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Mike Tyson: ascesa, caduta e rinascita di un campione vittima dei suoi demoni

La Boxe è uno sport che mi ha sempre affascinato. Quando ero piccolo, nei primi anni Novanta, la televisione trasmetteva ancora gli incontri di pugilato in chiaro, dando la giusta attenzione a quegli atleti che hanno reso grande la storia della Nobile Arte nostrana. Con l’avvento delle tv a pagamento che hanno relegato lo sport a coloro che se lo potevano permettere e il pericoloso acuirsi la Boxe ha smesso di essere considerata da quelli che vengono considerati i network televisivi gratuiti per eccellenza. Nonostante l’atleta che è in me adesso sia assopito sotto pesanti strati adiposi tanto da sembrare vittima di una violenta morte per annegamento, c’è stato un periodo della mia esistenza dove stavo per accarezzare l’ipotesi di una carriera da pugile dilettante. Sogno infranto per amore: l’amore per la mia fidanzata dell’epoca e quello per il giornalismo. Mentre il primo è finito in una turbolenza che lo ha fatto definitivamente precipitare, il secondo è ancora vivo e scandisce il ritmo delle mie giornate, portandomi a desiderare giornate da più di ventiquattr’ore. S.P.Q.G., Sono Pazzi Questi Giornalisti, direbbe qualcuno. O molto più semplicemente lo è il povero stronzo che vi sta scrivendo.

Il ring è il posto più bello del mondo. Sai quello che ti può capitare.
(Mike Tyson)

Quando mi allenavo prima a prendere molti pugni e poi ad evitarli e provare a darli indietro uno dei pugili che da sempre mi ha affascinato è stato Mike Tyson. Collo taurino, fisico imponente e una statura relativamente bassa per i pesi massimi ( 1’76 cm): il tutto miscelato ad una potenza, tecnica e cattiveria senza eguali. La cattiveria di Tyson era dettata da un’infanzia difficile, segnata dal divorzio dei suoi genitori e dall’alcolismo della madre. Dopo aver collezionato apparenti figure paterne che hanno sempre trovato il modo per svignarsela dalla sua vita, il piccolo Mike trova nella passione dell’allevamento dei piccioni l’unica via di fuga da una situazione famigliare e da un contesto sociale degradato. A dieci anni ha modo di fare il suo primo incontro con i pugni: un ragazzo più grande di lui, nel tentativo di strappargli via dalle mani uno dei suoi piccioni, lo uccise. Mike lo aggredì, mandandolo al tappeto a pugni.

Mike Tyson in compagnia del suo allenatore e mentore, l’allenatore italo americano Cus D’Amato

L’incontro che gli cambierà la vita lo avrà con l’allenatore italo americano Cus D’Amato, già scopritore di talenti nonché allenatore di grandi campioni del calibro di Floyd Patterson, José Torres e Muhammad Alì. Quando nel 1982 Lorna, la madre di Tyson, morì per un tumore quel burbero ometto adottò legalmente quel ragazzo pieno di rabbia e come uno scultore lo plasmò, facendolo diventare una vera e propria macchina da guerra che si attivava ogni qual volta entrava in palestra o quando doveva affrontare il suo avversario sul ring. Grazie ad allenamenti estenuanti Tyson divenne rapido, tecnico, in grado di sopperire la mancanza dell’altezza a colpi micidiali che avevano lo stesso effetto della dinamite. Fu inoltre il più giovane campione dei pesi massimi a laurearsi campione del mondo, ottenendo il titolo nel 1986 all’età di vent’anni. Cus era riuscito a far incanalare il naturale istinto da killer di Tyson nei guantoni. Ma una volta morto Cus nel 1985, a causa degli strascichi di una polmonite mal curata, i demoni interiori di Iron Mike erano pronti a tendergli una trappola nella quale cadde senza troppa fatica.

Tipico esempio dell’agilità e della potenza esplosiva di Mike Tyson

Don King, il famoso ed eccentrico promoter di pugilato, venne scelto dal campione per seguire i suoi “interessi”: quest’ultimo però lo sfruttò come se fosse una sorta di fenomeno da baraccone: Tyson saliva sul ring, demoliva il suo avversario e Don King contava i milioni. In tutto ciò aggiungete anche una naturale propensione del campione a non riuscire a restare fuori dai guai ed avrete un quadro abbastanza chiaro del mix letale che queste cose messe insieme hanno potuto significare.

Mike Tyson in una foto spiritosa mentre è impegnato in una sessione di autografi. Fosse stata scattata oggi sarebbe stato vittima del fastidioso perbenismo che ammorba i nostri tempi

Le accuse di stupro avanzate dall’attrice Desiree Washington, la dipendenza dalle droghe e i trucchi per cercare di sfuggire ai controlli dell’antidoping, le motivazioni del celebre morso all’orecchio di Evander Holyfield (con il quale oggi ha un solido rapporto di amicizia) sono stati da lui dettagliatamente descritti in True: La mia storia, autobiografia del campione che come nel suo stile pugilistico arriva dritto al cuore per la potenza disarmante della sua verità e permette di avere un punto di vista su chi fosse e chi è adesso realmente Mike Tyson.

Mike Tyson in una foto recente. Il campione ha precorso i suoi tempi, facendo diventare un marchio il suo celebre tatuaggio maori sul viso anni prima che tatuarsi il volto diventasse “mainstream”

La vita lo ha sicuramente messo al tappeto diverse volte ma è sempre riuscito a rialzarsi per tornare più forte di prima. E anche se adesso l’incedere del tempo inizia a palesarsi sul suo volto e sulla sua barba bianca, non stuzzicate il leone. Può sempre tornare a ruggire.

Hank Cignatta

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