Quella volta in cui sono andato a una mostra del cazzo

0

Di fronte a certe cose viene semplicemente da chiedermi “perché?”. Sono nel mezzo dell’inaugurazione di una mostra e la location è il terrazzo di un palazzo seicentesco. Attorno a me una passerella di medio-alta borghesia infilata in vestiti blu elettrico con generosi spacchi di gamba e giacche da uomo Ralph Lauren. Di fronte invece ho un tizio a torso nudo accanto a un fallo di ceramica alto circa un metro e trenta.

Ma procediamo con ordine.

“C’è una mostra da recensire”. La chiamata mi arriva in tarda mattinata interrompendo parzialmente la cottura della pasta cui mi stavo dedicando. E’ Finto, il direttore del giornale per il quale scrivevo.

“Ok”, faccio io, “dove e quando?”

“Stasera. A ***. Arriva lì per le otto e mezza, vengo anche io e ti do il passaggio al ritorno”

“Va bene. Si beve?”

“Sì, è l’inaugurazione”

“Perfetto”

E la telefonata si chiude. L’artista in questione lo conosco. L’ho sentito nominare e visto qualche suo pezzo in giro. E’ pure abbastanza ammanicato con il Mondo Dell’Arte, vale a dire conosce quella miriade infinita di artisti e critici che vengono elargiti a piene manciate nei cataloghi locali, talvolta nei regionali e se sono fortunati anche nei nazionali. Come tanti piccoli spermatozoi che attraversano la cernita del successo per puntare dritto all’ovulo dell’arte.

Nel tardo pomeriggio prendo il treno e arrivo in stazione con eccellente puntualità. Come premio mi regalo una birra. L’arrivo alla mostra invece è meno gradevole. Il palazzo che la ospita è affascinante ma le insegne che la sponsorizzano mi convincono poco. C’è una scultura abbastanza brutta sulla locandina e più che altro equivoca. Giusto il tempo di entrare e scopro che non è equivoca affatto: è esattamente ciò per cui la equivocavo, e cioè un pene. Un cazzo di pietra tutto inciso e decorato. La mostra si chiama “Sensualità” e direi che il titolo la prende un po’ alla larga, perché tutta l’esibizione – e, santo Dio onnipotente, intendo davvero TUTTA – è composta da sculture di falli. Di varie dimensioni, colori, decorazioni e materiali. Ma sono solo falli. Tanti cilindri cazzuti che spuntano letteralmente da ogni dove.

Per la verità quell’armata di arnesi un certo senso di essere l’aveva. Perché non erano semplici sculture ma il misto di più tecniche diverse. Un qualcosa che a che fare più con l’artigianato che non con l’arte (e personalmente la trovo una cosa interessante), farcito di sperimentazione e un pizzico di industria. Come a voler dimostrare il lavoro da fabbrica dietro il prodotto artistico. Però era un messaggio che si intuiva all’inizio e si dissolveva nel veicolo di una banalizzazione. Perché alla fine la parata di cazzi veniva a noia.

Trovo quasi subito Finto. Stava intrattenendo uno degli avventori. Gli faccio un cenno di saluto e approfittando del fatto che fosse impegnato vado alla ricerca di bevande per aiutarmi a digerire quella gran butta faccenda in cui mi ero incastrato. Recupero un bicchiere di vino, lo mando giù, ne recupero un altro e solo allora decido di dare uno sguardo in giro. Della mostra non c’è molto da dire e quanto di buono si poteva tirar fuori l’ho già scritto prima. Per il resto era tutto un groviglio umano che si faceva i complimenti a vicenda perché in mezzo a quella massa non ce n’era uno dico uno che non avesse fatto qualcosa per cui meritava elogi. Tutta una simpatica umanità faccendiera e affaccendata in cose di un qualche rilievo artistico o più meno tangenti allo stesso. Con relative consorti. Sì, perché l’idea che si estrapolava da quella matassa di persone era che una metà avesse le mani in pasta in qualcosa e l’altra metà era lì per accompagnare. Del resto era pur sempre una dannata inaugurazione e le inaugurazioni servono a questo.

Poi intorno alle 23 inizia il lento degenerare mondano della cosa. Le giacche si stiracchiano e i bicchieri si svuotano (io ne sono un diretto protagonista). La rassegna di peni è stata più o meno ammirata da tutti, il clima si fa più rilassato. Ci si inizia a fare le foto con le sculture. C’è chi le abbraccia, chi ci si appoggia (la maggior parte di quelle presenti sono alte un metro e passa) e il simpaticone di turno si fa la foto a gambe aperte. Io nel frattempo bevo un bicchiere dopo l’altro e osservo tutto questo. In un angolo del mio cervello c’è qualche dozzina di manuali che ho studiato nei vari esami universitari di arte che mi mandano affanculo.

“Il tizio ci paga per un servizio e uno spazio pubblicitario della mostra sul giornale”. E’ Finto a parlare e si sta riferendo chiaramente all’artista in questione.

“Beh, ci ha costretti a vedere tutto questo. Come minimo ci deve pagare”

“Eh, certo. Fagli un bel pezzo, mi raccomando”

“Impossibile. Non posso proprio tirare niente di bello da questo”

“Inventa, allora”

“Non posso. Sono un giornalista serio”

“Non rompere il cazzo”

La battuta è inevitabile. “Basta non appoggiarsi”.

A un certo punto interviene una tv locale. Stanno girando un breve video dell’evento e il fotografo chiede all’artista di fare una foto. Il tizio evidentemente pensa sia una bella idea farla senza maglietta e si spoglia, appoggiandosi a una delle sue sculture. “Solo la maglietta!” gli urla un principe della comicità da qualche metro di distanza. “Sennò si vede troppo la differenza!”, rincara una principessa di rimando.

Mi avvicino a Finto. “Basta così, andiamo. Ne ho le palle piene”. Giusto un istante e poi mi rendo che suona mica male come battuta finale, del tutto involontaria.

“Ma fra poco lui fa il discorso, siamo nella vivo della serata”

“Questa serata ha anche un vivo?”

“Dai, cazzo. Ci ha pagato per la pubblicità, il pezzo glielo dobbiamo”.

Il tempo di posare il bicchiere sul tavolo e gli dico secco “Me ne sbatto al cazzo”.

E in effetti questa come battuta suona anche meglio.

Alla fine il tizio il suo pezzo lo ha avuto. E gli è piaciuto pure: qualche giorno dopo mi chiamò per farmi i complimenti. Perché avevo fatto un parallelismo tra i suoi cazzi, le falloforie greche e gli shunga giapponesi del periodo Edo. Insomma, un gran brodo che ha dato sapore a una pastina scotta.

Così ancora una volta il grande equilibrio cosmico aveva trovato il suo sfogo. Un giornalista aveva fatto il suo mestiere al netto della voglia che aveva, un direttore ha fatto cassa e un artista si è sentito tale.

E’ la stampa, baby.

Danilo D’Acunto

® Riproduzione riservata

Liked it? Take a second to support Bad Literature Inc. on Patreon!
Share.

About Author

Archeologo e scrittore di cose. A rude dude, but also the real deal.

Leave A Reply

Shares