Ma c’è davvero controllo sui social?

Nei social c’è qualcosa che non va. C’è decisamente qualcosa che non va.

Mi riferisco in particolare al controllo dei social. Non riesco a capire come funzioni. Da una parte c’è un monitoraggio che davvero rasenta l’illegale e lo spionistico, dall’altro perde acqua come un palloncino crivellato dai colpi di un AK47.

Faccio un paio di esempi. Su facebook esiste un algoritmo che rileva tutte le parole considerate offensive e le segnala prontamente ai vari amministratori che bloccano e censurano l’utilizzo di quella parola. Già questo sistema è un’arma a doppio taglio ma va bene, lo accettiamo. Il problema è che censura in maniera indiscriminata anche citazioni da opere e film, nonché cognomi. Due anni fa vennero bloccati e censurati il filosofo Toni Negri e la poetessa Ada Negri per via del loro cognome. Errore di sistema, certo, ma anche umano perché reiterato.

(ph. fonte steemit.com)

L’altro giorno cercavo l’account Instagram di un gruppo musicale che si chiama “Pain”. Prontamente, il social mi chiede cosa c’è che non va in me. Pensava mi sentissi depresso e/o avessi bisogno di aiuto. E comunque sì, direi che in linea di massima c’è qualcosa che non va in me perché continuo a usare i social, ma purtroppo mi tocca, anche per lavoro.

Precisiamo: non mi sto lamentando del controllo in sé. Il controllo è la rogna che devi accettare nel momento in cui decidi di far parte di questa grande e felice comunità social. Entri in casa di qualcuno (di Zuckerberg, in questo caso), accetti le sue regole. Ci sta. E’ normale.

Quello che non mi torna, non mi quadra e non mi piace è che questo controllo se ne vada allegramente a puttane nel momento in cui ce ne sarebbe più bisogno.

Tipo, che so, magari su TikTok parte una sfida che si chiama “Black Out Challenge” e che consiste nello strangolarsi cercando di resistere il più possibile. E siccome è una cosa da deficienti prende parecchio piede, al punto tale che una bambina di 10 anni prova a farla. Ma qualcosa va storto e la bambina va in arresto cardiocircolatorio, per cui si va direttamente nel reparto rianimazione dell’ospedale sperando di salvarla.

Nel momento in cui scrivo la bambina è in condizioni gravi per cui non scrivo oltre per evitare sciacallaggio.

Quello che voglio dire è che nei social c’è qualcosa che non va. Non va perché si permette un controllo che tocca i due estremi: quello che un giorno ti censurerà pure la parola “cacca” e quello che fa circolare un invito al suicidio sperando di scamparla.

(ph. fonte sportfair.it)

Dove cazzo stiamo andando? Dico sul serio.

Danilo D’Acunto

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