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Woodstock cinquant’anni dopo: ricordi sbiaditi ed echi lontani di assoli di chitarra elettrica persi nel vento della storia

I giovani si stavano accalcando di gran carriera in quella piccola cittadina che sta sotto il nome di Bethel, ridente cittadina rurale nello stato di New York. Il traffico in quella piccola città si era congestionato a tal punto da bloccare diverse autostrade che portavano alla Grande Mela. Era il 15 agosto del 1969 e per tre giorni circa un milione di ragazzi in trip da acido ballarono senza sosta per tre giorni di pace, amore e musica. Un’intera generazione (o una buona parte di essa che non era stata decimata nella giungla vietnamita) si accampò per sentire dal vivo i suoi beniamini musicali: Jimi Hendrix, i Santana, Joe Cocker, Joan Baez, Canned Heat, Janis Joplin, gli Who, i Grateful Dead e i Creedence Clearwater Revival sono solo alcuni dei grandi nomi del panorama musicale del periodo che si alternarono sul palco di quello che passerà alla storia come il più grande ed importante evento live del ventesimo secolo. Fu il manifesto del movimento degli Hippie (o figli dei fiori se preferite) e del rock, entrambi in quel momento all’apice del loro splendore.

Veduta aerea dell’affluenza di pubblico a Woodstock

Era il grido di protesta di una gioventù che si ribellava alla guerra del Vietnam che li stava decimando e che gridava ai ragazzi sul fronte di mettere dei fiori nei loro cannoni e ai politici di fare l’amore, non fare la guerra. Era la cosiddetta Summer of Love, che dalla città di San Francisco si diffuse in tutti gli Stati Uniti e non solo.

Un gruppo di hippie vende LSD a un dollaro a Woodstock

Assai positive erano le vibrazioni in quella piccola cittadina dove stava accadendo qualcosa: orde di hippie masticavano tamponi di acido ballavano a ritmo di musica, un gruppo di nome Santana ebbe modo di mettersi in mostra e Jimi Hendrix si rese protagonista di una delle più famose esecuzioni dell’inno americano. La sua interpretazione, caratterizzata dal suono volutamente distorto della sua Fender Stratocaster, simulò il suono di razzi e bombe di cui si fa riferimento nel testo dell’inno americano e fu una delle più celebri forme di protesta nei confronti della guerra del Vietnam. Per non parlare del cunnilingus che praticò alla chitarra, la quale rispose con uno sciame sismico di orgasmi sonori.

Jimi Hendrix suona la chitarra con i denti durante la sua esibizione a Woodstock

Ma che cosa rimane dell’impatto culturale e musicale di Woodstock a cinquant’anni di distanza? Molte testimonianze di chi ha avuto modo di vivere quei tre giorni leggendari, sia sopra che sotto il palco. Indubbiamente il mondo era assai diversa all’epoca del festival di Woodstock: la cultura lisergica era al suo apice, non si aveva timore di sperimentare e non ci si prendeva così dannatamente sul serio come avviene oggigiorno. In tempi in cui anche le pulci tossiscono senza avere minimamente coscienza non solo del mondo che li circonda ma anche della storia, Woodstock rischia di diventare materiale da museo guardato con incredula sufficienza da generazioni che, purtroppo, non saranno mai in grado di comprenderne la grandezza. Senza contare che ormai il rock, nella sua accezione commerciale, non ha più lo stesso valore di un tempo. Cambiano i tempi e i gusti si spostano verso altre sonorità troppo diverse dagli assoli di chitarra. Non è un caso quindi che il concerto per celebrare il cinquantesimo anniversario di Woodstock sia stato cancellato dopo un lungo tira e molla, generando un lungo strascico di polemiche che si sono acuite alla vigilia dell’anniversario. La verità è che il grande Sogno Americano è finito, le ultime grandi rockstar che cantavano la libertà si sono vendute a quelle multinazionali che oggi utilizzano le loro canzoni nei propri spot e le nuove generazioni si muovono svogliatamente smarrite in un mondo che da loro tutto e subito. E a cinquant’anni di distanza da Woodstock purtroppo non ci rimangono che ricordi sbiaditi ed echi lontani di assoli di chitarra elettrica persi nel vento di un pezzo di storia che, per diverse ragioni, è e rimarrà irripetibile.

Hank Cignatta

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