La strana storia di Phoenix Jones, il vigilante di Seattle
Una citta’ e il suo supereroe: la genesi di Phoenix Jones
Sono le due di una notte di pioggia a Seattle e la città sembra un fumetto bagnato: neon sbiaditi, birre che puzzano di plastica e l’aria che ti graffia la gola. In mezzo a tutto questo, c’è un uomo in nero e oro che cammina come se avesse ricevuto ordini da qualche sceneggiatore ubriaco. Si fa chiamare Phoenix Jones ma il suo nome vero è Benjamin John Francis Fodor e quello che iniziò come un gesto impulsivo ( una maschera, una corsa verso una rissa) è diventato uno dei casi più strani e seducenti del mito moderno del vigilante mascherato.

Origine e nascita del mito di Phoenix Jones
La storia comincia con un vetro rotto e un figlio che scivola sul selciato: è così che Fodor racconta di aver capito che la civiltà perdeva il suo coraggio. Da quell’esperienza nacque l’idea di non aspettare la polizia ma di farsi giustizia da sé — almeno nelle notti più nere. Da maschere da sci improvvisate all’armatura nera e oro: la transizione fu rapida, mediatica e perfetta per i tempi dei click.

La maschera di Phoenix Jones e la squadra
Phoenix non era un lupo solitario per molto tempo. Intorno a lui si formò il Rain City Superhero Movement, un gruppo che si autodefiniva pattuglia cittadina e che, a suo dire, contava decine di membri con esperienza militare o nelle arti marziali miste. Tra riunioni, quote associative, “assicurazioni per i volontari” e video autoprodotti il movimento prese la forma di una startup di giustizia notturna: estetica curata, storytelling aggressivo e un merchandising morale che raramente lascia spazio ai dubbi.

La notte dell’arresto di Phoenix Jones
Il mito ha sempre bisogno di contrasti. Nell’ottobre 2011 Phoenix Jones fu arrestato per aver spruzzato spray al peperoncino su quattro persone uscite da un locale; lui sosteneva di aver cercato di fermare una rissa mentre la polizia sosteneva che l’eroe mascherato si sia macchiato di aggressione verso persone che, pare, stessero semplicemente festeggiando. L’arresto spalancò le porte dei media e la maschera venne vista sotto nuove luci: non più soltanto eroismo improvvisato ma azioni potenzialmente illegali. Fu un momento spartiacque, ripreso da televisioni e siti che cominciarono a interrogarsi sul confine (sempre più labile) tra civiltà e giustizia privata.
Gloria, ferite e contraddizioni
I racconti di Phoenix sono pieni di ferite reali: è stato preso a pugni, ha affermato di essere stato ferito con armi bianche e di essere stato bersaglio di proiettili durante alcune serate in cui è intervenuto a sgominare il crimine. Dal punto di vista mediatico, fu trattato come un eroe pop e come un fenomeno da baraccone a seconda del giornale: servizi fotografici glamour, profili lunghi che elogiavano il coraggio, e critiche che sottolineavano l’imprevedibilità e i rischi. Aggiungi la sua carriera come combattente e la narrazione si complica: eroe notturno, atleta, padre, imprenditore della propria leggenda.
Declino e nuovi scandali di Phoenix Jones
Il copione da fumetto non regge sempre alla realtà giudiziaria. Anni dopo, mentre il gruppo si sgretolava e l’attenzione pubblica scemava, Fodor affrontò accuse ben più prosaiche e dolorose: nel 2020 emersero denunce legate a presunte attività legate alla droga che culminarono in accuse formali. Per molti osservatori fu la conferma che il costume non bastava più a proteggere né la reputazione né la libertà personale. Il mestiere del vigilante si era scontrato troppo violentemente con il mondo reale.

Il racconto che resta: podcast, indagini e morale
La storia di Phoenix Jones è diventata materia di inchieste e podcast (tra cui la serie The Superhero Complex), che hanno setacciato le notti di Seattle alla ricerca di verità, esagerazioni e responsabilità. Gli approfondimenti non solo ricostruiscono i fatti, ma analizzano la psicologia del personaggio, il rapporto con i media e la facile seduzione dell’eroe autoprodotto in tempi di sfiducia istituzionale. È interessante come a posteriori molti partecipanti, seguaci e critici, concordino su un punto: la storia è meno un monolite eroico e più un mosaico di intenzioni confuse, coraggio mal indirizzato e strategie comunicative brillanti.
Cosa resta del mito di Phoenix Jones
Alla fine, quello che resta è una lezione sporca e complessa: i costumi risplendono, i titoli fanno eco, ma la legge segue percorsi propri e la comunità paga il prezzo delle azioni. Phoenix Jones ha spalancato una domanda che non si risolve con una maschera: chi ha il diritto di fare giustizia quando la giustizia sembra mancare? E quali sono i costi personali e collettivi di chi decide di rispondere con l’azione piuttosto che con la politica?

Se il giornalismo Gonzo ha una religione, è quella di non perdere la domanda più scomoda. Phoenix Jones ce l’ha fatta mettere davanti con tutta la sua patina dorata: è un eroe, un ciarlatano, un padre, un combattente, un uomo processato dalla città che ha voluto proteggere. E per noi lettori resta la tentazione di tifare per il costume, pur sapendo che sotto c’è carne, sangue e la legge che non si veste mai come un supereroe.
Hank Cignatta
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