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E' vero. E' giornalismo. E' Gonzo, bellezza.

Le disastrose avventure di Capitan Cesso Hank, ovvero come rimanere intrappolati in un cesso e prenderla con filosofia

Un pomeriggio qualsiasi di fine giugno. Afa che attanaglia e cielo pumbleo che minaccia la discesa di Cristo sulla Terra per cercare di eliminarci per mezzo di un nuovo diluvio universale. Ho la sensazione che il mio intestino stia per esplodere. Per evitare che le mura dell’edificio in cui mi trovo vengano adornate con pezzi del mio intestino cieco mi reco in quella che amo definire la stanza del benessere perduto o pensatoio. Non sono a casa mia ne tantomeno da solo in quell’edificio.

Chiudo istintivamente la porta a chiave per cercare di preservare una sorta di privacy. La riconciliazione con il mondo e i suoi elementi giunge dieci minuti dopo per mezzo dello sciacquone appena tirato che affoga tutto il copioso contenuto del water. La fuori nelle altre stanze persone intente in telefonate di lavoro parlano ad alta voce di appuntamenti da fissare nelle settimane a venire. Apro poco la finestra, quel tanto che basta per far si che quel bagno possa tornare a dimensione di olfatto umano. Cerco di aprire la porta precedentemente messa in sicurezza con un giro di chiave.

Ma proprio quella maledetta chiave pare girare a vuoto. Riprovo, avvicinandomi un po’ di più. Niente, sembra proprio che non voglia collaborare. La estraggo dalla serratura e noto che il dentino preposto per spostare il chiavistello e riportarmi alla libertà è mancante. Forse spezzato. La guardo per circa tre minuti, incredulo, senza fare nient’altro che guardare quella chiave che ha deciso di non fare più il suo lavoro. Proprio in quel momento e in quel pomeriggio mentre l’afa inizia a farsi più intensa. La mia prima reazione è quella di abbattere quella porta a pugni. Poi mi fermo. Mi siedo sul cesso e mi metto a pensare. Cerco di escogitare un modo veloce per uscire da quella situazione senza troppi casini.

Incredibile. A raccontarlo non ci si crede. La mia solita fortuna. Intrappolato in un cesso in un pomeriggio del cazzo qualunque di fine giugno. Incomincio a bussare sulla porta,affinché qualcuno possa sentirmi e cercare di liberarmi da quella prigione fatta di sanitari e carta igienica. Qualcuno esce da una delle stanze di quegli uffici e accoglie la mia richiesta di soccorso. Rido come un pazzo mentre racconto come stanno le cose. Provano con alcune chiavi ad aprire la porta da fuori. Nulla. Il piano dell’edificio in cui mi trovo si trova al pianoterra.

Mi passa per l’anticamera del cervello, come un flash, l’idea di uscire dalla finestra e finire sul lato strada per tornare ai miei casini quotidiani. Però penso che poi rimarrebbe il problema di una porta che non si può aprire. Mentre da fuori trafficano e si danno da fare per cercare di aprire quella cazzo di porta, il mio interlocutore esce fuori dall’ufficio e dalla finestra del cesso mi passa tre chiavi. Infilo la prima nella serratura. Troppo sottile. Sarebbe stato troppo bello poter uscire al primo tentativo. Figuratevi. Provo con la seconda. Questa entra ma non gira. Mi abbandono in una risata isterica. Mi rimane la terza ed ultima chiave. La mia ultima soluzione.

L’ultima spiaggia. Se anche questa non funziona, giuro che sfondo la porta. Infilo quella chiave in cui riverso tutte le mie speranze. La chiave entra nella serratura. Provo a girarla. Gira. E in due mandate eccomi di ritorno alla libertà. Uscito da quella prigione temporanea. La stanza è tornata a dimensione di olfatto umano. Ringrazio il ragazzo che mi ha passato la chiave per la mia libertà e rido riguardo l’accaduto. In faccia sono rosso come un fumogeno e cerco di prendere la porta per cercare di portare con me le tracce del mio passaggio (odore post “felicità” compreso). E da ieri continuo a ridere senza sosta. Si può rimanere intrappolati tra le quattro mura di un cesso e riderci su come un povero pezzo di merda (tanto per rimanere in tema) fino al giorno seguente? Forse si. E a raccontarlo non ci si crede.


Hank Cignatta

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