Sam Fender, il cantante che tiene alto il nome della sua chitarra

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Vago distratto nelle brulle lande desolate del panorama FM di Nevrotic Town. Vago da una stazione all’altra in cerca di spicciolo intrattenimento musicale che salti di netto l’attesa della fine della pubblicità per giungere dritto al cuore dell’emozione di poter scoprire nuovi artisti. Tra nenie a ritmo latino, canzonette fine a loro stesse e una programmazione musicale che non ci crede abbastanza, capito su una stazione rock che sta per annunciare il brano di un nuovo artista. Lo speaker introduce quindi tale Sam Fender, raccontando aneddoti sull’artista e di come stia letteralmente entrando a gamba tesa nelle classifiche mondiali. Sono una persona semplice e mi affido con religiosa speranza al fatto che quel cognome (che, in prima battuta, credevo fosse un nome d’arte) possa essere di buon auspicio. Omen nomen, come dicevano i latini e come dicono certi colleghi. Quelli bravi, mica come il sottoscritto.

Il giovane Sam Fender in uno scatto che lo ritrae accanto alla sua chitarra elettrica

Sam Fender. Quel nome continua a riecheggiarmi nella testa mentre le prime note di Saturday riecheggiano dalle casse del mio stereo. Il brutto di questi tempi dove ogni cosa è pre confezionata è anche il pregiudizio di base con il quale ci si approccia a queste nuove realtà musicale: mentre prima ci si chiedeva chi fosse, quale fosse stato il processo che lo ha portato ad incidere un brano o addirittura un intero album oggi alcune domande sorgono spontanee, quasi istintive: da quale talent show sarà uscito? Chi gli scrive le canzoni? Perché dovrei perdere del tempo ad intossicare i miei gusti musicali mentre se dovessi fare un paragone con i grandi mostri sacri del passato sarebbe come sparare sulla Croce Rossa? Ma alle volte conservare un briciolo di speranza e a nutrire anche un sincero sentimento di sorpresa nello scoprire nuove realtà musicali fa davvero piacere. Ecco che quelle note iniziano a prendere forma, mentre le prime parole del testo ben si amalgamano all’iniziale base armonica del brano che introduce poi il ritornello. Quell’enorme punto interrogativo che fin troppe volte compare sul mio volto negli ultimi anni quando mi ritrovo di fronte a qualcosa che viene spacciato per sublima arte assoluta mentre in realtà non sarebbe buona nemmeno da impostare come peggior suoneria per la propria sveglia, sparisce del tutto. Lascia spazio ad un sincero e più attento ascolto della totalità del brano, con il quale desidero scoprire di più di questo Sam Fender.

La Rete, croce e delizia di noi facenti parte della cosiddetta Generazione Y, esercito indefessamente votata alla sempiterna divinità dello smartphone, mi conferma che questo Fender non è una trovata commerciale dell’omonimo marchio di strumenti musicali. Scopro anche che ci sono altri brani, facenti parte del suo album di debutto intitolato Hypersonic Missiles, pubblicato lo scorso settembre. Tutto sembra quadrare: non è stato tirato fuori dal cilindro di quale talent show, non è un personaggio che calca le sonorità che vanno in voga ultimamente e pare deciso a produrre materiale che, principalmente, a lui piace suonare. Dettaglio all’apparenza banale, ma fondamentale per trovare la differenza tra burattini da una hit e via e una figura in grado di tentare di resistere alla prova del tempo. E in questo periodo in cui l’incedere del tempo pare scalfire anche i più inossidabili degli idoli dorati del panorama musicale, c’è un fottutissimo bisogno di artisti con i cosiddetti coglioni creativi, ovvero attributi capaci di incidere una tacca permanente nel tempo e nell’universo musicale.

Dal ritmo deciso e sincopato di Play God a quello in salsa U2 di That Sound passando a quello sbarazzino di Start again al brano di chiara ispirazione New Wave come The Borders alla fresca hit che dà il nome all’intero album si può tranquillamente affermare che Sam Fender ha la stoffa dell’artista e lo dimostra in ogni traccia di questa sua prima fatica discografica. Si sentono i richiami ad artisti del calibro di U2, Bruce Springsteen, The Cure, David Bowie e una spolverata di Jeff Buckley e questo non può che far bene ad un panorama musicale francamente inflazionato, dove manca quel talento in grado di colpire per il suo genuino talento declinato nelle sue produzioni. Se volete dare quindi retta al povero stronzo che vi sta scrivendo, fatevi un favore e ascoltate cosa ha da offrire il giovane Sam Fender. Perché, francamente, di individui dal volto malamente scarabocchiato e plastiche bamboline che non perdono occasione di mostrare le loro siliconiche forme sentire qualcuno che ha del talento e che utilizza ancora una chitarra elettrica è sinceramente un toccasana sia per l’animo ma anche per le orecchie.

Hank Cignatta

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Giornalista pubblicista, fondatore e direttore responsabile di Bad Literature Inc.

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