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E' vero. E' giornalismo. E' Gonzo, bellezza.

Una vita da Gonzo: guida breve e semplice al giornalismo Gonzo per curiosi e giornalisti scettici

La mia giornata stava andando relativamente bene: sono sceso dal lato giusto del letto, mi sono svegliato con la voglia di spaccare il mondo come un melone lasciato per troppo tempo sotto al sole e ho fatto una sana colazione grattando i rimasugli di una dispensa sfittica. Non faccio in tempo a pisciare via l’intorpidimento notturno che sento vibrare il mio cellulare. Maledetto strumento di tortura nonché organo complementare di fondamentale importanza di questa stramaledettissima società liquida.

Sblocco il telefono e guardo il messaggio inviatomi da un amico, il quale mi segnala un articolo di di sei anni fa pubblicato da un noto quotidiano e scritto da un collega che affronta il tema del giornalismo Gonzo. Per chi non lo sapesse, il giornalismo Gonzo è un “particolare stile di scrittura giornalistica inventata dal giornalista e scrittore americano Hunter Thompson . Secondo codesto modo di fare informazione, il giornalismo può essere veritiero senza dover essere rigidamente obiettivo” (cit. Wikipedia, così vi risparmiate la fatica di cercare). In parole povere, secondo l’intenzione di Mr. Thompson il giornalismo Gonzo permette al giornalista di immedesimare se stesso a tal punto da diventare il personaggio principale del fatto narrato. Ciò permette(rebbe) un approccio all’accuratezza attraverso la descrizione di esperienze personali ed emozioni, quindi la personalità dell’articolo è importante tanto quanto l’evento del quale si parla.

Bisogna però fare delle importanti nonché doverosi precisazioni: per quanto riguarda l’etimologia il termine Gonzo venne utilizzato per riferirsi agli scritti di Thompson nel 1970. Si riferisce storicamente a chi, nella comunità irlandese di Boston, riesce a “sopravvivere” ad una massiccia maratona alcolica senza cadere in coma etilico. Questo non sta assolutamente a significare che per scrivere un articolo che possa essere etichettato come “Gonzo” si necessiti di essere sotto l’effetto di droghe o di alcol. Semplicemente bisogna avere una determinata sensibilità riguardo la realtà che ci circonda, ricordandosi sempre di ragionare con la propria testa. Per quanto mi riguarda io sono naturalmente stordito, il resto è tutto grasso che cola. Altra cosa fondamentale è il contesto socio- culturale nel quale è nato e si è sviluppato questo stile giornalistico. Esso fa parte del cosiddetto Nuovo Giornalismo, altro movimento più ampio nato e sviluppatosi negli anni Settanta dal giornalista americano Tom Wolfe . Ebbe breve durata ma influenzò e cambiò il giornalismo internazionale. In Italia abbiamo una tradizione di personalità che hanno reso grande il giornalismo italiano. Il problema è che lo stampo con il quale tali personaggi dell’informazione sono stati creati pare sia stato preso e gettato nel fuoco.

Tornando all’articolo, il collega a metà del suo pezzo ancora non riusciva a sentirsi appagato nell’aver trovato una definizione esaustiva di giornalismo Gonzo. Partendo dal presupposto che l’ambiente del mondo dell’informazione in Italia presenta delle interessanti situazioni ma anche delle desolanti realtà, nessuno fa giornalismo Gonzo nel nostro Paese. Ad esempio noi siamo (al momento) una piccola realtà e cerchiamo di fare del meglio del nostro meglio per essere fedeli a questo stile giornalistico sul quale si basa la nostra linea editoriale. E per quanto possa essere intenso il nostro impegno una rondine non fa di certo primavera. Magari qualcuno dirà di aver visto quel programma su quel canale fare un certo modo di “informazione”: lasciate perdere ciò che vi viene mostrato nei programmi televisivi: in quanto tali devono prediligere lo spettacolo e fare ascolti per evitare che il network mandi lo show a dormire con i pesci.

Giungo al termine della lettura dell’articolo del collega il quale, secondo la sua rispettabilissima ma pur sempre personale opinione, afferma che l’unica differenza utile è tra un giornalista che non ha niente da dire e un giornalista “ganzo”. Vengono tirati in ballo personaggi quali il giornalista Tiziano Terzani, Aidan Hartley e Ryszard Kapuscinski e ci domanda se, a loro modo, possono essere definiti giornalisti Gonzo. Certo che lo sono. Anche Aldoux Huxley è un autore Gonzo quando racconta ne Le Porte Della Percezione la sua esperienza con la mescalina. Ma non perché passi da una situazione normale al chiedersi perché inizi a vedere dei draghi rosa fluttuare nella stanza, bensì perché descrive in prima persona un tipo di esperienza personale. Per meglio comprendere che cosa è realmente il Giornalismo Gonzo di fondamentale importanza è la lettura di alcuni libri di Thompson quali Paura e delirio a Las Vegas, Cronache del Rum e Hells Angels nonché i libri del giornalista musicale Lester Bangs. La differenza sta nel modo nel quale si raccontano le cose: per ovvie ragioni sarà differente infatti un saggio breve scritto a scuola da uno studente e un articolo firmato dal collega autore di questo articolo che mi è stato segnalato da un mio amico. Altrimenti non avrebbe senso essere giornalisti. La verità è che il Gonzo Journalism è per temerari fuori di testa, i quali mettono la propria insanità mentale al servizio di un modo diverso di fare e di intendere l’informazione. Fatto in maniera anticonformista, certo. E non vi è la presunzione che questa sia la visione perfetta di giornalismo ma sicuramente rappresenta un modo accattivante e dannatamente interessante di vedere la realtà di questo triste mondo malato cercando di ragionare in maniera autonoma e consapevole. Una valida alternativa alla alienazione e al logorio mentale ed emotivo della vita moderna dettato dai social network e dai reality show. Perché se si nasce Gonzo non si può morire conformisti.

Hank Cignatta

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