Bad Literature Inc.

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I’m so glad, i’m glad, i’m glad, i’m glad (un modesto pensiero per mio zio Louis)

Esco sul patio di una bella villa di recente costruzione. Davanti a me una piscina dall’acqua cristallina che mi invita a lasciare temporaneamente l’arduo mestiere del “sudatore” professionista e abbandonarmi al rigenerante refrigerio di quell’acqua immessa da poco. Resito, non mi sento a mio agio. Fisso il riflesso del sole che riverbera la sua luce sul fondo della piscina.

Lo stesso maledetto sole che picchia con impudenza sulla mia testa e se la ride, alto in un cielo terso in una domenica pomeriggio di inizio luglio. Non dovrei essere qui. Ma non vorrei neanche essere dove sono abitualmente quando sono impegnato a non divertirmi troppo. L’ardua scelta tra il soleggiato portico di una villa di recente costruzione immersa nel verde e con una piscina che invita disperatamente a tuffarcisi dentro. Oppure la calura dettata dalle quattro mura messe in penombra della mia stanza,a casa mia. Il mio quartier generale.

Il posto dove lavoro. Il mio prototipo di pseudo redazione per questo progetto proto letterario/giornalistico. Mi sdraio sulle mattonelle fresche al riparo dalla luce del sole e dalla canicola di metà pomeriggio. Le lenti dei miei occhiali da sole mi proteggono dal continuo riverbero della luce che si specchia nell’acqua e che con malizioso divertimento riflette in ogni dove per spingermi ad impazzire. Il bicchiere che contiene il mio drink trasuda. Ne do una sorsata consistente. La giusta temperatura per un Cuba Libre. E il refrigerio temporaneo è servito. Nella piscina colui che ritenevo un fratello e il proprietario della casa si godono il bagno, alla faccia mia. Ma sono stato io a desistere, quindi ora patisco il calore delle fiamme dell’inferno e sto zitto.

Elementi per una tipica scena alla American Pie? Tutti. Ci potrebbe essere la musica a volume massimo. La casa potrebbe essere piena di gente con l’unico obiettivo di divertirsi e fare casino. Potrebbero esserci alcolici a fiumi e droghe come se fosse un’improvvisa commemorazione di Woodstock. Potrebbero esserci ragazze pronte a tutto solo per poterlo raccontare il giorno dopo alle proprie amiche. Potrebbero anche esserci quelli che hanno la perenne necessità di documentare costantemente il loro vissuto su un social network per mezzo di foto o video (e qui il disgusto per me stesso).

Una simpatica sequenza di come arrivano sobri alla festa. Ecco l’album dove dimostrano all’obiettivo la ferma intenzione di divertirsi a questa festa. Nell’altro album addocchiano un esemplare di sesso femminile. Quindi ecco tutta la preparazione del rito del rimorchio. Tra l’autostima ridotta in frantumi peggio di un piatto lanciato fuori dalla finestra l’ultimo dell’anno e due di picche racimolati con la classe di un consumato giocatore di poker, ecco finalmente una che ci sta. Il selfie della vittoria. Quello che attesta che il tizio è riuscito realmente a rimorchiare una ragazza e l’altro in cui mostra dettagliatamente come ci si sia avvinghiato.

Ed ecco l’album del completo disfacimento della serata dove la ragazza gli vomita addosso due Cuba Libra, un Gin Tonic, due Bloody Mary e un White Russian. Se il tizio scorreggia corre il serio rischio di prendere fuoco. Ma tutto questo non avviene. La festa non c’è. Ci sono solo io, il fratello che non ho mai realmente avuto e il suo amico nonché proprietario della villa di recente costruzione. La mia attenzione si perde nell’azzurro di quell’acqua edulcorata con il cloro. Avrei tutti gli elementi per poter essere felice in questo pomeriggio. O almeno le attenuanti per poter arrivare a casa e dire di aver passato una bella giornata un po’ diversa dal solito. Eppure sento che mi manca qualcosa. Un qualcosa di fondamentale, di dannatamente importante come l’ossigeno che respiro.

Cerco di scavare nel profondo dell’essenza della mia inadeguatezza. E adesso che è sera mi guardo sguazzare placidamente a bordo della piscina delle mie emozioni. Vago a bordo di una poltroncina gonfiabile color verde mentre nulla sembra increspare la tranquillità dell’acqua di quella piscina. Sorseggio una birra mentre sono in balia di una delicatissima brezza che riesce a trovare la forza di spingermi dove meglio desidera. Non oppongo resistenza. E’ una cosa piacevole. Ci si ritrova improvvisamente cullati dagli elementi verso quello che, purtroppo, quasi quotidianamente ci dimentichiamo di ricercare. E’ una pace quasi mistica. Mentre mi godo la catarsi di quell’edonistico attimo, una luna piena e luminosa risplende nelle acque oscure della piscina delle mie emozioni.

Una luce. Un faro. Una guida. Un motivo per andare avanti. Una presenza più forte di qualsiasi altra cosa al mondo. La brezza si fa sempre più piacevole. D’improvviso un brivido. Ma non di freddo. Di affetto. Di sentimento. Alzo lo sguardo al cielo. So che sei tu. So che ci sei. Che ci sei sempre stato finora e che sempre ci sarai. Alzo la mia bottiglia al cielo. Do un sorso alla mia birra. In un timidissimo stato di felicità inizio ad intonare malamente le prime strofe di I’m Glad dei Cream per poi perdermi nell’imitazione dell’assolo di Eric Clapton. E la piscina delle mie emozioni non è mai stata così viva.

Hank Cignatta

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