La gara del razzismo

Pronti. Partenza. Via.

Si aspetta più o meno così la nuova possibile ondata di razzismo popolare che già aleggia nell’aria.

Ma la domanda che mi attanaglia in questi casi è “ma è davvero così sbagliata?”

Ma andiamo con ordine e spieghiamo i fatti.

Ieri l’ambasciatore italiano in Congo Luca Attanasio è stato ucciso in un attentato assieme al carabiniere Vittorio Iacovacci e il loro autista congolese Mustapha Milambo. Stavano viaggiando a bordo di un’auto dell’Onu in una regione della Repubblica democratica del Congo, il Nord Kivu, da anni teatro di violenti scontri tra decine di milizie che si contendono il controllo del territorio e delle sue risorse naturali.

Il governo congolese indica come possibili mandanti dell’attentato le Forze democratiche di liberazione del Ruanda (Fdlr), ribelli di etnia Hutu conosciuti per il genocidio in Ruanda del 1994. Le Forze, invece, smentiscono la cosa. Nel frattempo l’Italia ha chiesto un rapporto dettagliato alle Nazione Unite.

(ph. fonte lindro.it)

In poche parole, cosa sta succedendo? Succede un teatrino già visto, e cioè l’omicidio più o meno misterioso di una o più persone all’interno di un territorio di cui non si conosce perfettamente lo stato sociale e governativo. Chiunque abbia lavorato nel Congo vi potrà testimoniare che oltre alle realtà felici e speranzose di un futuro migliore, nel Paese esistono scontri e guerriglie interne. La testimonianza di un amico mi racconta di aver accettato un posto di lavoro pagato suppergiù 18.000 euro al mese e che ha lasciato dopo il primo mese per palese invivibilità. Ma ci tengo a precisare che questa rimane una chiacchiera e non un fatto, per cui prendetela come tale.

Succede poi un’altra cosa ancora. Succede che qui in Italia, come al solito, ce la prendiamo di più su un episodio del genere perché tale episodio coinvolge nostri connazionali. E poi perché è successo in Africa.

Succede quindi che dietro l’interesse per la notizia aleggia lo spettro di Giulio Regeni. E quello di Patrick Zaki. E infine lo spettro più grande di tutti, quello che non ci scrolliamo di dosso dai tempi di Ottaviano e Marco Antonio, quello dell’Africa. Quello che più recentemente conosciamo con il “aiutiamoli a casa loro”.

(ph. fonte dire.it)

Lo spettro che ci dice che l’Africa non ci piace (ma che ci è piaciuto colonizzare). Che gli africani non ci piacciono. Che noi li vogliamo vedere solo alla tivù nelle trasmissioni che parlano di luoghi lontani. Li vogliamo vedere mentre fanno i loro riti un po’ strani e un po’ esotici. Mentre ballano attorno a un fuoco con il corpo dipinto. Questi sono gli unici africani che tolleriamo. Gli altri non li vogliamo.

Non vogliamo gli africani che combattono a sangue per una giusta o una cattiva causa. Non vogliamo i governi dittatoriali africani, né le ribellioni. Soprattutto quando sono ribellioni che grondano sangue. Non vogliamo gli imperi del traffico di diamanti, di armi, di droga, di sesso. Quelli al massimo li possiamo tollerare nei film al cinema.

Non vogliamo tutto questo. E allora parte la gara di razzismo, camuffata da mille espressioni diverse. Da quelle più audaci ed esplicite a quelle educatamente mascherate nei salotti borghesi, fino a quelle popolari che “parlano alla pancia del Paese” (l’espressione più idiota che la sintattica italiana abbia potuto partorire negli ultimi 1800 anni).

La si sente già montare. Vedrete, tra un po’ inizierà a contendere con il coronavirus i titoli principali dei quotidiani. Tra un po’ inizierà a riempire i salotti televisivi mondani, pomeridiani e serali.

Al che la domanda di sopra, che continua ad attanagliarmi “ma è davvero così sbagliata?

E la risposta, ovviamente, è “sì, sempre”.

Danilo D’Acunto

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