“Loro”, ovvero la macchia nera sulla coscienza dell’America

Giù negli scarichi dell’afoso agosto, alla ricerca di brividi estivi. E’ così che mi sono imbattuto in “Them” (“Loro”), la serie tv di produzione Amazon, rilasciata al pubblico l’estate scorsa. Pochi mesi e ha già fatto il botto. Giustamente. E’ una serie potente, forte, audace. Ben fatta. L’ho iniziata in un torrido pomeriggio di agosto con l’aria resa immobile dal caldo e la birra che gonfiava le budella. “Per vedere il finale di “them” dovrò andare in terapia”. Questo il post scritto da un amico che mi ha convinto alla visione. “La Madonna”, ho pensato, “addirittura a questi livelli. Beh, e allora diamoci un’occhiata”. E quell’occhiata ce l’ho data, come dicevo. E tanto per mettere subito in chiaro una cosa, no, non sono andato in terapia. Non ce n’è stato bisogno. E per essere ancora più chiari la serie non è così sconvolgente. Ho visto di peggio, fermo restando che il mio peggio potrebbe davvero far rivoltare lo stomaco a molti. D’altronde essere giornalisti Gonzo non è mestiere per tutti.

La serie è di genere horror, di quello ben fatto, per cui già solo se siete amanti del genere, buttatevici subito a capofitto. Il tema che va a toccare, beh, ragazzi, quello merita due parole a parte.Perché il tema è il razzismo, e per la precisione è una visione del razzismo ferocemente reale, che brucia sulla pelle, e se sei un bianco con una qualche forma di dignità in corpo, la senti bruciare il doppio. “Them” è ambientato nella realissima America del 1953, inquadrata nella città di Compton, Los Angeles. Cosa c’era nell’America del 1953? Ve lo dico subito. C’erano le leggi Jim Crow al loro meglio. Che per la cronaca sarebbero le leggi che disponevano la segregazione razziale: i culi bianchi da una parte, quelli neri dall’altra. Perché siamo “uguali ma separati” (principio legale ufficiale sul quale erano fondate le leggi). Solo che questi descreti in alcuni Stati erano un po’ più incisive e la separazione era un bisogno talmente sentito che, in certi casi, autorizzava il linciaggio al minimo pretesto. Linciaggio solo per i neri, ovviamente. I bianchi erano quelli che lanciavano le pietre.

Esempio degli effetti delle Leggi Jim Crow in uno scatto dell’America degli anni Cinquanta

Dall’altro lato c’era invece l’America da cartolina. Quella che aveva appena ingranato la marcia subito dopo la seconda guerra mondiale e si stava avviando verso il futuro con il benessere in tasca, i primi modelli di televisore in salotto e le scarpe lucide ai piedi. L’America bianca e figa che si vede nei dipinti di Noman Rockwell, fatti di gonnelline a campana, tavole calde e visi puliti. Puliti perché bianchi. Un contrasto, dunque. L’America che stava calando con forza la sua maschera falsa perbenista sopra il volto scuro della popolazione nera che da sotto, nel fondo del fondo, lavorava nei posti di bassa manovalanza e mandava avanti la macchina della produzione consumistica. Sullo sfondo di questa lacerazione etnica, seguiamo la vicenda della famiglia Emory, nera, che si trasferisce in un quartiere bianco di medio-alta borghesia. La casa in cui si trasferisce, tuttavia, nasconde soprese che sembrano venire direttamente dall’inferno. Dunque da una parte abbiamo il liciaggio morale (un contesto storico e reale) e dall’altra l’elemento soprannaturale. Entambi accomunati dall’orrore che entrambe le situazioni si trascinano dietro. Una felice intuizione che ha decretato il successo della serie. Le puntate scorrono che è un piacere, e questa è la cosa migliore del progetto: una serie fatta bene a livello tecnico. Perché di serie con grandi intuizioni ce ne sono un sacco, ma troppo facilmente vengono castrate da una sceneggiatura scialba e una regia narrativa noiosa.

Poster promozionale della serie tv

La narrazione di “Them”, invece, è brillante. Il montaggio scolpisce i punti salienti (in particolare quelli horror) in maniera frenetica e delirante. L’elemento disturbante è spalmato con un’eleganza che non si vedeva da tempo. Uno spettacolo per gli occhi, davvero. Alla fine quella che rimane è la sensazione di non aver sprecato tempo e soprattutto di aver affondato la faccia dritto nel problema più vivo degli USA di oggi, quello del Black Lives Matter, e che il Paese a stelle e strisce ha tutt’altro che superato. Perché ha radici profonde.  

Danilo D’Acunto

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