Inside Out: educare alle emozioni

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“Come stai? Bene grazie e tu?

Uno scambio di battute sincronizzate, quasi automatiche, che sistematicamente si ripetono nel corso delle nostre giornate. Che sia con un amico, un collega o un vicino di casa poco importa, quante volte durante la nostra giornata ci capita di porre questa domanda a qualcuno essendo realmente interessati alla risposta? Tendenzialmente poche. Viviamo in una società frenetica, dinamica, una società che, spesso, ci impone di essere felici anche quando non lo siamo, di mostrarci “bene” anche quando non stiamo bene, di sorridere anche quando non ne abbiamo voglia. Sostanzialmente: viviamo in una società che non ha tempo per i sentimenti. E, se è vero che un atteggiamento positivo è utile nell’affrontare le sfide della vita, è anche vero che imparare a riconoscere e a dare dignità alle emozioni che proviamo, è fondamentale per star bene con noi stessi prima e, in seguito, con gli altri. 

“Tra tutte le debolezze la più pericolosa è l’eccessiva paura di apparire deboli” (Essere e apparire, Jacques- Benigne Bossuet)

 In merito a ciò il primo importante segno di attenzione a tale problematica sociale arriva dal mondo del cinema, in particolare dai film di animazione. Sono diversi, infatti, i film che ultimamente hanno cercato di affrontare la tematica cercando di adattarla al mondo dei più piccoli, ma non solo. Tali pellicole, infatti, si pongono in un’ottica così moderna e ben fatta da attirare la curiosità anche dei più grandi. Pioniere tra questi è Inside Out, lungometraggio animato uscito nelle sale cinematografiche nel 2015 ma che risulta, tutt’ora, uno dei più grandi successi Disney Pixar degli ultimi anni.

Tristezza, paura, gioia, disgusto e rabbia: i protagonisti di Inside Out

La pellicola vanta la collaborazione di Paul Ekman, psicologo statunitense celebre nel mondo della psicologia per essere, tutt’ora, uno dei più grandi esperti al mondo nel campo del riconoscimento delle emozioni tramite le espressioni facciali. Ekman ha, infatti, identificato 5 emozioni che egli definisce primarie: gioia, tristezza, rabbia, paura e disgusto, Quest’ultime sono perfettamente rappresentate nel film e sono associate, rispettivamente, ai colori giallo, azzurro, rosso, lilla e verde. Attraverso la narrazione della vita della piccola Riley, viene presa in considerazione l’esperienza che la vede traslocare da una più provinciale realtà come il Minnesota ad una grande città come San Francisco. Qui è illustrato il modo in cui le emozioni influenzano la nostra modalità di affrontare gli eventi. Diversi sono, inoltre, i richiami alla teorizzazione Jungiana rispetto al processo di costruzione e, dunque, alla successiva strutturazione della nostra personalità. Lo psicologo Carl Gustav Jung, infatti, teorizza l’esistenza di quelli che egli definisce Archetipi. Strutture in parte acquisite alla nascita in maniera ereditaria (inconscio collettivo) e, in parte, costruite nel corso della vita attraverso l’accumulo di esperienze personali (inconscio personale).

Carl Gustav Jung

Questi ultimi costituiscono, secondo Jung, il fulcro attorno al quale si costruisce la nostra personalità, essi ci guidano aiutandoci ad attribuire un senso ai nostri vissuti. Tra i principali archetipi jungiani: l’anima (al femminile) e l’animus (al maschile), la persona, il padre o la madre. E’ possibile, dunque, osservare come essi combacino perfettamente con quelle che vengono definite, all’interno del film, come: isola della famiglia, isola dell’amicizia, isola dell’hockey, isola dell’onestà e stupidera. Un ruolo fondamentale viene, inoltre, riconosciuto anche alla dimensione onirica e ai simbolismi ad essa associati. Si può osservare come i vissuti reali della bambina le vengano riproposti in sogno dalla mente tramite immagini simboliche: il ritrovarsi nudi in pubblico o la caduta dei denti si presentano, infatti, come rappresentativi di un momento particolarmente difficile nella vita di quest’ultima. Importante risulta, inotre, il riferimento al subconscio, mondo buio in cui “si nascondono i pensieri più indesiderati”. Il viaggio nella mente umana continua, poi, attraverso “il treno dei pensieri”, nonché il flusso di coscienza. Quest’ultimo, che si spegne nel momento in cui Riley va a dormire per poi riaccendersi al mattino, trasporta i pensieri e i ricordi, lasciandone qualcuno in quella che viene citata come “MLT” memoria a lungo termine. Tra i ricordi più “vecchi” vi è l’amico immaginario Bing Bong, che viene spostato nella sezione dei ricordi permanenti per fare spazio ai ricordi più nuovi: quelli che si apprestano a definirsi con l’entrata di Riley in quello che viene definito come uno dei periodi più complessi ma anche più belli della vita umana: l’adolescenza. A conclusione del film emerge quello che è, forse, il messaggio più importante veicolato da Inside Out: affinché Riley possa sperimentare la elicità e, dunque, la gioia, è necessario che ella affronti i sentimenti di tristezza, rabbia e frustrazione che prova nel momento in cui si interfaccia con le difficoltàche, una delle esperienze più traumatiche durante la vita, comporta. La mancanza dei propri amici, l’adattarsi ad una nuova scuola o, semplicemente, la mancanza di quella che fino a poco tempo prima chiamava casa, sono solo alcuni degli ostacoli cui deve far fronte. Soltanto nel momento in cui Gioia lascerà la possibilità a Tristezza di “contaminare” i ricordi base appartenenti al passato di Riley, sarà per lei possibile esprimere questi sentimenti e, con il supporto dei genitori, attraversarli trasformandoli in nuovi ricordi.

Giuliana Trentacosti

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