I Vinili Di Un Gonzo: Charge, una squisita spremuta di Funk

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Metti una sera di metà luglio dove l’afa rende più rallentati facoltà che, già di loro, non sono al massimo del loro splendore. Il mio televisore trasmette immagini di programmi già visti, film dalle emozioni già vissute e ridondanti suoni che si accavallano l’uno sull’altro senza senza alcuno. Il panorama delle serie tv al momento non presenta nulla che i miei pesanti e ostici gusti da noto rompicoglioni possano guardare. Ho bisogno della giusta ispirazione per poter intraprendere quel dolce viaggio che porta verso i lidi del sonno dei giusti. Mi rivolgo quindi con sacra devozione verso la collezione dei miei dischi, alla ricerca di qualcosa che possa essere utile allo scopo. Il mio ingombrante dito indice scartabella tutti i vinili, passando per un trionfo di nomi di artisti noti ed illustri sconosciuti, soffermandosi sul funk di pregevolissima fattura dei Charge e del loro album omonimo del 1974.

La copertina del disco

Stando alle informazioni reperite in Rete i Charge sono un super gruppo formato da musicisti di lunga esperienza musicali, tra i quali il bassista Alan Spenner ( Joe Cocker, Spooky Tooth, Grease Band, Kokomo, Whitesnake e Roxy Music), il batterista Godfrey McLean (The Gass), il cantante trinidadiano Lee Vanderbilt e la cantante Rosetta Hightower (The Orlons).

Il brano Funky Tropical del cantante Lee Vanderbilt del 1977

Il disco in questione, omonimo della band, è stato realizzato nel 1974 ed è un piccolo gioiellino del suo genere. La puntina graffia il disco e la magia ha inizio: si parte con la travolgente Can You Feel It, capace di far comprendere all’ascoltatore di aver intrapreso un fantastico viaggio all’interno del funk rock più puro.

Dai toni più morbidi ma decisamente sempre molto bella è anche She’s mine seguita poi da Soulfire, uno dei brani più interessanti del disco dove Lee Vanderbilt duetta con la stupenda voce di Rosetta Hightower. Riuscire ad eleggere un solo brano tra i migliori di questa perla funk è davvero difficile, in quanto tutti insieme rendono l’opera uno dei manifesti più sottovalutati di un genere mai anacronistico.

Charge è una squisita spremuta di funk, in grado di rendere l’ascolto sempre unico e mai banale in un viaggio musicale difficile da dimenticare. Il talento dei grandi artisti che si sono alternati nella realizzazione di questo album, le cui produzioni successive rischiano di essere dimenticate da questo mondo vanesio e frettoloso, hanno regalato al mondo una gemma che merita decisamente di essere più conosciuta ed ascoltata. E mentre il mio whiskey è evaporato tra le pieghe incasinate della mia anima, la puntina del mio giradischi mi riporta nuovamente in modo brusco alla realtà. E la magia, quella fottuta e unica magia, si è nuovamente compiuta.

Hank Cignatta

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