I Volti della Paura: quando lo schermo genera incubi
Ho passato giorni a chiedermi cosa scrivere per Halloween, volevo fare qualcosa di particolare, ma non riuscivo a decidere; fino a che non ho rivisto “Halloween” del 2018 e mentre ero seduto ad inveire contro la stupidità dei personaggi ho avuto un’ idea… Studio cinema, perché non parlare della storia di uno dei miei generi preferiti… l’Horror.

Quindi mettetevi comodi, perché non siamo qui per fare una lezione universitaria con lavagna e i gessetti. Questa è una corsa a fari spenti nella notte del cinema, una ricognizione lunga più di un secolo di ossessioni, incubi, pellicole bruciate e registi che hanno capito una cosa fondamentale prima di tutti gli altri… al pubblico piace avere una paura fottuta.

I Primi Maghi dell’Ombra
Tutto comincia prima ancora che la gente capisse davvero cosa fosse un film. Siamo alla fine dell’Ottocento e mentre i fratelli Lumière riprendevano treni che entravano in stazione facendo scappare la gente in sala, un ex illusionista di nome Georges Méliès capisce che la macchina da presa è la macchina dei sogni e degli incubi.

Nel 1896 gira “Le Manoir du Diable“. Un “filmone” della durata spropositata di… 3,20 minuti (già…) con pipistrelli di cartone sospesi, fili, scheletri che apparivano dal nulla e trasformazioni fatte fermando la manovella della telecamera. Era un’attrazione da fiera, ma “l’incubo” era appena cominciato.
Poi arriva la Prima Guerra Mondiale. L’Europa s’infrange, le città sono distrutte e la Germania si ritrova a pezzi, traumatizzata.

Siamo negli ’20 e in opere come “Il gabinetto del dottor Caligari” o “Nosferatu il vampiro” di F.W. Murnau i fondali realistici (molto presenti all’epoca, anche perché c’erano solo quelli) spariscono… le pareti sono storte, le ombre dipinte a pennello direttamente sulle scenografie e i volti sono maschere di cera.
Max Schreck, nei panni del Conte Orlok, non è un seduttore aristocratico ma un virus umanoide con le unghie lunghe che porta la peste. L’horror nasce così, come l’unico modo visivo per raccontare la follia e il trauma di un mondo che ha perso il controllo.
Il Regno della Universal
Poi negli anni ’30 Hollywood capisce che col terrore si fanno i soldi. Nel frattempo con la grande depressione che devasta l’America, la gente non ha un soldo, ma alcuni più fortunati trovano qualche centesimo per dimenticare la realtà. Qui entra in scena la Universal Pictures e accade una cosa strana.

Bela Lugosi indossa il mantello in “Dracula” e, con quel suo accento ungherese ipnotico e lo sguardo fisso, inventa il vampiro elegante e letale. Contemporaneamente, Boris Karloff si mette le zeppe, i bulloni sul collo e un trucco pesantissimo per diventare la Creatura in “Frankenstein” di James Whale.

La cosa pazzesca dei mostri Universal, compresi l’Uomo Invisibile, la Mummia e l’Uomo Lupo, è che non erano soltanto cattivi… erano personaggi “tragici”. Erano creature rifiutate dalla società, esperimenti finiti male o esseri umani maledetti. Il pubblico non si limitava a urlare, ma provava profonda empatia per il mostro.
Anni ’50, dal fungo atomico agli alieni comunisti
La realtà purtroppo però a volte supera la realtà. Nel 1945, con la caduta della bomba atomica e l’inizio della Guerra Fredda, il mondo vive nel terrore costante dell’olocausto nucleare o dell’invasione sovietica.

I vecchi mostri non spaventano più nessuno e l’America degli anni ’50 ha paura della scienza fuori controllo e dell’invasore invisibile (sia dallo spazio che dalla fredda “madre patria”).

Ed ecco che i cinema si riempiono di produzioni a basso costo con insetti giganti mutati dalle radiazioni, gelatinosi mostri spaziali e alieni che si sostituiscono agli esseri umani, come nel film “L’invasione degli ultracorpi“.

È l’era della paranoia… il tuo vicino di casa potrebbe sembrare umano, ma dentro è un baccello alieno senza sentimenti, in una perfetta metafora della caccia alle streghe anticomunista dell’epoca.
Quando il Mostro Diventa Umano
Arrivano gli anni ’60 e ’70 e il cinema horror fa un salto mortale senza rete. Succede qualcosa di fondamentale… il male si trasferisce dai castelli e dallo spazio direttamente alla porta accanto.

Alfred Hitchcock gira “Psycho“, un film a basso costo in bianco e nero, e decide di ammazzare la protagonista a metà film sotto la doccia.

Norman Bates non è un alieno e non ha le zanne, ma è un ragazzo timido che gestisce un motel e ha un problema gravissimo con sua madre, ma con questo capolavoro nasce l’horror psicologico moderno, dimostrando che il vero mostro siamo noi.
Pochi anni dopo, George A. Romero raccoglie un gruppo di attori sconosciuti, va nella campagna della Pennsylvania con un budget ridicolo e gira “La Notte dei Morti Viventi“, il film che cambia tutto. Inventa lo zombie moderno, lento, inarrestabile e tremendamente affamato di carne umana.
Ma il vero terrore non sono i morti ritornati in vita, bensì i vivi chiusi dentro la casa che si uccidono tra di loro per la paura. E questa è una critica feroce alla Guerra del Vietnam (malcontento per la guerra, i soldati che avevano paura delle spie comuniste… le sapete queste cose, no?) e all’incapacità dell’umanità di unirsi di fronte al pericolo.

