John Fante, il dio di Bukowski

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Charles Bukowski aveva 58 anni quando incontrò il suo unico grande mito, che di anni ne aveva 69. Lo incontrò all’interno di un ospedale. Del resto, dove vuoi che uno scrittore beone ne incontri un altro con la stessa dipendenza? E’ lì che vanno a finire le parole che soffrono di cirrosi epatica, perché la scrittura, l’arte e l’eccesso sono belle ma poi alla fine la vita sta sempre lì a chiederti di pagare il biglietto. Bukowski aveva appena iniziato a pagarlo quel biglietto, mentre il suo idolo era lì lì per chiudere il conto. Un conto che gli era costato la vista e un piede, conseguenze del diabete che lo stava consumando da anni. Ma non importa, in quel momento non importava niente. Bukowski era lì, davanti a un letto d’ospedale e in quel letto c’era l’autore di un racconto dal titolo Il dio di mio padre, e quell’autore era il suo dio. Quell’autore era John Fante.

Charles Bukowski, il mito del cosiddetto realismo sporco

Questa è l’immagine che schiere di lettori e aspiranti scrittori hanno stampata in mente. E’ la grande narrativa americana contemporanea che si fa un bicchiere alla loro salute. Il rovescio della medaglia che da un lato ha quel piccolo esercito che va da Mark Twain a Jonathan Franzen, e dall’altro ha loro, Carver e Capote. Una medaglia comunque bellissima che vale la pena rigirarsi tra le mani come un centesimo tra le dita di un prestigiatore.

John Fante, 1909-1983. Il successo per lui arriverà principalmente dopo la sua morte, grazie soprattutto all’opera di Bukowski (ph. fonte Wikipedia)
 

Ma chi era John Fante? Perché Bukowski lo amava così tanto? John era figlio di Nicola, un immigrato italiano di origini abruzzesi. E’ stato il prototipo di tutti gli scrittori che da piccoli sognavano di essere scrittori e che mentre ci provavano a esserlo inciampavano nella frustrazione di un mondo letterario ancora non abbastanza pronto ad accoglierli. E spesso inciampavano pure nelle bottiglie di vino. Che, guarda caso, ne trovavano sempre una a portata di mano. E’ stato l’iniziatore di uno stile letterario rabbioso che da lui discenderà a fiumi e cascate e si declinerà in cento varianti diverse. Il “gonzo” stesso è una variante della sua penna. Scrittore della poetica del ruvido, dove ogni cosa sembra fatta di setole e ispide, e tutto va male, va storto, niente funziona secondo le istruzioni perché la vita è così, è carogna. E bastarda. Una vita fatta di badili e calcestruzzo quando poi la si sogna fatta di carta e inchiostro. Il padre di John era un muratore, uno di quegli italoamericani che parlava solo in dialetto, fumava sigari puzzolenti e bestemmiava l’America maledetta ché lui non ci voleva stare ed era stato costretto a emigrare lì.

John invece era già americano, nato a Denver e la faccia rivolta a Los Angeles ma aveva la schiena bastonata da tradizioni italiche che la famiglia – con tutto il suo comparto di mamme e nonne eternamente vestite di nero – non si decideva ad abbandonare. John Fante è stato il primo esempio di quella che oggi chiamiamo “seconda generazione”, o che in termini più attuali chiamiamo “quelli dello ius soli”. Insomma quei poveri cristi che nascono qui ma hanno la pelle di un colore diverso, e passano l’adolescenza con Manzoni a scuola e riso al curry come pranzo a casa. Ecco, Fante era un po’ così, come i giovani bangla di oggi, quelli che a momenti parlano italiano meglio dei loro coetanei indigeni ma che si ritrovano a fare i conti con tradizioni che le loro famiglie non riescono ad abbandonare.

Un estratto dal film “The words” (2012) di Brian Klugman e Lee Sternthal. John Fante è un autore ancora molto vivo nella cultura pop

Fante è stato il profeta e messia di questo disagio d’appartenenza e lo ha raccontato principalmente in quella che è nota come la saga di Bandini, quattro romanzi incentrati sulla figura di Arturo Bandini, per certi versi suo alter ego, e senza dubbio una delle figure letterarie più forti del Novecento. Bandini, sognatore sfrenato ma mai vincente perché la vittoria è per quelli belli fuori e vuoti dentro. Per quelli che non sanno bestemmiare in mezzo ai denti né sanno come capitombolare tra le braccia di polverosi tramonti. Bandini che vive notti insonni arrovellandosi su cosa scrivere l’indomani senza mai scriverlo, però manda lettere fenomenali agli editori. Beve male e fuma peggio, innamorandosi tra una boccata e l’altra. Nervoso, accigliato, avaro di felicità che tiene stretta nei pugni in tasca, ché a perderla chissà mai se riesce a ritrovarla. Relegato in una solitudine tutta privata e gli altri non capiscono che quell’isolamento è la semplice constatazione del suo essere inadatto a questo cielo.

Il trailer del film “Chiedi alla polvere” (2006) con Colin Farrel e Salma Hayek, tratto dall’omonimo romanzo di Fante e appartenente alla saga di Arturo Bandini

Poi c’è quel capolavoro de “La confraternita dell’uva” (The brotherhood of the grape), al quale Capossela ha dedicato una canzone, “Accolita dei rancorosi”. Quando voglio mostrare il mio rispetto verso qualcuno, regalo questo libro. Anche se al tizio non piace leggere, o non è il suo genere. Per me è come regalare una Ferrari. Oh, ti sto regalando la “confraternita”, mica cazzi. Puoi solo ringraziare. E’ un romanzo dove si scontrano due generazioni, quella del padre e quella del figlio, esattamente secondo lo schema di cui dicevo prima. Ma la cosa che rende straordinario questo scontro è che le due generazioni sono grandiose entrambe. Hanno ragione entrambe ed entrambe hanno torto. Sono bellissime ed epiche, e lo sono per motivi completamente differenti e tutti ugualmente giusti. Alla fine tutte e due servono messa alla tavola della vita, questa grande farsa tragica della vita che va mandata giù a larghe sorsate amare, le stesse sorsate di vino rosso forte e acido che tanto piaceva agli immigrati italiani, il “dago red” (che poi è anche il nome che Fante ha dato a una raccolta dei suoi racconti).

“L’accolita dei rancorosi” (1996) tratto dall’album “Il ballo di San Vito” di Vinicio Capossela. Un omaggio al libro di Fante “La confraternità dell’uva” e ai suoi personaggi

Sì, gustatevelo, Fante. Perché è una di quelle cose che il buon Dio c’ha messo in mezzo per essere apprezzato in tutta la sua bruciante interezza. Andate a trovarlo in libreria come Bukowski ha fatto con lui in ospedale. Portategli rispetto, un fiore, e un bicchiere di vino.

Danilo D’Acunto

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Archeologo e scrittore di cose. A rude dude, but also the real deal.

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