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La parabola distruttiva di Johnny Benderland

Ogni giorno che passa diventa sempre più pesante. Un fardello da portare sempre più difficile con il quale fare i conti. Apro gli occhi e sono già in debito di ossigeno. Spalanco la bocca arsa. Ho fame d’aria. E di vita. E’ come se mi ritrovassi a piangere per celebrare la vita una seconda volta. Manca solo la pacca del ginecologo.

In compenso c’è quella lisergica del mix di LSD e cannabis che mi sono sparato la sera prima. Il tutto accompagnato da uno stordimento alcolico che ha alterato la dolorosa percezione di un mondo infeltrito nelle emozioni e nei sentimenti. Il mio nome è Johnny Benderland. Sono un’attore di successo. E quando non sono impegnato a recitare in film che diventano quasi sempre dei successi al botteghino, suono la chitarra con il mio gruppo rock, i Dead Skins.

Mi ritrovo mal piegato su una poltrona che, ad occhio e croce, sembrerebbe dell’Ottocento. Un’improvvisa ed acuta fitta alla schiena mi sorprende, facendomi scattare in piedi come un soldatino di latta. Barcollo e cerco di stare in piedi mentre la stanza intorno a me inizia a ballare come se fossi dentro una lavatrice. Mi ritrovo a sfondare una porta specchio con la testa. In pochi istanti inizio a sanguinare dalla fronte. Inizio a ridere senza un motivo. Una risata vacua, priva di reale significato.

Una sorta di reazione improvvisa ad una situazione sulla quale non ho il minimo controllo. Ne mentale, ne fisico. Mi ritrovo con una lunga lacrima di sangue che mi riga il volto. Un’immagine in bilico tra il sacro e il profano. E il dolore che esplode come una bomba al fosforo che incendia  e incenerisce la mia coscienza. Continuo a ridere di quella situazione assurda e del fatto che non ci sia nessuno che possa portare una parvenza di normalità in tutto questo contesto. Mi sento stanco, debole. Decido di abbandonarmi al sonno.

Riapro gli occhi molto dopo, completamente confuso. Probabilmente mi sono anche pisciato addosso. In testa un’accozzaglia di ricordi mescolati alla bell’e meglio, senza alcun filo cronologico. Provo a mettermi in piedi, sperando che le gambe reggano il mio svogliato tentativo di tornare alla normalità. Mi affaccio alla finestra e i miei occhi vengono bruciati dalle luci natalizie che, ad intervallo intermittente, mi ricordano che sta arrivando il compleanno di Cristo.

Cerco di riprendermi e mi do una rapida sistemata alla camicia nera. In bocca ancora il sapore ferroso del sangue.  Prendo la mia chitarra e mi siedo accanto ad un televisore degli anni Cinquanta. Sul parquet due corpi femminili, storditi dal mix di alcol e da quei lisergici liberatori delle coscienze. Corpi nudi, dalla pelle candida ed immacolata. Le mutandine coprivano pudicamente le parti intime, mentre una delle due si gira su un fianco in una strana smorfia. Respira ancora. Tutto nella norma. Nessun guaio all’orizzonte. Almeno per ora.

Prendo la mia chitarra e inizio a suonare un brano che avevo iniziato a comporre nel bus con il quale toccherò in tournée tutti gli Stati Uniti. Non gli ho ancora dato un nome. Come non sono ancora riuscito ad affibbiargli un testo che potesse essere abbastanza coerente con le sensazioni che albergano nelle pieghe più profonde del mio animo.  Accendo la televisione e tolgo il volume. Il plettro continua a far vibrare le corde. Le mie dita toccano i capotasti della mia chitarra, creando note e assoli. Le immagini scorrono sullo schermo. Illuminano la stanza immersa in un buio quasi spettrale.

Danno un colore sintetico alle emozioni che si vivono in quella stanza. Rassegnazione. Stanchezza. Stordimento. Dolore. Pena. Ricerca della redenzione. Un tuffo all’interno della dannazione eterna. Una sorta di refugium peccatorum di chi usa la musica come mezzo di espressione. E non musica normale. O almeno non quella merda che passa oggigiorno per radio e che la gente si ostina a definire musica. Ma qualcosa che, nel bene o nel male, è legata a un periodo lontano.

Un qualcosa con la quale la gente rievoca ricordi, sia belli che spiacevoli. Miliardi di episodi di vita vissuta di individui che hanno legato la propria esistenza ad una determinata emozione. Ad una parola. Al verso di un testo. O al suono di un assolo di chitarra. Vite che vanno avanti. Che cambiano. Che si trasformano. Altre che, improvvisamente, vengono spezzate. E rimpiante da chi ha avuto modo di essere benedetto dalla luce di quella forza interiore che ha illuminato il loro cammino. La mia mente vola a quella sera, in cui tutto è cambiato. In cui una parte del mio cuore è stata seppellita per sempre. Cremata e poi gettata nel roseto eterno dei ricordi. Una vita spezzata troppo presto.

