Scarab, un ruggito di potenza che arriva dall’acqua

Scarab, un ruggito di potenza che arriva dall’acqua

Prima che arrivasse Scarab, il mare era troppo educato

C’è stato un tempo in cui il mare era ancora un posto rispettabile. Barche bianche, uomini sobri, cappellini da marinaio e andature tranquille. Poi qualcuno decise che non bastava più galleggiare: bisognava attaccare l’acqua, entrarci dentro a colpi di cavalli vapore e uscirne vincenti. Quel qualcuno si chiamava Scarab.

Una pubblicità della Wellcraft pubblicata su un giornale negli anni Ottanta

Nato come marchio ad alte prestazioni all’interno dell’universo Wellcraft (storico marchio americano di motoscafi), gli Scarab non furono pensati per il diporto gentile. Era roba da offshore racing, da poker run clandestine, da uomini che volevano arrivare primi anche quando non c’era una gara ufficiale.

Scafi a V profondo, linee aggressive, motori gemelli che non lasciavano spazio alla moderazione: Scarab nasce così, come un pugno sul tavolo della nautica americana.

Alla fine degli anni Settanta e all’inizio degli Ottanta, mentre l’America riscopriva l’ossessione per la velocità in tutte le sue forme(su strada, in aria e in borsa) Scarab portava quella stessa follia sull’acqua. Non erano barche: erano dichiarazioni di intenti.

Il DNA Scarab: potenza, eccesso e assenza di rimorsi

Gli Scarab più iconici (302, 33, 34, 38 KV) erano progettati con un solo obiettivo: correre forte anche quando il mare diceva di no. Lo scafo Deep-V permetteva stabilità a velocità folli, i motori MerCruiser o similari spingevano l’imbarcazione ben oltre ciò che la maggior parte delle persone considerava ragionevole e l’estetica era volutamente sfacciata: livree colorate, grafiche che sembravano uscite da una copertina di disco synth-funk e proporzioni da predatore.

Guidare uno Scarab non era un’esperienza rilassante. Era una negoziazione continua con la fisica, un atto di fede nella meccanica americana e nella propria capacità di tenere la barra dritta mentre tutto intorno vibra. E poi arrivò la televisione. E tutto cambiò.

Miami Vice: quando Scarab diventò un’icona globale

Se oggi chiudi gli occhi e pensi agli anni Ottanta vedi due cose: colori pastello e velocità. Miami Vice non inventò questa estetica, ma la codificò per sempre. E quando, a partire dalla seconda stagione, Sonny Crockett abbandonò il Chris-Craft per salire su uno Scarab 38 KV, l’immaginario collettivo ricevette il colpo di grazia.

Quella barca non era un semplice mezzo di scena ma un’estensione del personaggio. Crockett non guidava: fuggiva, inseguiva, dominava le acque di Miami come un cowboy metropolitano. Lo Scarab 38 KV — con la sua livrea turchese, verde acqua e viola, i motori urlanti e la prua che sembrava puntare dritta verso il futuro — era perfetto. Troppo potente, troppo vistoso, troppo veloce. Esattamente come la serie.

Non è un’esagerazione dire che il marchio Scarab diventò famoso grazie a Miami Vice, ma è altrettanto vero il contrario: Miami Vice aveva bisogno di una barca come Scarab per essere credibile. Dopo la messa in onda, il modello 38 KV esplose nelle vendite, e Wellcraft produsse versioni praticamente identiche a quelle viste in TV. Don Johnson ne ricevette una personale.

Oltre Miami: Scarab e la televisione anni Ottanta

Negli anni Ottanta se una serie TV aveva bisogno di rappresentare potere, velocità o autorità sull’acqua, uno Scarab era la risposta più logica. Comparve in produzioni d’azione, in show ambientati sulle coste americane, in contesti dove la barca non era sfondo ma protagonista visivo. Anche quando non era ufficialmente accreditato, il suo design parlava da solo.

In un’epoca in cui le auto contavano quanto i personaggi (Knight Rider, Magnum P.I., Miami Vice), Scarab fu la muscle car del mare. Il suo ruolo era chiaro: entrare in scena, fare rumore, lasciare il segno.

Il declino dell’eccesso e l’eredità Scarab

Poi gli anni Ottanta finirono. L’eccesso diventò imbarazzante, la velocità iniziò a costare troppo e, soprattutto, le normative cambiarono. Scarab cambiò pelle, proprietà, filosofia produttiva. Oggi il marchio esiste ancora, più moderno, più razionale, con una gamma che guarda anche al divertimento familiare e non solo alla corsa pura.

Ma il mito resta altrove. Resta in quelle barche che sembravano uscite da un videoclip di Jan Hammer. Resta nei poster, nelle VHS consumate e nei sogni di chi voleva scappare via mare invece che su strada. Resta nell’idea che, per un breve periodo, una barca potesse essere più sexy di una supercar.

Scarab non è una barca. È un’epoca che corre ancora

Scarab è il rumore di un motore che copre la musica. È il sole che si riflette su una livrea impossibile. È l’America che accelera senza chiedersi dove stia andando. E se oggi, passando vicino a un porto, senti un rombo che non appartiene al presente, guarda bene: potrebbe essere uno Scarab che non ha mai smesso di correre.

Hank Cignatta

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