La storia di Bumfight, antesignano dei reality show

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L’America ha da sempre una naturale propensione all’indignazione facile: la società statunitense deve riuscire sempre a trovare un capro espiatorio per poter addossare le proprie colpe e lavare la propria coscienza nel vano compito di poterla mostrare più candida che mai. La società moderna ha da tempo perso il senso della realtà, accusando ogni cosa di qualsivoglia nefandezza a cadenza continua, perdendo di fatto la capacità di razionalizzare da quella assurda dell’indignazione comandata. Era il 2002 quando su una Rete agli albori della propria espansione e i cellulari non erano ancora intelligenti come oggi ci si destreggiava come si poteva per venire in contatto con contenuti che i nostri genitori ci avrebbero vietato in tutti i modi di vedere. Tra video di Dragon Ball con i brani dei Linkin Park come sottofondo, pornazzi e suonerie polifoniche, sui telefoni dei ragazzi all’epoca non ancora così smart giravano una serie di video che ritraevano ragazzi ripresi nei cortili delle scuole superiori americane intenti in furiose risse e persone che si abbassavano a fare le peggiori nefandezze in cambio di qualche dollaro.

L’invio di video ed immagini prima dell’avvento di Whatsapp

La curiosità che mi ha da sempre accompagnato nel mio quotidiano mi ha portato a voler sapere qualcosa di più sui quei video che spopolavano sui nostri cellulari di ragazzini che avevano imboccato la corsia preferenziale dell’autostrada dei nativi digitali. Quel video riportava ad un indirizzo Internet, al quale potevo accedere di nascosto sul pc dello studio di mio padre ed accedere a tutte le informazioni di cui avevo bisogno prima che rientrasse a lavoro. Su quel sito era presente lo stesso breve video che girava da giorni tra i cellulari dei ragazzi della mia zona nonché la possibilità di comprare una videocassetta a diciannove dollari e novantanove cents.

Uno screenshoot tratto dal sito (ora chiuso) di Bumfight.com (tratto da The Internet Machine)

Il tutto finì in un cassetto remoto della mia memoria, salvo poi tornare a galla qualche giorno fa quando, durante il mio peregrinare su Youtube, mi sono imbattuto in un documentario che ha analizzato la storia dietro al rapido successo (e all’immediata polemica mediatica) generata dal successo di Bumfight che mi ha portato ad approfondire l’argomento. Tradotto letteralmente dall’inglese il termine bumfight significa rissa tra senzatetto e nonostante ci si aspetti prevalentemente tali contenuti non contiene zuffe tra senza fissa dimora. Questi video sono diventati con gli anni dei veri e propri cult tra gli appassionati del trash e degli esperimenti sociali anni prima dell’avvento dei reality show e di Youtube. Bumfight è stato prodotto dal filmmaker Ryen McPherson e dai suoi amici Zackhary Bubeck, Daniel J. Tanner e Michael Slyman in associazione con la Indecline, collettivo di artisti anarchici attivi in campo artistico e famosi negli ultimi anni anche per alcuni graffiti di protesta per la crisi economica e nei confronti dell’attuale presidente americano Donald Trump. La crew riprendeva nei sobborghi di San Diego, San Francisco, Los Angelese e Las Vegas video di risse tra ragazzi nei cortili delle scuole e filmava senza tetto durante assurdi stunt amatoriali ispirati da quelli visti in Jackass ma ben più estremi. Sulla promessa di qualche dollaro o di bottiglie di alcolici questi individui erano costretti a lanciarsi contro muri, tatuarsi in varie parti del corpo il nome bumfight o lanciarsi in risse senza motivo.

Rufus, una delle “superstar” di Bumfight, mostra il tatuaggio sulle nocche che riporta il nome della serie di video di risse

Negli Stati Uniti la videocassetta di questa versione fuori di testa e ancor più malata di Jackass stava spopolando tra i giovani per via della vendita che la casa di produzione stava facendo online sul suo sito e grazie anche ad alcune aste su Ebay, che prontamente bloccava in quanto i contenuti del video non erano conformi con il regolamento etico del sito di aste online che proibisce la vendita di materiale il cui contenuto promuove o glorifica la violenza. Ben presto anche l’opinione pubblica statunitense accese i riflettori su Bumfight e sui suoi creatori, accusati di sfruttare abilmente la situazione di indigenza dei soggetti rappresentati nel video. Ben presto infatti la NCH, la National Coalition for the Homeless, ente che si occupa di dare supporto ai senza tetto o a chi ha vissuto esperienze di indigenza, ha accusato Bumfight di essere una triste rappresentazione che sminuisce e disumanizza i senzatetto. Nell’aprile del 2006 i quattro filmmakers originali che stanno dietro alla produzione di Bumfight hanno dichiarato che non avrebbero più realizzato video della serie (arrivata al terzo volume) e che avrebbero pagato le persone senzatetto ritratte nei video, nei quali spiccano le figure di Rufus Hannah (ribattezzato Rufus The Stunt Bum) e Donnie Brennan prima che la causa che li riguardava fosse sottoposta a processo. Negli ultimi anni Rufus Hannah, dopo un lungo processo di riabilitazione per sconfiggere la dipendenza dall’alcol, è diventato un avvocato per la NCH e ha raccontato in un libro la sua esperienza con Bumfight, ciò che era costretto a fare per soddisfare il suo alcolismo e il desiderio di gettarsi tutto alle spalle e ricominciare, compreso quello di cancellare definitivamente il tatuaggio di Bumfight che aveva fatto sulle nocche delle sue mani. Hannah è morto nel 2017 in seguito ad un incidente stradale. Un progetto sicuramente molto controverso e che, a distanza di anni, continua a far discutere. Ma non è questo, in fondo, una versione più grezza di quella morbosità che negli ultimi anni i network televisivi ci hanno abituato ad avere nello spiare ventiquattr’ore su ventiquattro gli inquilini di una casa?

Hank Cignatta

Le nocche tatuate di Rufus, anni dopo aver girato Bumfight
La fronte tatuata di Donnie Brennan, altra “star” di Bumfight
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Giornalista pubblicista, fondatore e direttore responsabile di Bad Literature Inc.

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