. Edwards ha trasformato la pista da ballo in un campo magnetico. Se eri lì dentro, non avevi scelta. Il suo modo di pensare il ritmo ha contagiato ed ispirato tutto: funk, rock, new wave, hip hop, dance. Ovunque ci sia una linea di basso che prende il comando e trascina il brano per il collo c’è il suo DNA. Anche quando non lo sai. Soprattutto quando non lo sai.

Bernard Edwards non è morto: si è infilato nel sistema nervoso della musica

La storia è crudele con quelli come lui. Gli architetti del suono non fanno rumore quando se ne vanno. Bernard Edwards è uscito di scena in punta di piedi ma ha lasciato un’ombra lunga come un’autostrada notturna. È nei dischi che ancora suonano troppo moderni per essere vecchi. È nei bassisti che cercano il groove perfetto e non sanno perché continuano a fallire.

Edwards aveva capito una cosa fondamentale: il basso non serve a farsi notare. Serve a comandare senza apparire. È potere puro, esercitato con discrezione. È il ritmo che decide chi resta in piedi e chi cade. Quando Bernard Edwards suonava, non stavi ascoltando una canzone. Stavi entrando in un sistema chiuso, senza uscite di sicurezza. E se eri abbastanza stupido da resistere, il basso ti passava sopra lo stesso.

Hank Cignatta

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