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Viaggio nella follia notturna della Generation Zombie

Eccomi invischiato in un nuovo fine settimana. Bevo avidamente il mio Cuba Libre servito in ritardo da un barista impegnato a soddisfare i desideri alcolici di avventori che, come il sottoscritto, non hanno alcun rispetto per il proprio fegato. Ma solo una gran fretta di lasciarsi alle spalle una settimana fatta di aspettative, bestemmie e mille sigarette fumate dimenticate troppo in fretta nel fondo di un posacenere pieno. Il tutto affinchè arrivasse questo agognato momento, capace di regalare effimera felicità in grado di scomparire nel giro di un battito di ciglia o di una sana pisciata alcolica post serata.

Mentre guardo i cubetti di ghiaccio nuotare placidamente nel mio bicchiere la mia mente vola al pomeriggio. Più precisamente ad uno stralcio di conversazione avuta con Ted, amico fraterno di mille avventure vissute assieme nonchè mente illuminata all’interno di una società affetta dal morbo del monopensiero. “Sono troppo vecchio per questo mondo” sentenzia Ted, intento a dare fuoco alla sigaretta che gli pende dal lato destro della bocca. Ci sdraiamo su un grosso masso sotto il quale scorre un corso d’acqua cristallino e limpido. La brace rossa della Gauloises illumina il volto del mio amico, sul quale ha preso forma un’espressione di malcelata rassegnazione.

Mi accendo un Toscano e mi sento in pace con gli elementi. ” Il problema non consiste in questo. Dobbiamo fare i conti con il fatto che c’è stato un ricambio generazionale che ha portato ad una serie di eventi che si sono susseguiti troppo in fretta. Noi siamo stati cresciuti ed educati in una certa maniera e con determinati valori. A quanto pare alla base di tutto c’è stata una crisi di trasmissione di determinati insegnamenti di base che ha portato alla creazione di un esercito di individui identici, dove importa apparire e conformarsi in base a ciò che mi piace definire “monopensiero”. Noi siamo dei liberi pensatori all’interno di una società che ragiona per ristretti recinti mentali. Questo può essere un bene o un male ma potremo sempre definirci liberi”.

Ted guarda lo specchio d’acqua sottostante. Aspira la sua sigaretta e annuisce con sincero rammarico. ” La verità è che la gente fa schifo, continuerà a fare schifo e non c’è alcun rimedio a tutto ciò. Quello che mi lascia basito è come certe persone non siano in grado di vedere al di là di un problema che sta portando alla rovina emotiva di una generazione intrappolata in paure effimere e valori plastici. Fuggono non appena qualcuno mostra loro scampoli di umanità. E in qualche modo cambiano la tua visione del mondo. Certe persone si meritano di arrivare ad un certo punto delle loro esistenze e di rendersi conto di aver perso quei treni che passano una sola volta nella vita. E di vivere con quel rimorso per sempre”. Annuisco e finisco il mio sigaro. Il caldo mi rende una patetica maschera di sudore. “CI buttiamo?” Ted spegne il mozzicone della sua sigaretta e si alza. “Andiamo”. Il ronzio dell’insegna del locale dove mi trovo mi riporta velocemente alla realtà. La scritta Mojiteria illumina di una strana luce arancione la stanza in cui mi trovo. Osservo la cameriera davanti a me. Una bella ragazza. Capelli biondi lunghi, raccolti. Una leggera canotta color beige. Un pantaloncino nero, corto, che poco e nulla lascia all’immaginazione. Nel suo volto la ferma consapevolezza di essere per tanti giovani in cerca di felicità alcolica la santa protettrice di quella Mojiteria, nuovo luogo sacro di un culto celebrato con il calare delle tenebre.

Finisco il mio Cuba Libre mentre Ted ha già prosciugato la sua birra. Paghiamo il dovuto e ce ne andiamo. Poco lontano, nella piazza principale del centro di Nevrotic Town si palesa l’esercito dei nottambuli. Volti giovani in cerca dello sballo del sabato sera a tutti i costi per poter avere qualcosa da raccontare (anche se con buchi di qualche ora) una volta tornati alla routine di sempre. “Guarda quanta cazzo di gente”. Nel mentre passa un’ambulanza. Ted guarda quella ressa e ride. “Sono i bruciati che tornano dal Burned Brain Future Fest. Dovevo andare a lavorare come addetto alla sicurezza ma sti merda non mi hanno chiamato”. Ma certo. Il Burned Brain Future Fest. Un festival di musica elettronica dove si balla tutto il giorno e tutta la notte. Si riconoscono subito, i bruciati del Burned Brain Future Fest. Passo svelto e frenetico, occhi sgranati e bottiglietta d’acqua corretta MDMA sempre a portata di mano. Ci lanciamo quindi nelle tenebre della movida del sabato sera, fendendo quella folla chimicamente alterata.

Passiamo davanti a locali gremiti di gente, colorate insegne al neon intermittenti, ragazzi che riversano sui marciapiedi il prodotto delle loro fallite digestioni. Man mano che avanziamo in quella sorta di moderno girone dantesco le ragazze sono sempre meno vestite e i ragazzi sempre più coglioni. ” Ecco, questo è il locale di cui ti parlavo” mi dice Ted. Alzo lo sguardo verso l’insegna: Hurricane. Entriamo e ci troviamo dentro ad un bancone bianco affollato di ragazzi e ragazze che sventolano banconote da dieci e venti euro, dove bariste indaffarate preparano cocktail di tutte le tinte. Troviamo posto su due scomodi sgabelli di plastica trasparente. La musica viene sparata a palla dalle casse, mentre del fumo si fa strada sibillino tra il corridoio del locale. Delle immagini scorrono sui monitor posti di fronte al bancone. Tra le tante scene di una serata tipo all’Hurricane, mi soffermo sulla targhetta recante il nome di quello che sembra esserne il proprietario: Vladimir Semionchiuk.

