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Un giorno di ordinaria follia, ovvero non c’è cattivo più cattivo di un buono quando diventa cattivo

C’era una volta un cinema vero, a tratti crudo e dannatamente sincero, in grado di mettere in scena i sentimenti umani nella maniera più incredibile possibile. Prima che Hollywood rincoglionisse del tutto i sensi degli spettatori con film dagli effetti speciali mirabolanti e dai faraonici costi di produzione era solita regalare pellicole che si sono incastonate in maniera indelebile nell’immaginario collettivo, riuscendo a superare in modo assai agevole la prova del tempo.

La tecnologia avanza, il mondo viaggia in modo sempre più veloce rispetto alle sue effettive possibilità, abbiamo una parvenza di maggiore libertà rispetto agli anni che ci siamo gettati alle spalle e ai quali guardiamo sempre con sprezzante disgusto ma determinate storie sono sempre li.

E sapete perché esistono i film cult? Per ricordarci di quanto facevamo pena prima e di come, in maniera concreta, le cose non siano affatto cambiate. Possiamo avere cambiato nomi, situazioni o contesti ma il problema di base rimane sempre lo stesso. Tra questi vi è Un giorno di ordinaria follia, una dei film più belli partoriti da quel cinema che sapeva ancora attingere dalla realtà per elevarla ad una dimensione umana.

William “Bill” Foster detto “D-Fens” in uno dei film cult degli anni Novanta

Il protagonista è William “Bill” Foster, tipico uomo dal temperamento mite che segue fedelmente le regole. La sua normalità viene stravolta quando l’azienda per la quale lavora e che produce missili per il ministero della difesa lo licenzia, asserendo che è diventato una figura obsoleta. Anche la sua vita personale sta andando in frantumi poiché la moglie Elizabeth ha deciso di lasciarlo dopo aver notato un cambiamento nel suo carattere, temendo che da li a breve sarebbe diventato violento sia con lei che con la figlia Adele. Un giorno, imbottigliato nel traffico di Los Angeles e attanagliato dal caldo, decide di abbandonare la sua auto in mezzo all’ingorgo scatenando l’ira degli altri automobilisti. Da qui ha inizio la sua trasformazione verso la parte più oscura del suo carattere, un vero e proprio viaggio di non ritorno.

Michael Douglas, in questo film in stato di grazia, interpreta Bill Foster /D-Fens. Il modello degli occhiali in stile anni Cinquanta chiamato Brownline Glasses con una lente rotta è diventato la simbologia del film

La magistrale interpretazione di Michael Douglas riesce a dare una connotazione perfetta al personaggio di Foster che da sfogo ad una lucida follia che covava dentro figlia di anni di soprusi nei confronti di quella società che non ammette debolezze. Ecco quindi che il viaggio nella foresta della follia di Bill diventa l’occasione perfetta per monologhi che sono una precisa accusa alla presunta perfezione della società occidentale che pretende di fare di modello al mondo intero. Indimenticabile (tra le tante) è anche la scena del fast food , perfetto esempio di come la realtà sia ben diversa rispetto a quella patinata rappresentata per attirare i clienti.

Robert Duvall, altro grande protagonista del film, nel ruolo del sergente prossimo alla pensione Martin Prendergast

Bill sbotta, scazza, schiuma, perde la brocca, perde il lume della ragione, si fotte letteralmente il cervello. Chiamatelo pure come meglio vi aggrada, questo sfogo. Non è nient’altro che la rivincita dell’uomo comune che segue fedelmente le regole contro una società dove l’importante è alzarsi al mattino e trovare un nuovo modo per fregare il prossimo. Che sia parcheggiare l’ingombrante SUV in un posto riservato ai disabili o derubare qualcuno poco importa. Per chi inizia un nuovo giorno con un sorriso tatuato sulla faccia nonostante le proprie difficoltà di tutti i giorni ci sarà sempre qualcuno pronto ad accendere la miccia che si nasconde in ognuno di noi che attende solo la scintilla giusta per poter essere innescata. Perché di questo tratta questa pellicola: una storia nella quale chiunque di noi si può ritrovare, dando sfogo alle debolezze che albergano negli anfratti più reconditi del nostro animo. Perché davvero non c’è cattivo più cattivo di un buono quando diventa cattivo.

Hank Cignatta

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