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L’inadeguatezza delle idee di fronte alla cultura di massa

Nel mio rimestare quotidiano all’interno della mia mente e dei miei pensieri stavo riflettendo circa la recente fine della storia di Mtv. Quello che era considerato il canale musicale per eccellenza e che ha vantato il maggior numero di imitazioni (più o meno riuscite) nel corso degli anni. Quello stesso network diventato con il tempo talmente potente da decidere chi meritava di avere successo e chi invece di essere dimenticato nell’oblio dei ritornelli dal successo di una stagione e via.

Quello stesso network che ha permesso ad artisti oramai dalla fama ampliamente consolidiata di uscire dai canonici metodi di diffusione della musica, inventandosi una cosa che esisteva già dagli anni sessanta ma che nessuno ha mai avuto il coraggio di inserire in un contesto simile da quanto la televisione è diventato un fenomeno culturale di successo. Sto parlando dei video musicali. Quei brevi video-clip che dopo l’arrivo di Mtv sono diventati parte fondamentale del rilascio di ogni singolo da parte di artisti solisti e gruppi di ogni qualsivoglia genere musicale. Ma è tutto sparito in un bel pomeriggio del 2016, quando la tecnologia si è attestata con prepotente successo su quello che è un servizio considerato ormai desueto e poco proficuo da chi prima invece guadagnava bei soldoni dal carrozzone della Music Television.

E’ colpa di internet, ci si sente liquidare con frettolosità dagli addetti ai lavori. Come è possibile tenere in piedi un network televisivo che trasmette video 24/24 h, 7/7 giorni in un’era nella quale chiunque può vedere il video del proprio artista o gruppo preferito quando vuole, dove vuole e quante volte vuole? Ecco quindi che il progetto svanisce. E con esso anche il ruolo di una generazione che è stata cresciuta con gli artisti che passavano per quel canale che, fino a prova contraria, diffondeva cultura. Perché la cultura passa (anche) per mezzo della musica. E meno male che esiste. Stessa cosa vale per quella che una volta veniva considerata la stampa musicale.

Composta da persone che recensivano brani, dischi e concerti di gruppi o cantanti decretando chi aveva successo. Un ambiente composto da personaggi del calibro di Lester Bangs. Personaggi che viaggiavano sul labile confine che coesiste tra genio e follia e che sono stati in grado di influenzare le generazioni a venire di critici musicali. Peccato che in tempi di stagnazione creativa come quelli in cui viviamo qualsiasi rumore campionato viene preso e spacciato per un grosso successo commerciale. I media mettono una grossa benda sugli occhi e sulla bocca delle persone a cui dovrebbe essere rivolto tutto ciò e con un grosso imbuto aprono loro la bocca facendogli ingurgitare di tutto.

Ovviamente spacciandolo per prodotti di ottima qualità. Ma d’altronde non puoi distinguere la differenza tra la nutella e la merda se per gran parte della tua vita sei stato un coprofago. Quindi la mediocrità si mischia con la vera qualità. Ed ecco che il magico mondo dei critici musicali viene popolato da persone che non conoscono la differenza tra una chitarra elettrica e un matterello e si mettono a filosofeggiare sul perché un gruppo dalla carriera pluritrentennale non sia in grado di sfornare lavori all’altezza dei loro dischi più famosi. Riviste famose e blasonate diventano quindi carta straccia buona solo per fare da trampolino di lancio a scribacchini raccomandati che vedono la realtà per mezzo del filtro colorato con il quale sono stati cresciuti. La creatività è morta con il coraggio di vedere le cose come stanno realmente. Ed ecco che l’antica arte del sapersi distinguersi diventa una cosa ormai perduta. Un po’ come farsi le seghe. 

Hank Cignatta

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