La morte di George Floyd e quel senso di incazzatura feroce nei confronti dell’abuso di potere

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Questo non è un articolo politico. Chi ci segue con regolarità sa che la nostra linea editoriale non contempla argomenti politici. Preferiamo lasciare questo segmento di notizie a giornali più blasonati e a colleghi che, sicuramente, sanno sviscerare con più dovizia di particolari un argomento che nel nostro Paese, tanto quanto il calcio, è diventato un cliché d’informazione. Il caso della morte di George Floyd, quarantaseienne afroamericano di Minneapolis, nello stato del Minnesota, sta monopolizzando l’opinione pubblica internazionale. Il video del suo arresto, che lo ritrae a terra inerme mentre un poliziotto lo tiene fermo bloccandogli il collo con un ginocchio impedendogli di respirare ha fatto e sta facendo il giro del mondo.

George Floyd

Il nome dell’agente che compare nel video intento a schiacciare con veemenza il suo ginocchio sul collo di Floyd è Derek Chauvin e viene pronunciato tanto quanto il nome dell’ennesima vittima della follia umana. La ricostruzione dei fatti vede alcuni agenti di polizia intervenire per una segnalazione circa la presenza di un uomo sospetto che ha tentato di utilizzare un documento falso all’interno di un supermarket. La chiamata, molto probabilmente effettuata dal proprietario del minimarket, è stata fatta in via precauzionale in quanto gli episodi di violenza e rapina all’interno di questi esercizi commerciali sono molto frequenti. Gli agenti hanno trovato “l’uomo sospetto”seduto in un’auto, apparentemente sotto l’effetto di sostanze stupefacenti. A Floyd è stato intimato di scendere all’auto e lui avrebbe opposto resistenza: a questo punto gli agenti lo avrebbero estratto con forza del veicolo e bloccato a terra. Qui nel tentativo di ammanettarlo e anche in seguito Chauvin ha tenuto premuto a lungo il suo ginocchio sul collo di Floyd, uccidendolo per soffocamento mentre pronunciava le sue ultime parole, I cant breathe, please don’t kill me, ovvero non riesco a respirare, per favore non uccidetemi.

Derek Chauvin, l’agente responsabile della morte di George Floyd

La scena è stata ripresa con il cellulare da una passante, la quale ha pubblicato il video su Facebook Live, diventato irale in pochissime ore. Attualmente, i quattro agenti coinvolti in quello che è ascrivibile come omicidio, sono stati licenziati ma sono ancora a piede libero. L’ulteriore beffa arriva dalla nota ufficiale della polizia di Minneapolis, la quale ha dichiarato la morte di Floyd come “incidente medico”. Le proteste per la morte del quarantaseienne vanno avanti da due giorni, con la comunità afroamericana che chiede giustizia affinché certi episodi non si ripetano più. La morte di Floyd è molto simile nelle dinamiche a quella di Eric Garner, avvenuta nel 2014, in cui l’uomo afroamericano aveva detto al poliziotto prima di morire I can’t breathe.

Istantanea delle proteste pacifiche che in queste ore stanno avendo luogo a Minneapolis

Questo episodio è davvero una scintilla che accende una miccia in una stanza piena zeppa di esplosivi. Tralasciando l’emergenza della pandemia di Coronavirus, la tensione sociale negli Stati Uniti per questo tipo di episodi è ancora molto sentita nonché tremendamente attuale. Sono passati trentatré anni da quando gli N.W.A. gruppo gangsta rap in cui hanno militato figure prominenti della scena del calibro di Dr.Dre, Eazy- E ed Ice Cube hanno dato alle stampe il loro primo album intitolato Straight Outta Copton, al cui interno vi è il brano Fuck Da Police. Questa canzone è un inno di ribellione nei confronti della polizia colpevole di episodi di violenza nei ghetti afroamericani, dove il colore della pelle può seriamente fare la differenza tra l’uscire da casa propria e poterci ritornare la sera, preferibilmente non freddi ed orizzontali. In tutta questa situazione vi è anche lo stucchevole rovescio della medaglia, dove la frase I can’t breathe diventerà il nuovo mantra dei paladini del politicamente corretto per darsi un tono e sentirsi socialmente impegnati. Esattamente come quando c’erano gli individui che sui social si stracciavano le vesti al grido di Je suis Charlie Ebdo senza sapere che cosa sia quella piccola ma dirompente invenzione dell’uomo chiamato umorismo nero. In fin dei conti, questa situazione porterà i telegiornali a creare un numero incalcolabile di servizi, i giornali a scrivere titoloni per avere qualcosa di diverso di cui parlare oltre il Coronavirus e i politici (tra i quali il presidente americano Trump, il quale ha promesso che sarà fatta giustizia) a riempirsi la bocca con parole altisonanti buone per la campagna elettorale e per abbindolare l’elettore con la vana promessa della libertà e la potenza decisionale del proprio voto, il quale, tristemente, vale molto meno della vita di George Floyd.

Hank Cignatta

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Giornalista pubblicista, fondatore e direttore responsabile di Bad Literature Inc.

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