La tv trasmette immagini di famiglie felici. Situazioni perfette di spaccati di vita al limite del plastico. Provenienti da anni che sembrano ormai lontani anni luce dal nostro presente . Guardo la mia mano destra che impugna il plettro e fa vibrare le corde. Lo smalto nero sulle mie unghie si sta togliendo. Ho le mani rosse e gonfie. Prendo la chitarra e la lancio vita contro il muro. Forse si è spaccata. Forse no. Non me ne frega un cazzo. Fisso il vuoto con fare apatico per oltre venti minuti. Poi cerco una cosa nella tasca dei miei jeans. Eccola li. Una via di fuga lisergica verso la libertà mentale. Mi giro e accanto a me c’è un carrello su cui sono poggiate alcune bottiglie di alcolici. Afferro una bottiglia di Jack Daniel’s, appoggio la pastiglia sulla lingua e la butto giù insieme ad una abbondante quantità di whiskey. Cazzo. Le mie budella vanno in fiamme. Continuo a scolarmi al bottiglia, finché tutto il suo contenuto non va di gran carriera a rovinare quello che ancora di sano c’è del mio fegato. Mentre una sensazione di calore va a bruciare i resti della mia anima ormai rotta.

Giro su me stesso. La stanza torna a girare vorticosamente come una giostra. Gira e gira. Sempre più veloce. Sempre più in fretta. Aspettate. Voglio scendere. Mi sento male. Sento qualcosa muoversi dal mio stomaco verso l’esterno. Provo a trattenermi ma non ci riesco. Vomito copiosamente al centro della stanza. Poi svengo e perdo i sensi. Una sensazione di freddo mi sveglia. Non so per quanto tempo ho dormito. Ne dove sono e con chi sono. Ma soprattutto non sono certo di poter rispondere con certezza su chi sono. Accanto a me la mia chitarra nera lucida è in frantumi. Non riesco a spiegarmi il perché. Chi può essere stato? Proprio non ricordo. Le tempie mi pulsano come non mai. Il cervello mi fa un male pazzesco. Potessi mi spaccherei la testa per togliere tutto quello che di marcio vi è dentro. Guardo la mia mano destra. La fisso. C’è qualcosa che non torna. Per terra c’è un taglierino. E una pozza di sangue. Accanto vi è quello che sembra un pezzo di würstel. Continuo a fissarmi la mano. E in particolare modo l’anulare.

Mi sforzo di focalizzare l’attenzione. Mi manca la falangetta. Grandioso. Ma come cazzo è possibile?  Sento in lontananza il suono di alcune sirene, che si fa via via sempre più distinto. Qualcuno entra urlando nella stanza in cui mi trovo, nella mia immensa residenza. Dei paramedici si affrettano ad entrare sulla stanza e a prestare i primi soccorsi a un corpo riverso al centro della stanza. D’improvviso mi sento leggero. Avverto una calma che non avevo mai provato prima. E’ come se come per incanto fossi in pace con gli elementi. Vago per la stanza ma tutto è abbastanza buio. La musica che prima proveniva dal piano inferiore ha smesso di suonare. Sento qualche grida femminile. Continuo a non capire nulla di quella assurda situazione. Cerco di capire di chi sia quel corpo esanime al centro della stanza. Intanto i paramedici continuano ad urlare e a unire gli sforzi per cercare di rianimarlo. Uno si avvicina alla pozza di sangue nella quale giace quella che era la falangetta dell’anulare del mio dito destro. La raccoglie e la mette in un sacco di plastica con molto ghiaccio. Ma non ha un bell’aspetto. Ora riesco a vedere un po’ di più il volto del ragazzo al suolo. Ha il viso cianotico e una pozza di vomito bianco accanto alla faccia. E una goccia di sangue che dalla fronte gli è colata fin sopra il setto nasale. Un particolare che non passa inosservato. I paramedici sono chini su quel corpo e cercano di rianimarlo con un defibrillatore. I presenti nella stanza guardano la scena increduli. Chi piange. Chi resta in silenzio. Chi non sa cosa dire. Chi grida e chi scappa via prima dell’arrivo della polizia. Il televisore è rimasto acceso e intanto scorrono le immagini dei notiziari, che riportano la notizia della morte di Johnny Benderland, attore iconico ma dalla vita tormentata e maledetta. 

Hank Cignatta

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