The Ladies Diary: le donne della Birmania che vogliono cambiare

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Uno dei paesi che più ha colpito l’opinione pubblica negli anni passati, almeno per quanto riguarda le sue vicende interne, è stata la Birmania. Nel 2015 infatti si sono svolte, per la prima volta dopo quasi 60 anni, elezioni libere. Per capire la portata di questo evento e il suo stesso risultato è necessario un minuscolo pippone di storia. Concedetemelo.

Dopo aver conquistato l’indipendenza dal Regno Unito nel 1948, la Birmania è stata per appena 14 anni una democrazia. Nel 1962 il colpo di stato militare di Bo Ne Win, un militare vicino all’Unione Sovietica, ha fatto nascere una dittatura comunista, che ha isolato il paese dal resto del mondo. Solo verso la fine del XX secolo la situazione ha iniziato ad evolversi. La vera svolta è arrivata nel 2015, con l’elezione di una donna alla guida del paese: l’attivista Aung San Suu Kyi. La sua elezione è un simbolo di cambiamento, anche e soprattutto per quanto riguarda il ruolo della donna. E proprio questo è il cuore di “The Ladies Diary”: prodotto della bresciana Walking Cat Productions, raccoglie le storie di sei donne birmane, ognuna delle quali vive una vita particolare.

Uno scorcio della Birmania tratto da un fermo immagine del docufilm

Tante strade, gli stessi problemi

Misu è una donna con un unico, grande obiettivo: conoscere a fondo e preservare la cultura del suo paese. In Birmania infatti convivono numerose etnie, lingue e culture, che spesso non si studiano a vicenda, nonostante i numerosi libri esistenti. Il progetto di Misu vuole preservare questa ricchezza, ed è incominciato con un’idea altrettanto simbolica: la protezione del gatto sacro di Birmania. A questa specie ha dedicato un santuario, l’Inle Heritage.

Nyein è invece una giornalista. In un paese dove gli episodi di violenza e discriminazione verso le donne (specie nelle campagne), lei e le sue colleghe cercano di farsi strada in un mondo che ancora non riconosce alle donne lo stesso peso degli uomini. Lavora in un giornale dove non ci sono discriminazioni, ma altre sue colleghe non possono per esempio fare servizi sulla guerra e sono spesso subordinate agli uomini. Hanno inoltre un congedo di maternità minimo, anche se il lavoro di giornalista può prendere molto tempo. Avendo alle spalle un passato molto oscuro, la politica è sempre un argomento spinoso. E anche se la censura è stata abolita, il controllo governativo su ciò che viene scritto è ancora molto rilevante.

Hannay è una musicista professionista. Si tatua da quando ha 18 anni, e deve coprire i suoi tatuaggi ogni volta che appare in tv perché alle ragazze non è permesso. Per lei la musica è anche una forma di educazione, poiché necessita di disciplina e perseveranza. Lei ha avuto la fortuna di nascere in una famiglia di musicisti, ed è consapevole che con un’altra condizione familiare sarebbe stato ancora più difficile lavorare nel mondo dello spettacolo.

Le 6 donne intervistate (Amazon UK)
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Ketu Mala è una monaca buddhista, fondatrice della Dhamma School Foundation. Per la sua fondazione ha tentato fino alla fine di inserire una donna con esperienza nel consiglio di fondazione, ma i suoi sforzi si sono scontrati con la visione tradizionale del ruolo delle donne in Birmania. Per lei il buddhismo non è solo una religione ma uno stile di vita basato su pace e consapevolezza, che è quello che lei insegna. Scrive inoltre numerosi saggi su Facebook, che hanno avuto un buon successo. I suoi genitori tuttavia non hanno mai accettato la scelta di diventare monaca, e per far loro piacere ha continuato gli studi. Anche lei, come Misu, si impegna nella sensibilizzazione del paese verso il proprio passato, per evitare che questo si ripeta.

Eh Eh è invece un’aspirante combattente professionista: per allenarsi ed essere competitiva ha dovuto allontanarsi dalla famiglia, che non l’ha mai supportata. Vive in mezzo a maschi (a casa e in palestra), ma per lei non è un problema. Nonostante alcune sconfitte e i duri allenamenti, Eh Eh non si abbatte, perché vuole vivere il suo sogno fino in fondo, e anzi invita tutte le ragazze che come lei vogliono diventare combattenti professioniste a non mollare.

Mu Li, trapiantata dal suo villaggio natale a Yangon (la capitale) in quanto orfana, è tornata a casa a 20 anni per fare la guida turistica e occuparsi dei più piccoli della famiglia. Il suo villaggio era vicino a una zona di guerra, ma da pochi anni si è aperto ai turisti, e lei intende raccontare loro quelle che sono le tradizioni millenarie, come quella relativa alle donne di indossare numerosi anelli al collo. Oggi queste, come i matrimoni combinati, sono state gradualmente abbandonate, e le donne possono anche partecipare alle riunioni del villaggio e occupare cariche importanti.

Siamo messi meglio della Birmania?

In conclusione, si tratta di un documentario vivo e pulsante, in grado di mettere in luce le numerose contraddizioni di un paese che ha imboccato la via della modernizzazione ma che fatica a cambiare la percezione delle donne. Se può servire come spunto di riflessione, anche da noi l’idea che le donne siano destinate ad un unico compito è ancora presente. Eppure il processo di modernizzazione è iniziato 60 anni fa.

Riccardo Ruzzafante

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