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RedHotChiliPepperation!

Ecco un nuovo lunedì con una nuova settimana annessa in questa realtà fatta di affanni e rincorse. Una storia già sentita e fritta più volte nell’olio della banalità, quella dell’idiosincrasia verso quello che non sembra essere affatto un giorno della settimana ma bensì un girone dell’inferno ideato da una divinità dal senso dell’umorismo di un pudding lasciato sciogliere al sole in una torrida giornata d’agosto che non sa più come ridere di quell’infezione batterica volgarmente detta genere umano.

Ma non tutto è perduto: il sole è alto nel cielo terso e questo allevia (di poco) il mio odio verso il creato tutto, senza distinzione alcuna. Amo particolarmente questo periodo dell’anno che ci immette nella “corsia di accelerazione” della bella stagione. Agisco di impulso e metto su il meglio dei Red Hot Chili Peppers, una di quelle poche band capaci di donarmi il buon umore fin dal primo ascolto.

Ebbene si, i Red Hot Chili Peppers sono uno di quei pochi gruppi capaci di rendere un lunedì mattina in un qualcosa di vagamente passabile e degno di essere vissuto con una normale percentuale di facoltà mentali. Anthony Kiedis e soci sono gli ultimi portatori sani di quella religione sonora che mi piace definire Californichesimo della quale sono i massimi esponenti nella sua accezione più moderna.

I RHCP nel corso degli anni sono stati in grado di trovare la chiave di volta giusta per cavalcare le decadi ed innovarsi ogni volta sotto molti punti di vista. Quando pubblicarono il loro omonimo album di debutto nel 1984 mai avrebbero pensato che la loro commistione di rap, funk e rock gli avrebbe aperto la strada verso una gloriosa carriera caratterizzata a uno stile unico e, indubbiamente, irripetibile.

La maggior parte dei loro lavori in studio a partire da Mother’s Milk fino ad arrivare a By The Way e qualche sparuto brano di Stadium Arcadium hanno permesso di dare una precisa connotazione al concetto di rock moderno e di far giungere le sonorità del gruppo verso più ampie e mature vette di percezione stilistica.

Un discorso a parte meritano gli ultimi due album, I’m With You (2011) e The Gateway (2016). Due dischi decisamente non semplici e non molto capiti dalla stampa specializzata, frutto dell’ennesimo episodio che ha permesso ai peperoncini di fare fronte comune e di tramutare una situazione non semplice come l’ennesima e definitiva uscita dal gruppo da parte del loro precedente chitarrista John Frusciante. Quest’ultimo è stata una vera e propria figura chiave per la band, capace di dettare la linea musicale degli ultimi album che ormai sono non solo successi planetari ma anche parte integrante della storia del rock recente (l’assolo di Star Tissue riesce ogni volta a fendere in due l’anima, così come la struggente intimità di quello di Californication solo per citare i due più famosi).

Se con I’m With You I RHCP hanno voluto dimostrare ai propri fan e al mondo intero che non erano finiti presentando il validissimo talento di Josh Klinghoffer al servizio del Californichesimo, The Gateway è stato lo strumento ideale per far comprendere quanto ancora ha da dire il quartetto di L.A. Certo, non stiamo parlando del “disco perfetto”ma di certo non è facile passare attraverso un cambio di formazione così drastico ed importante. Ma non tutti gli album possono essere dei Californication e non tutti gli artisti dei John Frusciante.

Ma si può sicuramente apprezzare ciò che di buono c’è in questi due ultimi album che segnano una precisa maturazione artistica e sonora. Per tutto il resto c’è la vacuità emotiva e lobotomizzante dei talent show. Abbracciate e danzate appassionatamente con la vostra Dani California dunque. La bella stagione sta già bussando alle porte ed è arrivato il momento di mettere in naftalina il grigiore per lasciare spazio al buon umore, cazzo!

Hank Cignatta



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