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La disarmante attualità di Daria, la soluzione migliore contro l’abrutimento del conformismo dilagante

Avete presente quelle mattine in cui vi svegliate male?  Quelle in cui non vorreste togliervi il pigiama neanche per tutto l’oro del mondo e in cui la sola idea di rivolgere la parola a qualcuno vi fa venire voglia di tornare sotto le coperte a costo di soffocare? Oggi è stata esattamente una di quelle. Sono quasi le sei del pomeriggio e non ho nessuna intenzione di vestirmi.

Me ne sto qua a fissare il vuoto, covando rancore, chissà per chi o per cosa. Indosso i miei occhiali, cerco di sistemare la mia stupida frangetta e decido di dare un senso a questa giornata. Mi sento molto come una versione di Daria Morgendorffer post liceo. Ve la ricordate? 

Correva l’anno 1997, una me in piena crisi pre-adolescenziale, scorreva annoiata tra i canali della televisione in cerca di un rapido intrattenimento catodico che tardava ad arrivare. Tutto ad un tratto su MTV appare lei: Daria. Era qualcosa di decisamente fuori dagli schemi, fottutamente anticonvenzionale. Una nerd dagli occhiali rotondi, dallo sguardo assente di chi odia tutto e tutti incondizionatamente dotata nonché dotata di un pessimismo catastrofico che diventerà uno dei suoi punti di forza.

Finalmente non mi sentivo più sola, non mi sentivo più così sfigata. Avevo trovato il mio posto nel mondo, dentro a una delle serie animate più irriverenti e riuscite degli anni d’oro di MTV. Dal 1997 al 2002 questa serie animata mi ha aiutata a superare gli anni del liceo insegnandomi l’arte del cinismo e a ridere sonoramente del perbenismo incartato in uno spesso strato di bigottismo.

La paladina di tutti gli outsider, l’anti eroina di cui tutte quelle persone che, come me, non si sono mai sentite popolari tra le false pieghe della zona di comfort del conformismo. Improvvisamente, avere una propria opinione non era considerata più una specie di eresia. Gli studenti del liceo di Lawndale non differivano poi tanto dal campionario umano con il quale dovevo condividere l’ossigeno ogni giorno tra i banchi di scuola.

Daria mi ha avvicinata al punk e al grunge con la sua cazzutissima colonna sonora composta da gruppi del calibro degli Offspring, Beastie Boys, Iggy Pop, PJ Harvey, Garbage, Soundgarden, Weezer e moltissimi altri (che potete ascoltare su Spotify cercando la Playlist “Daria Morgendorffer”)

Daria è composta da cinque stagioni più due lungometraggi che raccontano la storia della famiglia Morgendorffer trasferitasi da Highland, a Lawndale, dove la protagonista e sua sorella Quinn frequenteranno il nuovo liceo. Le due sorelle sono diverse come il giorno e la notte: Quinn è la classica cheerleader, senza un briciolo di cervello ma dotata di un bel fisico e di lunghi capelli lucenti. Riuscirà fin da subito ad integrarsi e a creare una specie di club della moda con altre studentesse dal Q.I pari a quello di un sottoaceto.

Per Daria invece, sarà l’opposto. Intelligente e molto più matura dei compagni, viene tormentata dai borghesi genitori Helen e Jake, che cercheranno in tutti i modi di spingerla a socializzare. Nulla cambia per lei fino al giorno in cui non incontrerà Jane Lane, un’artista strampalata e altrettanto cinica, che diventerà in seguito la sua migliore amica. Sarà un susseguirsi di episodi, costellati da personaggi più o meno degni di nota, dove le vicende liceali, si intrecceranno a quelle familiari dei Morgendorffer.

Se ancora non vi è chiaro, Daria per me è stata più di una semplice serie animata.È stata l’amica che avrei voluto, mentre pettinavo i miei capelli con la riga nel mezzo ascoltando Marilyn Manson.  È stata la consapevolezza che in un mondo pieno di Quinn, l’unica arma per sopravvivere alla stupidità umana è il sarcasmo, a volte spietato, a volte scorretto.

E infine che “non c’è aspetto, risvolto o momento della vita che non possa essere migliorato con della pizza“.cit. La pizza, cazzo. Risolve sempre ogni cosa. E poi la genialità di Sic Sad World, il programma televisivo preferito di Daria e Jane, che prende di mira le assurdità della società con tutte le sue ridicole velleità di emancipazione. Non a caso il nome della mia rubrica prende il nome da questo delirante ma tristemente vero spaccato sociologico. E tutto questo in tempi in cui i social non avevano assunto la forma attuale, dove c’è un maledettissimo bisogno di continuare ad essere Daria per evitare di soccombere in una società fatta di tante, troppe Quinn.

Miss Cianuro

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