Il Covid-19 è tornato. O forse non se n’è mai andato

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Nonostante qualche mese di apparente libertà, il virus è tornato. O, forse, non se n’è mai andato.  A differenza di Marzo questa volta sappiamo a cosa andiamo incontro ma, chissà perché, questa non è una consolazione. Da ieri ci ritroviamo nuovamente limitati fisicamente ma, soprattutto, mentalmente. Il divieto di uscire, di incontrare i nostri amici, di abbracciarli o, semplicemente, di fare una passeggiata, non sono soltanto divieti fisici, sono soprattutto mentali. Il senso di limitazione, l’impossibilità di progettare, la frenesia di voler fare quando ciò non è possibile, impongono alla nostra mente molto più che un divieto fisico, creando quello che si potrebbe definire un gap del pensiero, ovvero la difficoltà nel dover frenare quelli che, di norma, sarebbero pensieri naturali: progettare un viaggio, una passeggiata in centro, una cena con gli amici.

Fonte: DSM, Disegni per la salute mentale

Sembra assurdo che nel 2019, quando basta un click per collegarsi con chi si trova dall’altra parte del mondo, si sia costretti a rimanere chiusi in casa a causa di un virus che sta letteralmente decimando la specie umana. Eppure è così. Pandemia l’abbiamo chiamata, parola di derivazione greca παν (pan) = tutto + δῆμος (dèmos) = popolo, cioè “di tutto il popolo”, “che riguarda tutto il popolo”. Sì, tutto il popolo. Qualcosa che ci riguarda tutti, indistintamente. Indipendentemente dal genere, dalla razza, dal colore della pelle, dall’orientamento sessuale.  In un mondo come il nostro, in cui spesso odio e diseguaglianze la fanno da padroni, sembra sia arrivato qualcosa a ricordarci che forse, in fondo, non siamo poi così diversi gli uni dagli altri. Soffriamo tutti allo stesso modo. E mentre gli ospedali sono al collasso, il mondo fuori sembra essere impazzito. O, forse, semplicemente dissociato da una realtà che pian piano sta diventando sempre più insopportabile da sostenere. Sembra che non parlare di ciò che accade nella nostra mente, quando tutto ciò che abbiamo sempre dato per scontato viene a mancare, sia la soluzione, ma non è così. Perché così facendo si tralascia la possibilità di rassicurare le persone su quanto normale possa essere svegliarsi al mattino pensando ad una nuova giornata di “clausura” e non avere voglia di fare nulla o, semplicemente, la libertà di sentirsi tristi quando apparentemente non ce ne sarebbe motivo. Ma il motivo c’è, ed è la paura, l’insicurezza rispetto al futuro, la preoccupazione per la salute propria e dei propri cari, la sensazione che tutto intorno a noi stia perdendo di significato. Ciò che ci si è dimenticati, o forse ciò che non si è mai saputo, è che riflettere sulle proprie emozioni, esternarle, non è che il primo passo verso l’accettazione di queste ultime. E accettare di provare determinate emozioni significa imparare a conviverci, attraversarle e magari cavarne qualcosa di buono.  Nonostante la società imponga all’individuo la necessità di essere produttivo in ogni momento della sua vita, ciò, non solo non è necessario, ma non è possibile in quanto non fisiologico. Prendersi del tempo per se stessi significa infatti, tra le altre cose, avere la possibilità di sperimentare quello che è il proprio decorso emotivo, ovvero sperimentare le emozioni che sentiamo senza sentirci in colpa. Quindi sentiamoci tristi se lo siamo, riserviamoci del tempo per guardarci dentro e, poi, pensiamo a cosa potrebbe farci sentire meglio. Ma non facciamo l’errore di sotterrare i nostri sentimenti perché per quanti sforzi possiamo fare per cercare di nasconderli, essi troveranno sempre il modo per raggiungerci.

Giuliana Trentacosti

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