La birra dell’inferno non è mai calda, ovvero recensione di “Spero che servano birra all’inferno”

Vedete, c’è una parte di me amabilmente bastarda. Ha origine dai capricci infantili ed è stata tirata su da rabbia e da adolescenziale (quanto patetica) voglia di ribellione. Innaffiata con alcool e soggiogata alle regole di una allegra, dissacrante autarchia. Una timida voglia di eccessi, un capitombolare nella risata facile e volgarotta. Per come la vedo io, questo lato di me ogni tanto ha bisogno di venir fuori, perchè è biologicamente giusto così. E’ per questo motivo che oggi scrivo di “Spero che servano birra all’inferno” di Max Tucker.

(ph. fonte ibs.it)

Il libro l’ho comprato pensando a suddetta parte di me. Non mi sono aspettato di più di quanto chiedevo, e alla fine l’ho ottenuto. Leggere una serie di racconti deliranti di un tizio che si ubriaca e si trova a passarne di tutti i colori. Per chi capisce cosa intendo dire, è un pò come ascoltare da un amico le vicende di una serata di sbronze di cui però tu che le hai vissute non ti ricordi niente perchè avevi il cervello ottenebrato dagli alcolici.

trailer del film tratto dal libro

Non c’è pretesa letteraria (fortunatamente, perchè se avessi notato che magari ci voleva essere anche solo un piccolo presuntuoso messaggio dietro, avrei dato fuoco al libro), non si cerca il paragone con modelli illustri (penso a Bukowski) e soprattutto c’è coscienza di questo (cosa alquanto rara tra i nuovi, trasgressivi, scrittori). Ma contemporaneamente c’è attenzione a non scadere nel banale, nella volgarità tanto ricercata quanto artificiosa. Alla fine, si constata che qualora le storie fossero vere, lui è stato bravo nel riportarle, e in caso contrario, è stato bravo nell’inventarle. Fondamenti dello scrivere, insomma.

Lo stile è scorrevole, è il resoconto di eccessi ma non è mai eccessivo. Le parolacce sono disseminate praticamente ovunque; vomito, umori e feci cadono qua e là (non scandalizzatevi, del resto stiamo parlando di sacrosante bevute). La parte di me di cui vi dicevo prima, si è divertita nel leggerlo, perché, beninteso, il libro non ha assolutamente altro scopo che divertire.

Se poi questo tipo di allegria non vi piace, è un rispettabile valido argomento per non comprarlo. Io appartengo a quella schiera di persone che piuttosto che andare nelle discoteche indossando vestiti che mi costringono a portare la firma degli stilisti sul culo, preferisce ubriacarsi con gli amici nella speranza che siano abbastanza sobri anche loro da riaccompagnarmi a casa, in uno scroscio ininterrotto di risate, perché alla fine, tutto nella vita ha un che di comico. Non sarò nel giusto, ma sono certo di non essere nel torto.

“E a culo, tutto il resto”.

Danilo D’Acunto

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