Tornando a casa (parte 2)

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Clicca QUI per leggere la prima parte (è importante, sennò non ci capite un cazzo)

“Come ti vanno le cose?” domando a Salomone mentre ingoio un bicchiere di rhum.

“Mah, tutto bene”, e dalla voce sento già che non va tutto bene. Beve anche lui. Fa una pausa. “Ci sono delle novità per quanto riguarda la tizia”.

Ricapitoliamo brevemente a beneficio di tutti voi. La “tizia” in questione è una mezza relazione nella quale Salomone è invischiato fino al collo, con lui innamorato di lei e lei innamorata forse di lui ma di sicuro anche di un centinaio di problemi mica male, tipo un padre che l’ha traumatizzata e resa relativamente incapace di vivere in maniera serena. Più un ex pazzoide che le graffia la vita presentandosi all’una di notte alla porta di casa sua. E lei che non chiama la polizia a riguardo.

Siamo agli sgoccioli del racconto quando ho tirato giù l’ottavo bicchiere. Per dare spazio alle parole usciamo fuori lasciandoci alle spalle la folla. Io lancio un’ultima occhiata alla barista e penso che sì, è veramente bella.

Bella come la serata in quel momento. Che forse è resa bella grazie all’alcool che sfuma i contorni delle cose e li riempie di pulsazioni ovattate, ma comunque è bella lo stesso. Un’altra manciata di secondi di serenità mi accompagna in silenzio prima che Salomone riprenda il discorso. “L’ultima volta il ragazzo le ha stretto il polso e l’ha tirata. Quando me l’ha detto mi sono incazzato. Sono stato lì due ore a tentare di convincerla ad andare in questura a denunciarlo, ma niente”. Dà un sorso al bicchiere di rhum che ha ancora in mano. “Poi ho pensato che invece di convincerla avrei dovuto prenderla e portarla di peso dai carabinieri, ma quando l’ho pensato mi sono chiesto se poi non sarei stato io quello che la costringeva a fare qualcosa. Non lo so, non so un cazzo, non ci capisco un cazzo. Non so che fare”.

Io sto lì che ascolto e tutto sembra andare male. La serenità di poco prima si è rotta e penso che è un vero peccato che a questo mondo ci sia così tanta merda e cose sbagliate. Gesù Cristo santissimo, ci hai dato il vino, i tramonti e Leonard Cohen, però porcaputtana quanto cazzo te li sei fatti pagare. Accendo un sigaro e provo a dare qualche consiglio. Dico provo perché il consiglio lo do, ma per esperienza so che andrà dritto in fondo al cesso. Succede spesso così, e a volte mi chiedo se è perché io sono quello dei consigli secchi, quello del “che cazzo stai facendo, piantala subito e fai così, punto”, oppure perché i miei consigli sono perfetti in un mondo ideale e non trovano alloggio in uno che prova un morboso piacere nel fare errori.

Ma sostanzialmente in quel momento il mio compito non è consigliare. In quel momento sono il tizio con cui condividere una bicchiere di pensieri, perché certe volte arriva il momento in cui parlare con se stessi non funziona poi più di tanto e allora vale la pena affettare qualche cazzata intrisa di quella cosa che a ognuno di noi bolle a fuoco lento nel fondo dello stomaco. 

Mentre snocciolo via le mie ultime perle di saggezza ci viene incontro Murnau. “Ce lo rimediamo mezzo grammo?”. Nel momento in cui pone la domanda sa già che la risposta è sì. E’ sabato sera anche per quello. La coca non mi interessa, loro lo sanno, per cui non ci rimangono troppo male quando approfitto della cosa per salutare e andare via. E dove vado? Ah sì, ho da tornare a casa. Ho quegli otto bicchieri di rhum che mi ballano in corpo e adesso sono nella corrompente modalità in cui ogni sorso d’alcool sembra non bastare mai, e il desiderio di esagerare è l’unico obiettivo da raggiungere. Sarà dura ritornare a casa e resistere alla tentazione di farsi qualche altro bicchiere per strada ma d’altronde a casa c’è sempre quella bottiglia da svuotare che mi aspetta e che poco ma sicuro adesso verrà sicuramente svuotata.

Va bene, cediamo alla tentazione. Torno nel bar e tracanno altri due bicchierini di fila per darmi la carica. La barista si è allontanata, a servirmi è un suo collega. La vedo più distante di profilo e continua a essere bellissima. Ok, è tempo di andare. Imbocco la strada e vado a passo deciso, quasi sbattendo i piedi per terra. Svelto. In un paio di minuti sono fuori dalla piazza e dopo un altro po’ di tempo mi sono lasciato il grosso della strada alle spalle.

Manca poco. Manca poco, dai. Ma quando inizia a mancare poco è il momento in cui il mondo inizia a cedere. La botta di alcool sale, gli edifici si inclinano di qualche grado e la voglia di pisciare aumenta. Calma, dai. Manca poco ti ho detto. Pensa a quel divano e a come ci affonderai dentro.

A circa dieci minuti da casa la molestia inizia a salire. Un gruppo di ragazzi piantati davanti a un bar sta parlando a voce alta per sovrastare la musica trap che fuoriesce da uno di quegli altoparlanti a forma di vibratore che vanno di moda ora. Fa tutto schifo, penso. Vorrei andare lì e buttarmi in una rissa insensata, ma poi metto a fuoco che è solo la birra a parlare, e che in fondo in fondo sarebbe una cosa abbastanza cretina da fare. Forse.

Ok, sono al portone. Dio ti ringrazio. Ho dovuto strisciare appoggiato al muro per qualche metro ma ce l’ho fatta. Devo pisciare. Infilo la chiave nel portone e sento che devo pisciare. Apro il portone e devo pisciare. Sto per entrare nel palazzo quando improvvisamente mi fermo. Sì, devo pisciare, è vero, ma mi fermo un secondo. Tra qualche minuto sarà tutto finito, so che crollerò sul divano con una serie di ricordi confusi e mi risveglierò vestito in piena notte. Ma adesso devo fermarmi un attimo.

Sto per salutare la serata, quel cielo nero, la birra e le chiacchiere. Sto per salutare le ultime immagini residue della barista angelo con la frangetta che per qualche minuto mi ha riempito un bicchiere e gli occhi di dolcezza. E che se ne sta per andare in mezzo alle altre che affollano i miei ricordi, esattamente come nella canzone di De André, “Le passanti”. Penso che quell’immagine è bella, e che conviene tenersela stretta. Sotto questa notte da qualche parte Salomone e Murnau staranno sniffando via la propria rabbia e ancora una volta mi viene da pensare che il mondo è un cazzo di meccanismo intricato fatto di viti e rotelle che smuovono cose e mandano avanti le stelle. E vallo a sapere se tutto questo sia bello o meno.

Salgo le scale, entro in casa e tutto è luce confusa e me dal passo trascinato prima verso il bagno e poi sul divano. Ciao, mondo. Ciao, meccanismo intricato. Non ti ho ancora capito ma prima o poi lo farò, contaci. A domani, care le mie rotelle.

Metto le cuffiette nelle orecchie e faccio partire “Le passanti” mentre stringo il collo della bottiglia.

Danilo D’Acunto

® Riproduzione riservata

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About Author

Archeologo e scrittore di cose. A rude dude, but also the real deal.

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