Quello che la stampa non ha detto sul caso Luana

Perché?

Viene da chiederselo. Perché?

Perché all’alba dell’attualità che stiamo vivendo ci sarebbe da scrivere su Luana D’Orazio?

Luana D’Orazio, 22 anni, morta mentre lavorava a un orditoio in una ditta tessile di Montemurlo (in provincia di Prato) il 3 maggio scorso.

Luana D’Orazio (ph. fonte ilmessaggero.it)

Perché parlare di lei? Cosa ci sarebbe da dire che non sia stato già detto e ridetto, e lanciato nel tritacarne mediatico a uso e consumo dell’informazione?

Non c’è molto da dire. C’è da dire che è successa questa cosa, che può essere solo una cosa, un fatto, ma per altri – o per come la si prende – è una tragedia. Un dramma. Per altri ancora è un grosso pezzo di vita che se ne va e ti lascia solo, a marcire in uno stato di sofferenza che confina con la pazzia.

Questo è. E’ una vita che va via e si porta con sé tanti altri pezzi di vita. Pezzi di vita che combaciavano con la sua e che adesso non combaciano più.

Il fatto è che noi giornalisti e noi lettori quasi sempre sacrifichiamo al dato informativo il dato emotivo della notizia. Cioè in poche parole stiamo qui a riportare fatti e nomi, e ci dimentichiamo che dietro parole e numeri ci sono delle cazzo di persone che urlano, straziate dal dolore.

I funerali di Luana D’Orazio, la 22enne morta il 3 maggio in un incidente sul lavoro a Prato, nella parrocchia del Cristo Risorto di Agliana (Pistoia), 10 maggio 2021. ANSA/ LUCA CASTELLANI

Ecco, questo è quello che la stampa si è dimenticata di dire in merito a Luana, e si dimentica sempre di dire quando c’è un conteggio dei morti in ballo.

Vorrei che a riportare la notizia la stampa dicesse: “sì, è morta. E’ morta l’ennesima persona sul lavoro. L’ennesima di una lunga serie. E’ morta, ancora una volta, una persona che aveva trovato uno straccio di lavoro in questo schifo d’Italia che pare non avere più lavoro da offrire se non quelle pagliacciate di marketing online. E’ morta una persona che aveva avuto la possibilità di farcela”.

Poi vorrei che si aggiungesse: “a proposito della ragazza morta sul lavoro. Lei aveva un contratto di “apprendistato professionalizzato”, che in poche parole significa che non doveva essere lasciata sola accanto alla macchina che l’ha letteralmente stritolata. Ma a quanto pare ce l’hanno lasciata lo stesso, perché, si sa, qui in Italia i contratti di lavoro sono poco più di carta igienica. Ci scrivono sopra qualsiasi cosa, tanto alla fine quello che devi fare è stare al tuo posto e attendere comandi da persone che a volte sono le persone più improbabili della storia, però chissà come mai hanno un ruolo superiore al tuo, e quindi niente, devi stare lì, zitto, a sentire quello che ti dicono e tu lo devi fare, perché devi ringraziare di avere un lavoro, oggi come oggi, e te lo devi tenere caro”.

L’orditoio al quale era addetta Luana (ph. quotidiano.net)

E infine, in ultimo, vorrei si dicesse: “ah, in tutto ciò siccome la vita è stronza e maestra allo stesso tempo, tutta questa orribile cosa è successa appena due giorni dopo il primo maggio. Ve lo ricordate il primo maggio? Il giorno dei lavoratori, il giorno in cui ci si ricorda dei lavoratori? Il giorno in cui, in ultimo, alla fine, ci ricordiamo dei lavoratori perché prima di tutto è il giorno del concertone, dell’evento mediatico da chiacchiera, il corrispettivo proletario di quell’altra baracconata che è Sanremo. Ve lo ricordate il concertone di quest’anno? Ma sì che ve lo ricordate, è il concertone della Liberazione. Non quella partigiana, la nostra. Quella pandemica. Quella in cui siamo finalmente potuti uscire di casa, prendere aperitivi in strada, far trottare i nostri culi lardosi nei parchi a ritmo di jogging. Ve lo ricordate, no? E’ quello che giustamente ha riempito i notiziari perché Fedez ha denunciato la censura di mamma Rai. Perché lui voleva parlare a favore del Ddl Zan, voleva spezzare una lancia in favore della comunità LGBTQ+, e non gliel’hanno fatto fare, e allora quindi parliamo di questo regime dittatoriale, perché del resto viviamo ancora nel 1950 e non abbiamo un cazzo di internet che raggiunge miliardi di persone nel mondo e non esistono social, né influencer, né roba che può fare audience e notizia dieci volte di più della Rai”.

“E quindi, come si diceva prima, siccome la vita è stronza e maestra insieme, ecco che mentre noi dissertavamo su influencer cui viene negata la possibilità di fare gli influencer, abbiamo una persona che muore sul lavoro perché – puttana eva – ancora oggi con la nostra cazzo di Italia non riusciamo a garantire un fottuto lavoro decente, né per contratto, né per sicurezza, né per dignità. E la vita, nella sua maniera stronzissima, oggi ci sta insegnando (di nuovo) questa verità”.

Ecco, questo è quello che vorrei la stampa avesse detto.

Ed è per questo che, al momento di scrivere questo articolo, mi è venuto da chiedermi “perché si dovrebbe scrivere di Luana D’Orazio?”.

Perché è giusto farlo” è la risposta.

Danilo D’Acunto

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