Tornando a casa (parte 1)

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A piedi o in tram? Ecco, la domanda è mica male perché dietro un velo di semplicità apparentemente banale si nasconde una decisione epica che porta la serata in due direzioni diverse. Due direzioni che – si badi bene – non sono topografiche ma qualitative. Vale a dire, la decisione che toccava sgropparmi addosso era: vado a piedi e sicuramente finisco per farmi qualche altro bicchiere prima di arrivare a casa, oppure salgo sul tram e pace, arrivo al portone con l’onda lunga delle sette birre che ho bevuto e chiudiamo la giornata in maniera fenomenale buttato sul divano e con quella mezza bottiglia di Jim Beam da finire?

Vedete? Sono due serate diverse, tutte e due ugualmente buone, ma che vanno a fare i conti con quella cancrena di carattere che mi porto dentro. Mi va di vedere gente lungo la strada (e beninteso, vedere gente è sempre un bel rischio perché implica inevitabilmente la possibilità di vedere gente, che non è sempre una cosa piacevole) oppure mi crogiolo nel compiacimento di me stesso e in quello del Jim Beam, che non è assolutamente da sottovalutare nella scala universale di valori?

Fatto sta che alla fine decido per il tornare a piedi. Vada come vada, a me la strada piace, e a meno che tu non abbia un valido motivo per evitarla, in linea di massima conviene divorarsela metro dopo metro. Specie se hai una discreta quantità di birra a farti compagnia.

Bene, imbocco la strada. Il cammino alla fine non è neanche tanto lungo, saranno un paio di chilometri scarsi. Il cielo è bello. Nero. La linea dei palazzi lo graffia appena. Ma a parte le unghiate della metropoli, la notte appartiene tutta a lui. Mi piace guardare il cielo. E’ un ottimo interlocutore e sa dirti sempre la cosa giusta.

Filo dritto davanti a una sfilza di bar, di quelli che stendono tappeti di tavolini manco fossero tanti Abdul al bazar centrale di Istanbul. Mio Dio, quei foulard fluenti appoggiati con grazia su giacche avvitate! Signore onnipotente, che razza di piaga ti sei inventato pur di farci cagare fino all’ultimo la bastardata che abbiamo fatto a tuo figlio. Fingo di non guardare e vado avanti. Mi tocca attraversare per forza questa strada. Me la sono scelta io, in fondo.  

Intanto squilla il telefono. Ok, sono ancora abbastanza in vena. Rispondo. E’ Salomone, amico di vecchia data nonché figuro rischioso da incontrare intorno alle 23:00 di sera.

“Dove stai?”

“Per strada, sto tornando a casa”

“Se vuoi sto con Murnau a piazza S. Ignazio”

“Eh”

“Se vieni ci beviamo qualcosa”

“Sto un altro po’ in giro e nel caso ti raggiungo”.

Chiudo la chiamata e inizio a riflettere. Incontrare Salomone a quest’ora non è del tutto raccomandabile. C’è la seria possibilità di andare incontro a una dozzina di shots che puntualmente si rimpiangeranno il giorno dopo. Rimpianto che personalmente accompagno a un misto di rabbia per la mancata intuizione finanziaria che, cazzo, con il costo di dodici bicchierini ci si può pagare un paio di bottiglie di dignitosissimo Jack Daniel’s.

Ovviamente grazie alla mia laurea in macroeconomia opto per gli shots e devio il percorso verso piazza S. Ignazio. Come i mori di bronzo a San Marco, trovo Salomone accanto a una fioriera con una birra in mano. Lo vedo da lontano e lui mi vede a sua volta. Nello spazio in cui faccio il tratto che mi separa da lui butta giù il resto della birra e si offre a me come se fosse l’ora di farsi la prima dopo una settimana di astinenza. Bravo ragazzo.

La piazza la odio un po’ con tutte le mie forze. E’ veramente il luogo meno adatto per bere qualcosa in santa pace a meno che non si apprezzi il sottile piacere di sorseggiare una birra in un tritacarne di gente ammassata i cui interessi principali variano dalla versatilità del tofu alla rivoluzione culturale operata da “Unknown pleasures” dei Joy Division.

Assieme a Salomone c’è Murnau, come mi era stato detto al telefono. Venticinque anni e un discreto interesse per la cocaina. La usa come terapia a un latente angstzeit e un paio di storiacce famigliari troppo dure da mandare giù lisce. Faccio subito chiarezza sulla questione e rendo noto che in quanto a birra sono a posto. Ora è il momento dei bicchierini, ho bisogno di chiudere la serata prima che mi renda conto che effettivamente ho fatto la cazzata di buttarmi nell’hamburger umano che è questa piazza. Lesti, ci rechiamo al bar più adatto.

Il locale è un trittico di luci e musica che ferisce il concetto stesso di tranquillità. Ogni qual volta entro in un posto del genere rimpiango in maniera sanguigna il mio divano e la sobria dignità di ubriacarsi in penombra, a sei metri di distanza dal proprio bagno. Cerco di ignorare tutto bruciando dentro me stesso e mi avvio sicuro al bancone.

E lì vedo lei. Un angelo con la frangetta e gli occhi chiari che mulina le braccia tra le bottiglie alle sue spalle con la grazia feroce e imprevista di un Petrucciani. Me ne innamoro per un paio di secondi e in quel paio di secondi vorrei prenderla sottobraccio e scomparire tra gli angoli della notte con lei. Portarla da parte e indicarle le luci nel buio, parlarle di Prévert e affondare tra le sue labbra. In quel paio di secondi resto incantato. Una breve parentesi di tempo che sa di alcool, limbo della coscienza e amore puro. E me la gusto tutta, perché per fortuna ho ancora sangue che mi scorre tra il cervello e il cazzo. Riemergo dal sogno e penso che un giorno, tra gli anfratti di un’attesa, mi ricorderò di lei, e sarà un bel ricordo.

(Continua…)

Danilo D’Acunto

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Archeologo e scrittore di cose. A rude dude, but also the real deal.

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