Ride e scherza con le ragazze intente a servire da bere, mentre sulle loro teste scorrono i video di quelle stesse bariste intente a contorcersi sui pali che, dal bancone, giungono fin sopra al basso soffitto. Un variegato campionario umano si palesa davanti ai nostri occhi. La coppia in cerca di sballo alcolico. La compagnia di amici che vuole avere qualcosa da raccontare in settimana ad amici e colleghi in ufficio. Ragazze svestite in cerca di qualche stronzo da spennare che offra loro da bere a ritmo continuo. Il fidanzato geloso consapevole di accompagnarsi ad una ragazza che vorrebbe stare con tutti tranne che con lui. E poi noi, in grado di osservare e di ridere dell’essenza effimera di quell’umanità che doveva essere li per forza a qualsiasi costo per il semplice gusto di apparire. “Qui ad una certa ora suona la sirena e quelle maiale delle bariste ballano la lap dance” mi grida in un orecchio Ted. “Affascinante”! gli rispondo, mentre mi accorgo di fare la radiografia alla barista completamente coperta di tatuaggi.

Guardo in direzione di quello che sembra il timido tentativo di un privè, dove una ragazza strizzata in un abitino color pesca dimena il culo a tempo de La Gasolina di Daddy Yankee. Il locale è piccolo e la temperatura sale. Il potere taumaturgico di quella canzone inizia a fare effetto sulle ragazze presenti, le quali iniziano a dimenarsi a tempo di musica. Incrocio lo sguardo di una ragazza seduta non lontana da me, intenta un pò a ridere e un pò a cercare di capire che cosa possa succedere da li a qualche minuto. La sua amica ride e richiama prontamente la sua attenzione, mentre io torno a studiare quel campionario umano dedito al party selvaggio. Mi passano ancora davanti alcuni soggetti facenti parte delle categorie precedentemente citate. Poi l’aria inizia a farsi più pesante. “Sigaretta?” chiede Ted con provvidenziale tempismo. “Si cristo, qui non si respira”.

Diamo fuoco alle nostre rispettive sigarette mentre il popolo della notte è riversato in strada senza controllo. Le auto che, sfortunatamente, si trovano a passare di li devono fare i conti con l’alcolica euforia di ragazzi che oramai hanno gettato nel cesso ogni freno inibitore. “Ted ma secondo te perchè la gente non è in grado di divertirsi? Che cazzo di gusto c’è nello stordirsi fino a non capire più niente della realtà che ti circonda?”. Il mio amico ride, aspira il fumo dalla sua sigaretta e mi risponde. ” Perchè sti scemi credono che rovinarsi così possa portarli più vicino ad un atto che li accomuna tutti, mentre in realtà non sanno che sono dei poveri coglionazzi”. Un gruppo di ragazzi si accalca ed inizia a gridare attirando l’attenzione di una compagnia poco più avanti che inizia a fare casino in segno di risposta. Nella vetrina di un locale adiacente un ragazzo sta girando un video in un bagno a quello che sembra essere un suo amico intento ad aggrapparsi alla tazza del cesso e a vomitare l’anima. Dopo essersi sentito soddisfatto del materiale in suo possesso per poter sputtanare l’amico, il ragazzo riemerge dal bagno sudato e traballante con un sorriso ebete tatuato in faccia, completamente ignaro di quello che gli è appena capitato.

Ted incontra un suo amico con il quale scambia due parole. Il tempo passa ma questa dannata sirena non suona e le bariste non si trasformano in voluttuose ballerine di lap dance. Poco dopo un ragazzo mi urta dandomi una spallata per poi fermarsi a fissarmi. Lo guardo in attesa di ulteriori ed interessanti sviluppi. Decide poi di proseguire per la sua strada infilandosi in un locale poco lontano. il tempo continua a passare ma non vi è traccia del suono di quella sirena. ” Vaffanculo a quella sirena del cazzo, teliamo”. “Si, qui non ce la sbrighiamo più”. La piazza centrale di Nevrotic Town è più affollata e caotica di prima, con persone intente a brandire bicchieri con dentro i loro drink annacquati. Ragazzi buttano addosso a delle ragazze dei cubetti di ghiaccio. Queste rispondono insultando anche i loro antenati e prendendoli a borsettate.

Poco più avanti l’odore di salsiccia e porchetta bussa con veemenza al mio olfatto. Accalcati davanti alla bancarella del paninaro di turno un nugolo di ragazzi spinti da una fame chimica imperante. Io e Ted arriviamo alla sua macchina e decidiamo di tornare indietro. “Ma che cazzo è successo?” chiede il mio amico mentre una persona giace sull’asfalto mentre un gruppo di persone si avvicina per prestargli soccorso. “Si sono ribaltati con lo scooter. Sembra una ragazza” , sentenzio. “Porca puttana, andiamo a vedere”. Trovato parcheggio non lotano dall’accaduto iniziamo a chiedere informazioni sulle dinamiche dell’incidente. Quella che inizialmente mi era sembrata una ragazza è in realtà un ragazzo che ha tentato di fermare una macchina che gli ha mancato precedenza e che ha poi proseguito per la sua strada senza prestare soccorso.

Sul posto giungono nell’ordine: una pattuglia dei vigili, un ambulanza che arriva dopo circa un ora dalla chiamata e un imprecisato numero di curiosi (tra i quali noi). Decidiamo di cambiare aria mentre il blu delle sirene illumina le tenebre di quella serata di ordinaria follia giovanile, dove tutto è lecito e niente è dato per scontato. L’unica cura possibile? L’estinzione della razza umana. Il prima possibile, grazie.

Hank Cignatta

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