Cannonball Run, storia della vera corsa più folle d’America

Cannonball Run, storia della vera corsa più folle d’America

Quando attraversare l’America diventò un atto criminale, poetico e dannatamente veloce

La Cannonball Run non è nata come una gara bensì come una protesta lanciata a duecento all’ora contro lo Stato, la polizia, il buon senso e l’idea stessa di limiti. È stata una corsa clandestina, reale, pericolosa, profondamente americana, capace di trasformare l’asfalto in un manifesto libertario scritto a colpi di V8, radar jammer e caffeina industriale. Prima di diventare una commedia cult con Burt Reynolds e prima di trasformarsi in un franchise cinematografico adorato e odiato allo stesso tempo, la Cannonball Run è stata un atto di disobbedienza civile su quattro ruote. Un gesto osceno e romantico, come solo gli anni Settanta sapevano essere.

La nascita della Cannonball Run: Brock Yates, la paranoia e l’America post-Vietnam

La Cannonball Run nasce ufficialmente nel 1971 ma in realtà prende forma molto prima, nel cervello febbricitante di Brock Yates, giornalista di Car and Driver, uomo allergico all’autorità e convinto che il sistema stradale americano fosse diventato una gigantesca trappola per automobilisti. Limiti di velocità, controlli ossessivi, pattuglie ovunque: l’America che aveva promesso libertà stava diventando una nazione di autovelox.

Il giornalista Brock Yates, l’ideatore della Cannonball Run

Yates decide di rispondere nel modo più americano possibile: attraversare il Paese da costa a costa, da New York a Redondo Beach, California, nel minor tempo possibile. Nessuna autorizzazione. Nessuna protezione. Nessuna regola, se non arrivare vivi. La chiamano Cannonball Baker Sea-To-Shining-Sea Memorial Trophy Dash, in onore del leggendario pilota e stuntman Erwin “Cannon Ball” Baker. Il nome è lungo, assurdo e perfetto. Come la corsa.

Il pilota e stuntman Erwin “Cannonball” Baker, il quale soprannome ha battezzato la gara

Una gara clandestina ma con un codice morale tutto suo

La Cannonball Run non era una gara ufficiale ma non era neppure una carneficina anarchica. Esisteva una sorta di codice non scritto, una morale deviata ma coerente. Non si dovevano mettere deliberatamente in pericolo altri automobilisti, non si dovevano causare incidenti e non si correva per soldi ma per dimostrare che l’America poteva ancora essere attraversata senza chiedere il permesso a nessuno.

I partecipanti erano giornalisti, piloti, eccentrici milionari, meccanici geniali e psicopatici funzionali. Le auto venivano modificate in modo quasi militare: serbatoi supplementari, sospensioni rinforzate, radio a lungo raggio, radar detector illegali, sirene finte e travestimenti ridicoli per confondere la polizia. Era una guerra lampo su asfalto.

Le auto della Cannonball Run: macchine come armi ideologiche

Ogni edizione della Cannonball Run era anche una dichiarazione d’amore nei confronti della tecnica automobilistica. Le auto non erano semplici veicoli ma strumenti di sopravvivenza. Ferrari Daytona, Dodge Challenger, Jaguar XJ-S, Porsche 911, Mercedes AMG modificate fino all’ossessione. Erano silenziose quando serviva, feroci quando l’autostrada si svuotava, capaci di divorare miglia mentre il resto del Paese dormiva.

Guidare per oltre 4.600 chilometri senza fermarsi davvero significava entrare in uno stato mentale alterato, una trance fatta di benzina, pillole legali, panini mangiati senza masticare e occhi che bruciano come fari alogeni. La Cannonball Run non era una corsa contro altri piloti. Era una corsa contro il collasso fisico e mentale.

L’America vista dal parabrezza: paranoia, polizia e deserto

Chi partecipava alla Cannonball Run raccontava un’America diversa, osservata a velocità illegale. Stati che cambiavano colore, accenti, leggi e atteggiamenti nel giro di poche ore. Poliziotti corrotti, sceriffi annoiati, pattuglie aggressive, strade infinite dove la velocità diventava l’unica forma di meditazione possibile. La notte era il vero alleato. Di giorno si sopravviveva. Di notte si volava. Il deserto del Nevada, le highway del Midwest e i rettilinei assassini del Texas diventavano piste di lancio per sogni malati di libertà. Era un viaggio iniziatico mascherato da bravata.

Dalla realtà al mito: come la Cannonball Run diventa cinema

Quando Hollywood mette le mani sulla Cannonball Run, la trasforma. Il primo film del 1981 prende la corsa reale e la immerge in una commedia sopra le righe, popolata da star, gag demenziali e personaggi caricaturali. Burt Reynolds, Dom DeLuise, Roger Moore, Jackie Chan, Dean Martin: una parata di icone che sostituisce la paranoia con la risata.

Il film non racconta la vera Cannonball Run ma ne fa una spassosa parodia. Ma lo fa con affetto. Le auto restano protagoniste, la velocità è ancora il centro del discorso ma il messaggio cambia. Non è più una ribellione politica: è una festa anarchica. Il secondo film spinge ancora di più sull’assurdo, perdendo parte della carica sovversiva ma guadagnando lo status di cult assoluto.

La Cannonball Run oggi: record moderni e nostalgia analogica

La corsa non è mai morta. È mutata. Negli anni recenti, nuovi record sono stati stabiliti utilizzando tecnologie moderne, mappe satellitari, comunicazioni criptate, auto ibride e strategie quasi militari. Ma qualcosa si è perso. La Cannonball Run originale appartiene a un’epoca analogica, sporca, imperfetta. Un’epoca in cui sbagliare significava finire contro un guardrail e non semplicemente ricalcolare il percorso. Oggi la corsa è una sfida tecnica. Ieri era una sfida esistenziale.

Perché la Cannonball Run è ancora importante

La Cannonball Run conta perché racconta un’America che non esiste più ma che continua a infestare l’immaginario collettivo. È la storia di uomini che hanno deciso che la strada era ancora un luogo di libertà, nonostante tutto. È la dimostrazione che l’automobile, prima di diventare un problema ecologico o urbano, è stata una promessa di fuga. Non è una celebrazione della velocità fine a se stessa. È una dichiarazione d’indipendenza scritta sull’asfalto, cancellata dalla pioggia e riscritta da chiunque, almeno una volta, abbia premuto l’acceleratore senza sapere davvero dove stesse andando.

Hank Cignatta

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