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E' vero. E' giornalismo. E' Gonzo, bellezza.

Sudore testuale

Tardo pomeriggio dell’ennesima giornata estiva che volge al termine. Davanti a me un sole rosso tinge l’orizzonte e mantiene costantemente alta la temperatura. In mano una piacevole lettura, divertente passatempo in questa canicola di fine giugno. Già. Il caldo. Tutti a lamentarsi di questo dannato caldo. Me compreso. Se non fa caldo adesso, non possiamo di certo cercarlo ai primi di gennaio.

Ma mai dire mai. Le cose consuete a questo mondo sono state travolte. Mi scolo l’ultima bottiglia d’acqua fresca presente nel frigo, mio secondo migliore amico dopo il fedele ventilatore che, con il movimento meccanico delle sue pale, mi permette di non trasformarmi in una schifosa poltiglia informe che prega qualcuno affinché lo raccolga dal pavimento. La birra è finita. Troppo caldo per andare a comprarla. Mi listo a lutto, sistemandomi un’ipotetica fascia nera al braccio.

Mentre celebro il funerale dell’ultima bottiglia verde che conteneva la millenaria bevanda che da sempre aiuta il genere umano a trovare una soluzione ai mille quesiti e situazioni della vita, torno a sudare copiosamente. Non ho neanche avuto il tempo di assimilare l’acqua fresca che avevo appena bevuto che subito si tramuta in quel sudore appiccicaticcio e fastidioso. Non è il sudore del sacrificio, della fatica che quando gronda ti ripaga con un senso di benessere psicofisico. E’ proprio quel sudore figlio del disagio e della noia di vivere. Che ti fa trascinare le gambe come uno zombie in giro per casa o in qualsiasi luogo uno debba recarsi.

Accendo il giradischi. Sfilo dalla custodia il vinile di Led Zeppelin I. Vado sul sicuro. Estasi musicali raggiunta da 0 a 100 in meno di una frazione di secondo. I Led Zeppelin assolti dall’accusa di plagio per aver copiato Starway To Heaven da Taurus degli Spirit. Il rock che combatte il rock. La musica in grado di donare suggestione che si fa guerra in casa. Quel rock che ha infiammato ed ispirato generazioni. E che ora si accontenta di tristi canzonette composte in serie per cavalcare l’onda del successo della durata di una stagione. O di uno spot di un gelato. Your time is gonna come, canta Robert Plant. Esattamente come è arrivata l’ora per icone e grandi artisti di lasciare le frivolezze terrene di questo mondo che ci vuole attaccate alle cazzate quotidiane che per convenzione crediamo possano farci vivere meglio. Gente emancipata in un mondo pretenziosamente emancipato. Ma che in realtà è ancora saldamente ancorato alle sue primitive radici dalle quali si fa fatica a staccarsi. Una società tecnologicamente evoluta ma ancora alle prese con gli stessi problemi sociali che esistevano venti o trent’anni fa.

La stessa società del politicamente corretto, che fa attenzione ai nomi. Che etichetta in maniera diversa cose, animali e persone per evitare di creare pregiudizi. La stessa società pronta ad indignarsi a comando per ciò che più gli fa comodo. Ma pronta ad ignorare tutto il resto. Rendendo quindi la storia umana composta da fatti di serie a e fatti di serie b. Cercando di trovare ciò che conviene celebrare e ciò che conviene nascondere, da tenere nell’oblio della storia e del tempo. La stessa società che ti vuole istruito ma al contempo rende l’istruzione un diritto non accessibile a tutti. Quella stessa, fottuta società che ti vuole brillante, con un bel lavoro, la ventiquattr’ore in una mano, un bel taglio di capelli, un vestito elegante e con signorili scarpe eleganti. Ma che è pronta a catalogarti senza pensarci due volte.

La verità è che le convenzioni sociali hanno fallito. Il concetto stesso di società come lo abbiamo inteso per anni, se non per millenni, ha fallito. Oramai tutto quello in cui credevamo è andato in frantumi. Si è schiantato rovinosamente al suolo con la stessa velocità di una stella cadente. E nonostante tutto cerchiamo di farcelo piacere. Di trovare qualcosa di positivo in un mondo dove il colore prevalente è monocromatico e il profumo più gradevole è quello della merda. Senza futuro, senza diritti, senza certezze. Senza la possibilità di alzare la testa per poter vedere profilarsi un futuro all’orizzonte. Senza la possibilità di poter dire la propria senza essere catalogato in un determinato schema di pensiero. La verità è che la rivoluzione deve arrivare. Esatto. Ma non una qualsiasi. La Rivoluzione. Quello stesso temporale che il protagonista di Taxi Driver invocava affinché tutto il marciume e il corrotto delle strade di New York venisse spazzato via.

Una sorta di fuoco purificatore in grado di appianare questa fase di stallo che da troppo tempo ammorba le nostre esistenze in ogni settore del nostro quotidiano. Siamo liberi in un mondo dove la convinzione di libertà è la peggiora forma di schiavitù. E se tutto questo discorso fa di me un pazzo, beh chiamatemi pure pazzo. Tanto la normalità e l’omologazione ha fatto più danni di qualsiasi forma di coercizione sociale. Guardo l’orologio. Un’altro giorno è passato. E il vinile ha smesso di girare. My time has come. Come sempre, Robert Plant aveva ragione. Che gran figlio di puttana.

Hank Cignatta

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