Squid game, quel gioco che piace un po’ a tutti

Squid game è il fenomeno del momento, per cui prima o poi tocca parlarne. Con questa premessa si intende chiarire un principio fondamentale che costituisce la spina dorsale di qualsiasi recensione si possa fare alla serie tv, ovvero è un fenomeno di massa. Il fenomeno di massa è un processo che al suo inizio non è altro che un vasto apprezzamento, dopodiché a un certo punto rompe le barriere che lo classificano nel suo ruolo (in questo caso quello di serie tv) e dilaga nelle quotidianità, invadendo la comunicazione quotidiana.

E’ per questo motivo che di Squid Game se ne parla anche nei quotidiani nazionali. E’ diventato ufficialmente un aspetto sociale (momentaneo) e ce lo ritroviamo un po’ sotto tutte le salse, dalla semplice recensione all’analisi psicologica del fenomeno, passando per la cronaca. Sì, perché da qualche parte in Italia si organizzano già i corsi di classe per impedire che bambini e ragazzi emulino il gioco.

A Glasgow, invece, in occasione del Cop26, gli attivisti dell’ambiente protestano mascherati da personaggi della serie tv. In cucina, e nei forni di youtube, i video che insegnano a fare i biscotti tipici (per chi non avesse visto il serial: a un certo punto compaiono dei biscotti che caratterizzano una delle puntate) non si contano già più.

Ecco, questo è il fenomeno di massa Squid Game. E’ un gioco che piace un po’ a tutti, e per “tutti” non si intendono le varie fasce di età di spettatori, si intende proprio le varie classi sociali. Piace allo spettatore quanto al giornalista. Piace al cuoco quanto allo psicologo. Piace al sarto quanto all’imbianchino. Il problema, tuttavia, è capire se quel “piace” significa che piace davvero o semplicemente indica il subire un’azione di massa, accettandola passivamente.

Bisognerebbe capire, inoltre, se quel “piace” significa che piace di per sé o piace parlarne. Prendete me, ad esempio. Io sono uno di quelli che l’ha visto per induzione, perché me lo sono ritrovato suggerito in primis dai consiglieri vari ed eventuali, e poi perché l’informazione (memica e non) me lo ha spalmanto ossessivamente per giorni e giorni.

Fatto sta che il serial funziona. Questo lo dico perché mi è capitato innumerevoli di vivere la stessa situazione e giurosuddio 9 volte su 10 sperimentare il mainstream di turno mi ha fatto cagare. Valga per tutti l’esempio de “l’attacco dei giganti”, un fenomeno che ho sentito elogiare più volte nelle pieghe del web e che si è rivelato essere qualcosa di brutto e inutilmente ridondante come poche cose al mondo. Vediamo quindi di illustrare il fenomeno Squid Game senza rompere troppo le scatole alla filosofia e senza spoilerare niente, perché si sa che chi spoilera merita la liquefazione nell’acido.

Premessa: “Squid Game” non è una serie particolarmente originale. Chi la considera qualcosa di rivoluzionario evidentemente non ha mai visto “Battle Royale” di Fukasaku, non ha mai sentito parlare di Takeshi Miike, e in generale non conosce il cinema asiatico. Cosa più grave, non ha mai visto nemmeno “Alice in Borderland”, che ha lo stesso identico plot sviluppato in tendenza più fantasy. Ed è grave perché esattamente come “Squid Game” è un prodotto “Netflix”, quindi basta premere un bottone e ti ritrovi a vedere un prodotto del tutto simile, ma uscito precedentemente.

Tuttavia non siamo qui a fare le pulci, non è una gara a chi ha copiato chi. La serie, come accennavo, ha il merito di essere godibile e carina, che non è poco considerando che oggi la tendenza nel settore è quella di avere ottime idee ma svilupparle male come poche cose al mondo, come “La casa di carta” o “Handmaid’s tale”. Con “Squid game” siamo decisamente a un altro livello.

La serie funziona perché è semplice: è semplice nella psicologia dei personaggi, è semplice nell’ambientazione, è semplice nella trama, è semplice nella narrazione. Nessun intreccio o multilinearità. I personaggi A e B compiono un percorso cha va da 1 a 2. Una serie del genere la potete vedere anche mentre preparate le pappardelle al ragù di cinghiale.

Il meccanismo che c’è dietro è il più antico del mondo, ed è una cosa a metà tra il fascino del male e la sua banalità. Quello che si vede nella serie è il male fine a se stesso, la violenza spietata che compie il suo dovere in maniera implacabile. Ma è anche il male banale, quello stanco e annoiato come un dandy in preda allo spleen. Questo tipo di male ha come antenati illustri i quattro scellerati protagonisti delle “120 giornate di Sodoma” di De Sade e che ritroviamo parafrasati in salsa diversa nell’eccelso “Salò” di Pasolini. All’interno di “Squid Game” il concetto che sta dietro a questi personaggi è stato reso in maniera un po’ patetica e facilona, ma contestualizzati in uno scenario del genere vanno più che bene, perché la serie, nonostante tutta la violenza (tuttavia non eccessiva) è pupazzosa, colorata, giocosa e un po’ pacchiana.  

Godetevela, perché è un perfetto binge watching da fine settimana senza infamia e con qualche gloria. Se avete dai 15 ai 25 anni al 90% vi appassionerà non poco, mentre per tutti gli altri la cosa potrebbe variare a seconda del vostro modo di usufruire delle serie tv, ma è difficile che arriviate a odiarla.

Danilo D’Acunto

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