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La tauromachia delle mie paure

Il caldo, grande protagonista di queste afose nottate di metà luglio. Sempre il caldo. Causa di violente penniche che allentano la pressione sulla routine quotidiana che, almeno in estate, risulta essere leggermente più clemente rispetto a quella del resto dell’anno. Ho giusto il tempo di smettere di sudare. Piombo in un nanosecondo dalla rovente realtà in uno stato catatonico dal quale non posso e non voglio svegliarmi. Tento il solito trucco. Chiamo a rapporto la mia mente. Mi impongo di muovere il braccio destro. Ma il corpo non risponde.

Sto già dormendo il sonno dei giusti quando mi accorgo di essere stato sbalzato in una dimensione onirica tutta da vivere. D’improvviso un fascio di luce folgora la mia retina. Esattamente come ricevere un colpo di mazza di baseball dritta su un ginocchio. O peggio, nei santissimi(si,proprio i coglioni). Cerco di raccapezzarmi circa il luogo in cui mi trovo, cercando di abituare in fretta e furia la mia vista a passare da uno stato progressivo di oscurità ad uno di luce direttamente puntata nelle mie iridi. Poco dopo sento un rumore che, da lontano, si fa sempre più distinto. Un brusio che ben presto diventa un boato assordante una volta compreso che quella luce stava bruciando la mia vista per un motivo ben preciso. Ho come l’impressione di essere finito in uno stadio. Però davanti a me non vedo ne avversari ne porte. E il terreno non è fatto di erba, anzi.

E’ circondato di sabbia. Inizio ad avere uno strano e terribile presentimento. Mi guardo i piedi. Ho addosso una specie di panta collant rosati e ai piedi delle specie di ballerine che terminano con un pompon nero. A questo punto cerco disperatamente di svegliarmi, di riportarmi violentemente alla realtà. Mentre ho l’angosciante sensazione di essere stato catapultato in un video di Madonna di inizio anni ’90, mi tasto per cercare di comprendere come cazzo sono conciato. Pare che io indossi la divisa di un torero, con tutti i crismi del caso. Compresa la montera, ovvero quel copricapo nero che indossano i toreri. La folla è scalmanata. Nell’aria si respira una forte eccitazione, data dalla liberazione degli istinti più basici dell’essere umano.

Mentre cerco di capire il perché e il come dell’essermi cacciato in una situazione simile, cerco di ripercorrere velocemente l’andamento della serata. Niente di particolarmente rilevante che possa avermi indotto ad indossare gli abiti di un torero pronto ad una corrida. Inizio a sudare freddo. Il toro farà il suo ingresso? Dovrò morire versando il mio sangue sulla sabbia di questa arena per compiacere questi poveri pazzi che non riescono a trovare appagamento in un passatempo normale? Per quale cazzo di motivo non sono a casa sbragati davanti alla tv a trangugiare la loro birra spagnola? O al cinema a vedere un film di Almodovar? O a scopare le loro mogli o fidanzate? Mentre il mio cuore ha preso il posto del cervello e viceversa, ecco la staccionata alzarsi per far si che il toro faccia il suo ingresso nell’arena.

Ora quella che sembra la luce fredda di un riflettore punta dritto sul suo manto nero e sull’espressione vacua ma carica di odio e ferocia animalesca dipinta nei suoi occhi. Mi sento gelare il sangue nelle vene. Improvvisamente sento una sensazione di benessere nel mio corpo inerme spiaggiato sul materasso nell’afa di luglio. Il toro fa il suo ingresso ma si ferma e mi fissa. Espelle dalle sue narici dilatate una consistente quantità d’aria tale da creare un’improvvisa condensa tra la temperatura del suo respiro e quella dell’ambiente che lo circonda. Fisso quel toro, rimanendo in qualche modo abbagliato dalla sua bellezza selvatica. Osservo le sue corna appuntite e scintillanti, probabilmente le armi con le quali mi infilzerà fino a farmi morire dissanguato. Ma quel toro non è come gli altri che mi è capitato di vedere finora. Ha qualcosa di diverso.

Qualcosa di profondamente differente. Il suo manto scuro è attraversato da una sottile striscia bianca che ne divide il corpo in sezioni. Sulla testa, vicino alle corna, noto la scritta “vita”. Continuo ad osservare quella bestia per cercare di leggere meglio le scritte che lo sovrastano. Sulla parte sinistra ecco comparire diverse zone in cui capeggiano le parole “ansia”, “avversità”, “via più semplice”, “fuga dai problemi”, “vigliaccheria”. Una sequenza veloce e ben riprodotta di parole e comportamenti umani frutto delle mie peggiori angosce e timori. Il toro mi guarda. Mi scruta. In qualche modo mi conosce. Sa come dominarmi dal profondo. E lì comprendo. Quel toro non è altro che l’insieme delle mie paure e delle mie angosce più recondite. E’ composto dai miei fallimenti, dalle mie sconfitte e dalle avversità che finora ho incontrato nel mio cammino di vita. Mi accorgo di avere nella mia mano sinistra il drappo rosso con il quale fare aumentare la rabbia del toro.

La bestia mi fissa, scalcia con le zampe e parte di gran carriera a caricare verso di me. Lo fisso negli occhi. Comprendo il suo gioco e quello che vuole fare. Con una maestria che non ho mai posseduto e della quale mi stupisco il toro passa lungo il drappo rosso, mancandomi. Ma non torna indietro. Continua nella sua folle corsa. E sembra inarrestabile. Poco prima che l’irrefrenabile corsa del toro si infranga sul pubblico, lo stadio e tutte le persone presenti spariscono. Vengo proiettato nella verde bellezza di un prato. Il toro ad un certo punto si ferma e si volta verso di me. Mi rendo conto di non essere più conciato come un torero. Mi guardo per cercare di capire se ho addosso una maglietta rossa. Negativo. Tiro un sospiro di sollievo. La bestia torna a fissarmi con l’intensità emotiva del suo sguardo. Si scrolla. Quelle parole sono sparite e il suo manto è più lucido di prima. Poi si gira ed inizia a correre all’impazzata, in fuga verso la sua libertà. Mi siedo sul moncone di un tronco d’albero. Mi sveglio di soprassalto, più accaldato e assetato che mai. Ho fatto la corrida con le mie paure più nascoste. E sono ancora tutto intero per poterlo raccontare. In fondo la vita basta prenderla per le palle.


Hank Cignatta

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