Parenti Serpenti e il natale come arma chimica
C’è un momento preciso, ogni anno, in cui il Natale smette di essere una festa e diventa un interrogatorio. Parenti Serpenti di Mario Monicelli parte esattamente da lì: dal tavolo apparecchiato, dal presepe lucido come una bugia, dai sorrisi tirati che odorano di formalina. Siamo a Sulmona, Abruzzo, nella casa degli anziani Saverio e Trieste, dove i figli e i nipoti giungono come falene attirate da luci e cicatrici familiari. Monicelli si mette dietro la macchina da presa e la usa come un bisturi per effettuare l’autopsia più reale del decadimento dei sentimenti familiari natalizi (e non solo).
Parwenti Serpenti, Una tragicommedia senza redenzione
Parenti Serpenti è una commedia tragica solo in apparenza. In realtà è una tragedia travestita da commedia, una risata che ti resta in gola come una lisca. Si ride, sì. Ma si ride male. Si ride come si ride ai funerali, quando non sai più dove mettere la faccia. Il film racconta la disgregazione morale di una famiglia piccolo borghese italiana, senza bisogno di urla o colpi di scena plateali. Qui il dramma è sottile, quotidiano, viscoso. È fatto di frasi gentili che nascondono l’odio, di buone maniere usate come manganelli, di affetto dosato solo quando conviene. Non c’è nessuna virtù salvifica. Solo vizi ordinari: egoismo, ipocrisia, avidità, codardia.

Parenti Serpenti e il Natale come pretesto narrativo (e morale)
Il Natale, in Parenti Serpenti, non è una cornice. È un acceleratore di particelle emotive .È il momento dell’anno in cui la famiglia deve dimostrare di esistere, anche quando è già morta dentro. La richiesta dei genitori anziani (semplice, disarmante, umana) diventa una bomba a orologeria. Nessuno vuole prendersi cura di loro. Nessuno ha il coraggio di dirlo apertamente. Allora si parla d’altro. Si mangia. Si canta. Si recita la parte. Ed è lì che Monicelli colpisce: nel silenzio, negli sguardi, nelle frasi lasciate a metà. Il Natale serve solo a far cadere le maschere, non a ricomporle.

Personaggi: maschere grottesche dell’ipocrisia familiare
In Parenti Serpenti i personaggi non sono semplici figure narrative: sono archetipi morali, incarnazioni precise di un’Italia che predica bene e razzola peggio. Monicelli li scolpisce con una ferocia chirurgica, senza trasformarli in macchiette.

Saverio e Trieste: il nucleo dell’ipocrisia
I due anziani genitori, Saverio (interpretato da Paolo Panelli) e Trieste (Pia Velsi), sembrano i soli a credere ancora nella famiglia come istituzione. Saverio, ex carabiniere in pensione e Trieste, arzilla nonna di ferro, invitano figli e nipoti nella speranza di mantenere vivo un legame che, al primo sguardo, appare già spezzato.

La loro richiesta (che uno dei figli li accolga a casa propria) non è un gesto di debolezza ma una trappola morale. È l’innesco che farà esplodere l’egoismo di ognuno, mostrando quanto sia comodo parlare d’amore quando non si è chiamati a praticarlo.
Lina, Michele e Mauro: nevrosi festive
Lina (Marina Confalone) è la figlia nevrotica, bibliotecaria che tenta di mascherare l’inquietudine con diagnosi da dizionario. Al suo fianco, Michele (Tommaso Bianco), il marito geometra e cacciatore, porta nel film quella mascolinità provinciale che profuma di retorica e confusione.
Il loro figlio Mauro osserva tutto con innocenza cinica, come chi capisce più di quanto dica.

Milena e Filippo: la tristezza mascherata da normalità
Milena (Monica Scattini), casalinga frustrata dalla vita e dal destino che non le ha concesso figli e il marito Filippo (Renato Cecchetto) tentano di dipingere un’apparente serenità laddove regna in realtà un vuoto che nessun dolce di Natale può riempire. La loro sofferenza non esplode con rabbia ma si insinua come una fessura in un muro già crepato.

Alessandro, Gina e la giovane Monica: modernità e malintesi
Alessandro (Eugenio Masciari), comunista di facciata e impiegato delle Poste e la sua vivace moglie Gina (Cinzia Leone) introducono nella tavolata quella tensione tra ideali e opportunismi che attraversa l’Italia.
La figlia Monica (Eleonora Alberti) osserva, sogna e assorbe come una spugna: il suo sovrappeso non è solo fisiologico ma simbolico di una cultura che ingrassa sulle apparenze.
Alfredo: il figlio diverso nel coro di ipocrisie
Alfredo (Alessandro Haber), figlio scapolo e professore in un liceo femminile è l’elemento più “moderno” del gruppo. Quando rivela la sua omosessualità la famiglia reagisce come se fosse un avviso di pericolo: non si tratta di accettazione, ma di inquietudine identitaria. Ogni personaggio è un riflesso deformato di ciò che vorremmo essere: buoni, comprensivi, generosi. Invece sono specchi incrinati che restituiscono solo la nostra parte peggiore.
Una famiglia piccolo borghese come microcosmo dell’Italia
Quella raccontata in Parenti Serpenti non è una famiglia “cattiva” ma molto peggio: è una famiglia normale. Piccolo borghese, rispettabile, apparentemente perbene. Esattamente come l’Italia che Monicelli ha sempre raccontato con amore feroce. Monicelli non giudica dall’alto e ti costringe a sederti a quel tavolo. Ti fa capire che potresti essere uno di loro. E questa è la vera potenza della pellicola.

Il finale: quando la commedia diventa veleno puro
Senza entrare in spoiler espliciti il finale di Parenti Serpenti è uno dei più spietati del cinema italiano. È un gesto estremo compiuto con la stessa naturalezza con cui si sparecchia la tavola. Un atto che chiude il cerchio e rende chiaro il messaggio: la famiglia, quando è solo un’istituzione vuota, può diventare letale.
Perché Parenti Serpenti è più attuale oggi che nel 1992
Quando uscì nelle sale nel 1992 Parenti Serpenti fu accolto con disagio. Troppo cinico, crudele e vero. Oggi, a distanza di oltre trent’anni, è diventato profetico. La famiglia come obbligo sociale, le persone anziane che diventano un peso da scaricare a qualcun altro e il Natale come rituale vuoto buono solo per le foto: tutto questo appartiene molto più al presente che al passato.
Un anti-Natale che non smette di far riflettere
Parenti Serpenti non è un film da guardare per sentirsi meglio. È un film da guardare per riconoscersi e magari provare un po’ di vergogna per via delle tante assurdità di questo triste mondo malato che leggiamo sui giornali e sentiamo dai telegiornali tutti i giorni. Monicelli firma un’opera che distrugge la retorica natalizia pezzo per pezzo, senza bisogno di effetti speciali. Solo dialoghi affilati, personaggi veri e una verità scomoda: sotto l’albero non ci sono regali ma conti da regolare.
Ed è per questo che ogni dicembre, puntuale come un parente indesiderato, Parenti Serpenti torna a bussare. Non per fare gli auguri ma per ricordarci chi siamo davvero, quando crediamo di essere migliori o doverci necessariamente sentirci più buoni solo perché è Natale.
Hank Cignatta
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