Sangue a fiumi, ossa brutalmente spezzate e colpi proibiti. Baki, un divertente viaggio nelle arti marziali oscure

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In questa strana estate 2020 che assomiglia decisamente più ad un tana libera tutti che ci porterà inesorabilmente a tornare sotto chiave, la televisione tradizionale ha davvero finito le cartucce da sparare. Non è come gli altri anni, dove ci si limitava a proporre le repliche delle repliche. L’idea è che si sia dato fondo a tutto l’archivio possibile e, a parte quei pochi programmi che non mettono in onda delle repliche, non si muove foglia. Anche dal punto di vista della proposta cinematografica e delle serie tv. Ecco quindi che le piattaforme di streaming a pagamento come Netflix, Infinity, Amazon Prime Video e compagnia bella sono in grado di ingolosire la curiosità dello smarrito spettatore medio, che non vede l’ora di poter guardare qualcosa di nuovo per sciorinare definizioni sentite qua e la e potersi vantare di essere, nel suo androne, il nuovo caporedattore de i Cahiers Du Cinema. E mentre lo smarrito spettatore medio va in visibilio per quello che gli ha consigliato l’amico o la ragazza con la quale spera ardentemente di poter avere una possibilità ed ignora ciò che di buono ci possa realmente essere, ecco la proposta che (per due giorni almeno) da un senso a questa piatta estate 2020: Baki.

Tipica reazione estiva di una televisione (tra l’altro ancora a tubo catodico, quindi quasi un reperto) alle repliche estive

Baki è un manga (fumetto di piccolo formato originari del Giappone) creato dal mangaka Keisuke Itagaki, incentrato sul mondo delle arti marziali, pubblicato sulla rivista Weekly Shonen Champion dall’ottobre 1991 e tutt’ora in corso. Il manga segue le vicende di Baki Hanma, un giovane ragazzo che ha una grande passione per le arti marziali. Cresciuto dalla madre benestante Emi Akezawa, che lo spinge a seguire le orme del padre, Yujiro Hanma, ritenuto il combattente più forte del mondo. Baki si allena duramente, esponendo il proprio fisico ad esercizi che vanno oltre l’umana concezione della fatica e del dolore. Quando suo padre uccide l’amata madre il suo unico obiettivo è quello di diventare ancora più forte per sconfiggere il genitore e poter avere la sua vendetta. Dalla serie a fumetti originale sono stati tratti tre spin-off: New Grappler Baki, Baki: Sons of Ogre e Baki Dou. In patria la serie ha avuto e gode tutt’ora di un grande successo, a tal punto da creare un videogioco per PlayStation 2 e due serie animate.

Il poster della nuova serie animata

Netflix, da diversi anni ormai uno dei colossi dell’intrattenimento in streaming, ha creato contenuti originali legando il proprio nome a film e serie tv. Per cercare di ampliare l’offerta dei suoi contenuti negli ultimi anni sta puntando molto sull’animazione giapponese, in modo tale da dare visibilità a serie che, altrimenti, rimarrebbero nell’oblio oppure viste solo da pochi appassionati. Baki è una serie incentrata sul mondo delle arti marziali ma, a differenza di molti altri anime che trattano lo stesso argomento, lo fa in modo decisamente originale. Ciò che subito salta agli occhi dello spettatore sono i personaggi, dei veri e propri armadi a quattro ante in legno di rovere, con fisici esageratamente muscolosi e scolpiti. Altri tratti distintivi di questa serie targata Netflix (che ha luogo cronologicamente dopo il torneo che, nella serie manga, è la seconda) sono la violenza grafica di tradizione prettamente pulp, che fa parte della cultura nipponica. Come già adottato da Quentin Tarantino (adattato, a sua volta, dal film Lady Snowblood del 1973 di Toshija Fujita), il sangue scorre a fiumi. I personaggi sono dotati di poteri che vanno al di la delle capacità umane e ogni colpo da loro portato ha la potenza di un tir che ti prende in pieno.

Esempi della violenza grafica della serie, che funziona alla grande

Questi dettagli la accomunano ad un’altra grande serie anime di successo, ovvero Ken Il Guerriero, che ha fatto di queste caratteristiche un vero e proprio marchio di fabbrica, facendo scuola. Anche se alle volte pare che Baki si discosti ampiamente dalle arti marziali per alcune scene che hanno degli intrinsechi contenuti anche comici, molti sono i riferimenti ad artisti marziali e lottatori realmente esistenti. Tra questi Rickson Gracie , Antonio Inoki, Ultimate Warrior, André The Giant, Minoru Suzuki, Dynamite Kid, Muhammad Alì e molti altri. Si parte da un contesto reale, di discipline realmente esistenti, per trascendere verso quelle che vengono considerate le arti marziali oscure. Nell’anime presente su Netflix viene tratta la serie I più cattivi del braccio della morte, dove ci saranno lottatori dalla capacità formidabili intenti a combattere senza regole proprio come nel braccio della morte. Questi super criminali non si conoscono tra loro ma riescono ad evadere contemporaneamente da diversi carceri di massima sicurezza sparse per il mondo. Ad unirli il messaggio lasciato prima della loro fuga: “Sono andato a Tokyo a conoscere la sconfitta”. Il fatto che Netflix si sia interessata allo sviluppo di una delle serie di grande successo degli ultimi anni dell’animazione nipponica fa riflettere su come l’animazione giapponese non sia più argomento settoriale per pochi appassionati ma bensì tematica in grado di abbracciare una più ampia fetta di spettatori e non solo. E in tempi dove la censura del politicamente corretto sta mettendo un’etichetta su tutto a prova di idiota, un prodotto che va controcorrente e che mostra come posso (e devono) andare le cose senza che sia tutto ovattato dal perbenismo è davvero quello che ci vuole.

Hank Cignatta

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Giornalista pubblicista, fondatore e direttore responsabile di Bad Literature Inc.

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