La parola come cura: la medicina narrativa di Bergamo

Esiste una cosa, una di quelle cose che non so dire se sia bella ma d’altro canto di sicuro non è brutta. E non è brutta perché implica una delle cose più belle che si possa fare al mondo, assieme al bere e fare l’amore. Questa cosa è leggere. E recentemente un progetto l’ha trasformata in una cura medica, seguendo un po’ lo stesso principio della clown therapy di Patch Adams.

Patch Adams e la “clown therapy” negli ospedali (ph. fonte lacapannadelsilenzio.it)

Facciamo un po’ di chiarezza. Nel campo della medicina esiste la cosiddetta “medicina narrativa”, che è un aspetto della terapia che coinvolge il paziente a livello colloquiale. Lo si ascolta e non solo sui sintomi. Gli si parla della malattia e delle sue cure, ma non in maniera tecnica. Si fa in modo di coinvolgerlo. Gli si dà assistenza, oltre che una cura. Si coinvolge la vita personale, la scienza, la letteratura e la filosofia. E’ un modo per dare umanità (anche nella sua fragilità) e calore a una branca che corre sempre il rischio di non averlo. Un po’ l’opposto del dr. House, per quanti ricordano la serie tv.

“Tu preferiresti un dottore che ti sta accanto mentre muori o un dottore che ti ignori mentre guarisci?. La filosofia del dr. House in una frase (ph. fonte njmonthly.com)

A Bergamo stanno facendo questo. La città che è diventata il simbolo del focolaio italiano del Covid-19 sta attualmente ospitando un progetto artistico-culturale all’interno degli ospedali. Attori, scrittori e musicisti hanno provato a portare l’arte tra i degenti. Le riproduzioni delle opere del Rinascimento italiano tappezzano i muri dei reparti, e vengono raccontati attraverso letture, podcast, spartiti e fumetti. Dietro il progetto, che ha il titolo di “Opere in parole”, autori come Alessio Boni, Bruno Bozzetto, Lella Costa, Paolo Fresu, Enrico Ianniello, Tony Laudadio, Michela Murgia e altri.

“Opere in parole”, l’arte in mostra negli ospedali di Bergamo (ph. repubblica.it)

Come dicevo all’inizio, non sono se sia una cosa bella. Non so se lo sia perché io sono una persona che apprezza i contesti per quelli che sono e la decontestualizzazione a volte mi appare forzata. E mettendomi nei panni di un paziente che se la sta vedendo brutta, credo sarei impegnato a mandare a cagare enti o persone che non hanno dato più soldi alla sanità (che è il grande problema di questo preciso momento storico) o che non essendo riusciti a garantire un palco ad arte e cultura (ivi e soprattutto compresi teatri, cinema ed editoria) lo appaltano altrove sperando di fare leva su un genuino senso di pietas, anche un po’ strappalacrime.

Il reparto Covid dell’ospedale Giovanni Paolo XXIII di Bergamo (ph. fonte espresso.repubblica.it)

D’altro canto, lo ripeto, non riesco a dire sia brutta. Perché questo è il vantaggio e l’aspetto più bello della cultura. Dove la metti sta bene. Non guasta mai. Fa bene. E’ balsamo. E nel peggiore dei casi, dà un tono all’ambiente.

Danilo D’Acunto

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