Trump vs Twitter: è in arrivo la fine dei social network così come li conosciamo oggi?

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Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump si è reso protagonista in questi giorni di una forte polemica che va ad inserire un ulteriore tassello all’interno dell’accesa querelle tra l’inquilino della Casa Bianca e i social network. Trump è assiduo utilizzatore di Twitter, social network di microblogging particolarmente utilizzato negli Stati Uniti. Il quarantacinquesimo presidente degli Usa infatti ha spesso l’abitudine di commentare i fatti della politica nazionale ed internazionale dal suo profilo Twitter verificato. Ma questa volta l’idillio pare essere definitivamente naufragato: infatti il social di Jack Dorsey ha “censurato” un tweet di Trump riguardo i recenti fatti di Minneapolis accaduti in seguito alla morte di George Floyd. Trump ha scritto in questo tweet: “Non posso star qui a guardare ciò che succede in una grande città americana come Minneapolis. Una totale mancanza di leadership. O il debolissimo sindaco di estrema sinistra Jacob Frey si dà una mossa o sarò costretto ad inviare la Guardia Nazionale per fare ciò che va fatto”. Ha fatto poi seguito un altro tweet in riferimento alle rivolte e ai saccheggi di Minneapolis contenente, secondo Twitter, la frase incriminata che è valsa a Trump la censura per contenuti che istigano alla violenza: “Questi delinquenti stanno disonorando il ricordo di George Floyd e non lascerò che ciò accada. Ho appena parlato con il governatore Tim Walz e gli ho detto che i militari sono con lui fino in fondo. Se le criticità continueranno assumeremo il controllo e, quando iniziano i saccheggi, iniziano anche le sparatorie. Grazie!”

Screenshot del tweet “incriminato” che ha spinto Twitter a censurare il contenuto e a catalogarlo come una violazione dei suoi termini sui contenuti che istigano alla violenza, innescando una violenta polemica tra Donald Trump e Twitter

La furiosa risposta di Trump non si è fatta attendere e nella giornata di giovedì scorso, il 28 maggio, ha firmato un ordine esecutivo sui social media che prevede di non garantire più loro l’immunità legale per eventuali cause circa il contenuto delle loro piattaforme. Ciò è avvenuto anche per un primo episodio di una precedente polemica che aveva già visto protagonisti sia Twitter che Trump, con il social network con l’icona dell’uccellino colpevole di aver modificato due tweet del tycoon che alludevano al fatto che il voto per corrispondenza avesse la stessa valenza dei brogli elettorali. In questi giorni i giganti del web del calibro di Google, Facebook, lo stesso Twitter e Youtube hanno subito consistenti perdite in borsa sui loro titoli.

A sinistra: Jack Dorsey, fondatore di Twitter. A destra Donald Trump, presidente degli Stati Uniti.

Diverse sono state però le reazioni provenienti dai CEO di Twitter e Facebook: Mark Zuckerberg ha infatti dichiarato in un intervista rilasciata a Fox News che Facebook non debba essere l’arbitro della libertà su ciò che la gente dice online e in questo ha una politica differente rispetto a Twitter. A rispondere al CEO di Facebook ci ha pensato Jack Dorsey, il fondatore di Twitter, il quale ha dichiarato che segnalare delle notizie errate non fa diventare i social network automaticamente degli arbitri del libero arbitrio altrui. Il decreto che ha firmato Donald Trump però va in qualche modo a gettare una piccola base per il suo mai nascosto desiderio di cancellare la sezione 230 del cosiddetto Communication Decency Act del 1996 che ha permesso ad Internet di diventare uno strumento fondamentale per come lo conosciamo oggi. In particolare, questo comma recita quanto segue: “Nessun fornitore e nessun utilizzatore di servizi Internet può essere considerato responsabile, come editore o autore, di una qualsiasi informazione fornita da terzi”.

Il tweet di Trump dove evoca la revoca della sezione 230 del Communication Decent Act

Questo decreto andrà a cambiare i social network così come li conosciamo oggi? Probabilmente si. Con l’avvento di questi nuovi strumenti di comunicazione è cambiato anche il modo di fare e di fruire l’informazione e di conseguenza con esso, anche quello del giornalismo. Una notizia sui social network è in grado di fare il giro del mondo in pochi minuti e in pochissime condivisioni. Il caso della morte di George Floyd è l’ultimo esempio lampante di questa rapidità che batte sul tempo gli organi di informazione tradizionali. Il video che ritraeva il poliziotto che ha soffocato Floyd è stato condivisivo milioni di volte diventando virale nonché trasmesso sui notiziari di tutto il mondo. Ecco quindi un’esclusiva servita da chi non è un giornalista di professione, ovvero il trionfo del cosiddetto citizen journalism, il giornalismo fatto dai cittadini. Questo però espone molto l’informazione alla piaga delle false notizie, uno dei grandi mali dei nostri tempi. Sebbene l’informazione italiana sia diventata pura e semplice utopia come la precedenza alle rotonde, potrà il giornalismo americano da sempre portato ad esempio come modello di correttezza e di completezza mantenere la sua allure di sopraffina ed indefessa qualità? In tempi dove tutto viene messo in dubbio e l’incertezza è la nuova risposta a tutte le domande dell’uomo , permetteteci di essere leggermente pessimisti al riguardo.

Hank Cignatta

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Giornalista pubblicista, fondatore e direttore responsabile di Bad Literature Inc.

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