Chic, il lato affascinante della Disco Funk
C’è un momento preciso, tra la metà e la fine degli anni Settanta, in cui la Disco Music smette di essere solo una fuga notturna e diventa un linguaggio di dominio culturale. Gli Chic non arrivano per intrattenere ma per imporre uno standard, per insegnare al mondo che si può ballare con l’eleganza di un completo su misura e la precisione di un bisturi. Nile Rodgers e Bernard Edwards non scrivono canzoni: progettano architetture sonore dentro cui milioni di persone si muoveranno all’unisono, come una città illuminata a giorno alle tre del mattino.

New York, fine anni Settanta: la pista come campo di battaglia
In quel periodo New York non dorme ma sanguina. Crisi economica, blackout, criminalità, disillusione post-Vietnam. Nei club, però, accade qualcosa di diverso: la notte è un laboratorio politico travestito da festa. Studio 54, Paradise Garage, The Loft. Qui la Disco non è solo polvere d’angelo distesa su piatti caldi ma è identità, è appartenenza, è corpo che rivendica spazio.

Gli Chic nascono esattamente in questo vuoto pieno di elettricità. Non vengono dalla periferia del funk né dalla psichedelia hippie. Arrivano con un’idea chiara: portare la raffinatezza della musica nera dentro il mainstream fottendosene delle mode del momento.

Nile Rodgers: la chitarra che insegnò alla disco a pensare
Nile Rodgers non suona la chitarra, la scompone. Il suo stile è una lama ritmica che non cerca l’assolo, non cerca protagonismo. È il motore invisibile che trasforma ogni brano degli Chic in una macchina perfetta. La sua Stratocaster bianca, la leggendaria “Hitmaker”, diventa il simbolo di una nuova grammatica musicale: accordi tagliati, stop secchi e groove chirurgico.

Rodgers capisce una cosa prima di tutti: la disco music non deve riempire, deve incastrarsi. Ogni strumento ha uno spazio preciso e ogni colpo è funzionale al movimento collettivo. È musica che pensa come un ingegnere e colpisce come un pugile.

Ma Nile non è solo un chitarrista. È un regista sonoro. Sa leggere la pista, anticipa il corpo, intuisce quando il pubblico ha bisogno di una sospensione o di un’esplosione. Con gli Chic crea un suono che diventerà la base su cui poggeranno decenni di pop, funk, house e hip hop.
Bernard Edwards: il basso come colonna vertebrale del desiderio
Se Rodgers è il cervello ritmico, Bernard Edwards è il sistema nervoso centrale. Il suo basso non accompagna: comanda. Linee elastiche, profonde, ipnotiche. Ogni nota sembra avere una temperatura, un peso specifico. Edwards suona come se stesse raccontando una storia fatta di tensione e rilascio, di attesa e soddisfazione.

Ascoltare il basso degli Chic significa capire che la disco music non è superficiale ma qualcosa di decisamente più complesso, come una scienza del movimento. Edwards costruisce fondamenta così solide che tutto il resto può permettersi di brillare. È il basso che trasforma “Good Times” in una delle linee più campionate e imitate della storia della musica moderna, diventando il ponte diretto tra disco e nascita dell’hip hop. Senza Bernard Edwards, la disco non avrebbe mai avuto gravità.
Chic e la reinvenzione del lusso afro
Gli Chic non celebrano il lusso come ostentazione vuota. In un’epoca in cui l’America nera viene sistematicamente esclusa dai simboli del potere economico gli Chic prendono l’immaginario dell’alta moda, della vita elegante, delle notti esclusive e lo ribaltano.

“Le Freak”, “I Want Your Love”, “Everybody Dance” non sono solo hit: sono…manifesti sonori, ecco . Parlano di desiderio, certo, ma anche di accesso, di presenza, di visibilità. La pista diventa un luogo in cui non si chiede accettazione: la impone attraverso stile, precisione e bellezza. La disco, grazie agli Chic, smette di essere vista come musica effimera e diventa industria culturale sofisticata.
La disco music dopo Chic: niente sarà più lo stesso
Dopo gli Chic nulla suona più uguale. La loro influenza attraversa generi e decenni: dal post-disco all’R&B, dal pop anni Ottanta alla house di Chicago fino al sampling che darà forma al rap delle origini. Nile Rodgers diventa uno degli uomini più richiesti della musica mondiale mentre Bernard Edwards uno dei bassisti più rispettati e copiati di sempre.
Ma il punto non è la carriera individuale. Il punto è che gli Chic hanno insegnato al mondo che ballare può essere un atto intelligente, che la musica da club può avere una struttura, una visione, una profondità storica. Hanno costruito un suono che non invecchia perché non era figlio della moda ma di una necessità.
Gli Chic oggi: il groove come eredità culturale
Riascoltare gli Chic oggi significa riconoscere l’origine di moltissime cose che diamo per scontate. Significa capire che la Disco Music non è stata una parentesi, ma un pilastro. Un linguaggio che ha insegnato al pop a essere ritmico, all’elettronica a essere sensuale e al funk ad essere universale.
Gli Chic non erano una band da pista. Se li vogliamo definire, per gli amanti delle etichette, possiamo dire che erano una tesi musicale sostenuta con classe, rigore e una quantità imbarazzante di groove. E mentre il mondo continua a ballare sulle loro fondamenta, Nile Rodgers e Bernard Edwards restano lì, come architetti silenziosi di una notte che non è mai finita davvero.
Hank Cignatta
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