Con gli anni ’70 l’horror perde qualsiasi pudore. William Friedkin porta il demonio nel corpo di una ragazzina di 12 anni in una casa borghese di Washington con “L’Esorcista“, creando un fenomeno di isteria collettiva nelle sale di tutto il mondo (durante le prime proiezioni, la gente usciva a metà film con conati di vomito, attacchi di panico e tante altre belle cosine… ).
Poco dopo, Tobe Hooper prende una telecamera, va sotto il sole rovente del Texas e sforna “Non aprite quella porta“, uno scenario sporco, caldissimo e malato dove Leatherface (ispirato tra le altre cose al serial killer cannibale Ed Gein) e la sua famiglia di macellai cannibali mostrano la fine del sogno americano.
I ruggenti anni ’80, tempo di slasher
Negli anni ’80 l’horror diventa pop, commerciale e un vero rito di passaggio per adolescenti (che vi piaccia o meno il genere, tutti noi abbiamo visto un film horror quando eravamo troppo piccoli per farlo…), che vogliono vedere il sangue sgorgare a fiumi e il killer che insegue le vittime… Ed è così che nasce l’epoca d’oro degli slasher.

John Carpenter aveva già spianato la strada sul finire della decade precedente con “Halloween“, creando Michael Myers con la sua maschera bianca, il coltello da cucina e la camminata inesorabile.
In questo periodo la formula diventa una catena di montaggio. “Venerdì 13” porta Jason Voorhees nei campeggi estivi, mentre Wes Craven si inventa “Nightmare – Dal profondo della notte” e regala al cinema Freddy Krueger, un mostro che ti uccide nei sogni dove nessuno può proteggerti, mescolando ironia macabra ed effetti visivi surreali.
Ma questo decennio rappresenta soprattutto il trionfo degli effetti speciali pratici. Prima della grafica al computer, il terrore si faceva con lattice, tubi idraulici, sangue finto a litri e burattinai di talento puro.

Opere come “La Cosa” di John Carpenter o il cinema di David Cronenberg con “La mosca” trasformano il corpo umano in materia malleabile, disgustosa e affascinante.
Anni ’90, nuove icone e spettri nipponici
Arrivati agli anni ’90, il pubblico ha visto di tutto. Le regole sono note a memoria, i killer sono diventati macchiette e il genere rischia di morire per “overdose” di cliché.

Wes Craven torna nel 1996 con “Scream“, dove i personaggi sono adolescenti che hanno visto tutti i film horror esistenti e conoscono perfettamente le regole per sopravvivere. Il film smonta il genere e lo ricostruisce al tempo stesso, sbancando il botteghino.
Nello stesso periodo, dall’altra parte del mondo, i giapponesi dimostrano che per seminare paura non servono metri di viscere. Film come “Ring“, infatti, introducono maledizioni legate alla tecnologia, tempi lunghi, silenzi inquietanti e figure spettrali dai lunghi capelli neri che strisciano fuori dagli schermi. Hollywood acquista i diritti di qualsiasi opera arrivi da Tokyo ed è subito corsa ai remake.
Nel 1999, infine, “The Blair Witch Project” dimostra che con due telecamere amatoriali, tre attori persi in un bosco e una campagna di marketing su un internet ancora primordiale si possono fare centinaia di milioni di dollari creando il fenomeno del ritrovamento video.
Ai giorni nostri, Tra film milionari e Horror d’Autore
Oggi il cinema horror vive una doppia vita. Da un lato ci sono i grandi successi commerciali da incasso sicuro, come gli universi narrativi tipo la saga di “The Conjuring” creata da James Wan, che hanno perfezionato l’arte del jumpscare calibrato al millimetro.
Dall’altro lato assistiamo alla nascita del cosiddetto “horror d’autore”. Registi come Ari Aster con “Hereditary” e “Midsommar“, Robert Eggers con “The Witch” e “Nosferatu”, o Jordan Peele con “Get Out” usano il linguaggio del terrore non più soltanto per far spaventare il pubblico, ma per fare vera e propria chirurgia sociale e psicologica.

Questi autori esplorano l’elaborazione del lutto, la depressione, i traumi ereditari, il razzismo sistemico e il folklore con una cura formale e una regia d’essai.
Il Verdetto
Lezione finita, spero di non avervi annoiato, ma secondo me alla fine di tutto appare chiara una cosa sola… l’horror non morirà mai. Cambieranno le tecnologie, passeremo dalla pellicola in bianco e nero al digitale, cambieranno le nostre paure quotidiane dall’oscurità delle caverne all’intelligenza artificiale, ma avremo sempre bisogno di sederci al buio, insieme a degli sconosciuti, e guardare in faccia le nostre paure più scure per ricordarci che, in fondo, siamo ancora vivi.
Federico Sclaverano
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